Collana libri ANPI per la difesa della Costituzione, della Democrazia e della dignità umana.

 

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 il Partigiano Peppino Benincasa eroe sopravissuto alla strage di Cefalonia

suona le note dolenti del silenzio davanti la tomba del Partigiano di Isnello Giovanni Ortoleva

MIMMO RIZZO, MASSIMO GANCI E POMPEO COLAJANNI

RICORDANO NICOLA BARBATO

Quaderno
ANPI Sicilia n° 0

L’ANPI Palermo per la collana dei “Quaderni dell’ANPI Sicilia” recupera gli Atti del convegno del 1983 per il 60°anniversario della morte di Nicola Barbato, in un libretto destinato ad inaugurare la collana di cui sono onorato di assumere, come si dice, la direzione. Mi preme rivelare che i suddetti due testi, in questa esordiente collana, sono assai significativi nel loro porsi quali contributi alla documentazione che serve agli storici, ma soprattutto quali incentivi alla ricostituzione e alla difese della memoria collettiva che, se e in quanto sia ancora preservata, riesce a ritrova in Sicilia, nel passato dei movimenti popolari e delle loro lotte per la giustizia sociale, le radici profonde dell’antifascismo militante che animo i combattenti siciliani da varie parti d’Italia affluiti, nel Nord ancora sotto il tallone nazifascista, ai ruoli della Resistenza e della guerra di liberazione.

dalla prefazione di Giuseppe Carlo Marino

Giuseppe Benincasa, MEMORIE DI CEFALONIA. Diario di un sopravissuto della divisione Acqui

Non ci sono categorie per etichettare Benincasa. Dice di essere di spirito anarchico, senza per questo farne una religione. Il padre era di fede socialista, l’autore di questo libro, invece, non ha mai aderito a nessun partito. Pur essendo stato accolto e salvato dall’Ellas, la resistenza comunista in Grecia, non vi aderisce politicamente. Da sempre, con testimonianze quotidiane mai con adesioni ideologiche, si dichiara antifascista, antinazista, antimonarchico, anticlericale anticapitalista.
Questo diario è una straordinaria testimonianza dei fatti che successero a Cefalonia, specie dopo l’8 settembre 1943. La stampa tipografica di questo racconto ha già vinto il Premio Acqui Storia, edizione 2012, che si svolge nello stesso luogo dove aveva sede l’omonima Divisione.

DAI FASCI SICILIANI ALLA RESISTENZA, a cura di Angelo Ficarra

Questo libro intende avviare una riflessione volta a stabilire un collegamento tra quel rigoglioso movimento di lavoratori di fine Ottocento e la lotta di Liberazione dal nazifascismo.
Sia per i Fasci siciliani – che furono la prima esperienza organica di lotta di liberazione del popolo siciliano – sia per la Resistenza – alla quale il Meridione e la Sicilia hanno dato un importante contributo ancora oggi poco conosciuto – è stata negata una memoria popolare. Il tentativo di capire perché è mancata questa memoria apre nuovi scenari di ricerca: in entrambi gli eventi c’è stato un sistematico uso terroristico della violenza, a volte anche ammantata dalla sacralità dello Stato.
I Fasci siciliani e le lotte per l’occupazione delle terre costituiscono insieme il più grande movimento di massa impegnato in una lotta di liberazione dalla mafia e dai suoi complici che continua fino ai nostri giorni.

Pompeo Colajanni, ANTIFASCISMO E RESISTENZA. Come il popolo divenne esercito

«Lo scritto è una testimonianza resa, è da credersi sotto dettatura, da Pompeo Colajanni, da tempo un anziano ed elegante signore, effusivo e molto gioviale (per tutti i comunisti lo “zio Pompeo”), dirigente ormai secondario, per quanto molto onorato e persino venerato, del PCI: un reduce illustre e quasi solitario della Resistenza armata in una terra, la Sicilia, il cui apporto alla Resistenza armata e allo stesso antifascismo era molto sottovalutato, considerato soltanto “esterno”, casuale e marginale nel contesto nazionale […].
«Assume adesso il carattere di inedito, sottratto, oltre che all’oblio, ad una probabile lettura di parte, ovvero, se si preferisce, quello di una novità editoriale, perché nuovo è davvero anche lo spirito che anima oggi l’interpretazione della Resistenza, e soprattutto della guerra di Liberazione, e che guida sia gli storici che i nuovi “partigiani” dell’ANPI» [dalla prefazione di Giuseppe Carlo Marino].

Pompeo Colajanni (Caltanissetta, 4 gennaio 1906 – Palermo, 8 dicembre 1987). Già negli anni Venti, giovane comunista, si adoperò per la costituzione di un fronte unitario antifascista, il FUAI, del quale facevano parte giovani repubblicani, socialisti, anarchici e comunisti. Con il nome di battaglia “Barbato” fu comandante della VIII Zona (Monferrato) e vicecomandante del Comando militare regionale piemontese; divenne presto leggendario per le imprese delle formazioni al suo comando, fra cui la liberazione di Torino, coordinando le formazioni Garibaldi, GL, Matteotti e Autonome.
È stato sottosegretario alla Difesa nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi. Parlamentare all’Assemblea regionale siciliana e alla Camera dei deputati, membro del Comitato centrale del PCI, consigliere nazionale dell’ANPI.

