PER VERITA’ E GIUSTIZIA sulla vergognosa trattativa Stato-mafia

Vogliamo verità e giustizia. La corda si è rotta. Diciamo basta all’infinita teoria di depistaggi che hanno coperto la lunga catena di sangue ad opera di pezzi dello Stato, prima e dopo Portella della Ginetra giù, giù fino a Mattarella, Peppino Impastato, Pio La Torre e a Falcone e Borsellino. E’ una catena di sangue con la quale si è strangolata la Sicilia con la cessione  di fatto, quanto nazionalmente irresponsabile, del governo del territorio alla mafia.

Sul percorso, avviato di recente dall’ANPI Palermo, teso al recupero di una memoria partecipata (cioè non relegata ad un semplice accenno, quando c’è, in un libro di storia magari locale)  del contributo siciliano alla lotta di Liberazione dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista, incominciamo a renderci conto del perchè non solo le stragi naziste sono state quasi occultate, da quella di Canicattì a quelle di Castiglione, Mascalucia, Pedara, ma anche il silenzio, tranne poche lodevoli, generalmente personali, eccezioni, è calato su contributi siciliani eroici e su pagine gloriose della Resistenza e della lotta di Liberazione. Apriamo gli occhi. Diciamo no alla trattativa Stato-mafia. Siamo con i giudici che in prima fila lottano per affermare verità e giustizia.

Di seguito dalla rivista di Libera contro le mafie, “Narcomafie” ,riportiamo il seguente preoccupante articolo:

Trattativa Stato -mafia, Martelli accusa Scalfaro

13 set 2012

Claudio Martelli, in un’audizione in commissione Antimafia, torna a indicare l’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro come protagonista della «regia che ci fu per la normalizzazione del rapporto con la mafia» che, con l’obiettivo di fermare le stragi, passò anche per la messa da parte dei «politici che avevano esagerato nel contrasto». Martelli, che negli anni Novanta è stato ministro della Giustizia per il governo Craxi, fu testimone privilegiato di quella partita di giro che segnò la fine della prima repubblica. Una fine travagliata, che trovò nel marzo ’92 con l’omicidio di Salvo Lima il suo battesimo del sangue. Due mesi dopo ci fu Capaci, poi Via D’Amelio. A settembre il delitto di Ignazio Salvo. E poi la primavera ’93 delle bombe di Milano, Roma e Firenze. Infine, la resa dello Stato alla mafia.

Claudio Martelli punta il dito su chi quella resa, a suo dire, la decise: il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro, deceduto di recente, e quindi impossibilitato a difendersi. «Non ho mai parlato di una trattativa con la mafia – ha detto Martelli – ma di sicuro ci fu un cedimento dello Stato; cioè di un compromesso nel tentativo di fermare le stragi». Un cedimento che, secondo l’ex Guardasigilli, non costituirebbe un vero e proprio reato «ma un crimine politico sì». E in quel compromesso, ha detto Martelli, ebbe il ruolo di dominus Scalfaro «che regnava, non era isolato, aveva intorno a sè uomini a lui devoti, che a lui dovevano il loro ruolo: Mancino, Giuliano Amato, il capo della polizia Vincenzo Parisi, quello del Dap Adalberto Capriotti, da lui voluto al posto di ”quel dittatore di Nicolò Amato”, come scrissero i familiari dei mafiosi al 41 bis».

A proposito di Giuliano Amato, Martelli afferma: «Non posso accusarlo di spergiuro ma posso dire che ha mentito». E su cosa avrebbe mentito Amato? «Non ci sono state pressioni sulla scelta dei ministri del mio Governo», aveva detto Amato, presidente del Consiglio tra il 1992 ed il 1993, rispondendo in Commissione Antimafia a domande sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Pressioni, secondo Martelli, ce ne furono eccome allo scopo di ammorbidire l’atteggiamento dello Stato nella lotta alla mafia. Una lotta che aveva nel carcere duro – fortemente voluto dallo stesso Martelli –  una sua espressione orgogliosa ma che fu revocato nel successivo governo Amato quando Giovanni Conso fu nominato ministro della Giustizia. Un avvicendamento di cui Amato ha dichiarato di “non ricordare i motivi”.

Martelli sembra deciso ad andare fino in fondo: «Posso portare dei testimoni» ha dichiarato, affermando che lo scopo di quell’avvicendamento era quello di mettere al governo uomini più inclini alla resa, al compromesso con Cosa nostra.

da “Narcomafie” la rivista di Libera contro le mafie

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