CI AVETE CONDANNATI INNOCENTI, a cura di Giuseppe Pietramale

«La testimonianza di un lascito di memoria, da un nonno [Giuseppe Pietramale] contadino a suo modo “combattente” in Sicilia a un nipote [omonimo del nonno]. Un “documento” di storia orale (potrebbe dirsi, meglio, di etnostoria), una specie di “diario” in cui il frantumato (ed è da presumere disorganico) racconto dei fatti da parte del suo originario estensore si intreccia e si fonde con un’aggiuntiva cura narrativa adoperata dal curatore finale. Questo, salvando l’autenticità, l’immediatezza, la freschezza di una “voce narrante” che rimane, in tutto lo scritto così messo a punto dal nipote, quella stessa del nonno contadino che parla il suo incertissimo italiano infarcito di dialetto siciliano. Ne risulta una rappresentazione dinamica, che direi in “presa diretta”, di un momento esemplare di azione del movimento contadino a Bisacquino.
«La rappresentazione dinamica – se si vuole quasi una pièce teatrale di un dramma da cui emerge come protagonista collettivo un’intera comunità popolare con un’impressionante partecipazione anche di donne – coglie e fonde nell’azione, gli ideali, le vocazioni civili, i sentimenti, le angosce, le paure, ma soprattutto l’impeto coraggioso per la giustizia, che alimentarono, non soltanto a Bisacquino, ma ovunque in Sicilia, quell’intensa stagione storica. A suo modo, una speciale “stagione partigiana”. In essa, avvertita e interpretata “eroicamente” dai militanti di base nel vivo dell’azione, si staglia la figura di Pio La Torre, di un dirigente comunista che, come ben sappiamo, eroe certamente lo sarebbe diventato qualche anno dopo e che, intanto, andò in galera insieme al contadino Pietramale» [dalla prefazione di Giuseppe Carlo Marino].

LA DURA MEMORIA DELLA SHOAH
a cura di Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro
Contributi di Rosa Cuccia e Michelangelo Ingrassia

“La dura memoria della Shoah”, a cura di Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro, con contributi di Rosa Cuccia e Michelangelo Ingrassia: un modo nuovo per accostarsi al racconto della Shoah, con empatia e rispetto, per evitare che la terribile pagina di storia che ha segnato il Ventesimo secolo finisca per apparirci “altro da noi”.

Nonostante rappresenti l’evento più drammatico e catastrofico della storia del Ventesimo secolo, la Shoah corre oggi il rischio di trasformarsi in un ricordo lontano, distante da noi. Un evento del passato che non siamo più in grado di riconoscere come nostro. La banalizzazione della tragedia, la sua narrazione distaccata, rappresentano la sfida con cui dovranno confrontarsi le nuove generazioni di questo Ventunesimo secolo. Da qui la necessità di un nuovo approccio, dentro e fuori la scuola, per trattare dello sterminio nazifascista di milioni di persone in una veste nuova, maggiormente empatica, meno retorica.

La dura memoria della Shoah è composto da tre sezioni – una dedicata alla ricostruzione storica del contesto, una alla testimonianza diretta di alcuni internati italiani nei lager, un’ultima alla didattica della Shoah – che contribuiscono a creare un testo completo che si rivolge a studenti e docenti, ma anche a tutti gli appassionati di Storia e a chi desidera conoscere la dura realtà dei campi di concentramento nazisti dalla voce di chi ha subito quel tragico destino in prima persona.
Un approccio nuovo alla storia della Shoah, costruito con anni di studi specifici e di esperienza didattica dedicata all’argomento.
Un testo per le scuole, pensato per studenti e docenti, ma anche per tutti gli appassionati di Storia

 Gli autori: Carmelo Botta è docente di Filosofia e Storia nei licei. Ha realizzato progetti didattico-educativi di tutela dei diritti umani e della lotta per la legalità. Per Navarra Editore ha pubblicato “Il sogno negato della libertà”, “Placido Rizzotto: dai Fasci siciliani dei lavoratori alla strage dei sindacalisti”, “Portella della Ginestra: Primo Maggio 1947. Nove sopravvissuti raccontano la strage. di Mario Calivà)” (introduzione storica)

Francesca Lo Nigro lavora come dirigente scolastica a Palermo. Ha pubblicato articoli e saggi d’inchiesta su riviste e periodici, nonché testi didattici di storia. Per Navarra Editore ha pubblicato “Il sogno negato della libertà”, “Placido Rizzotto: dai Fasci siciliani dei lavoratori alla strage dei sindacalisti”, “Portella della Ginestra: Primo Maggio 1947. Nove sopravvissuti raccontano la strage. di Mario Calivà)” (introduzione storica).

Rosa Cuccia è docente di Scuola Primaria a Palermo. Ha partecipato al Corso Nazionale di Formazione della storia della didattica della Shoah, organizzato dal MIUR; e al Corso di Formazione sulla Storia e Didattica della Shoah presso Gerusalemme – Israele, in rappresentanza delle scuola delle regione Sicilia.
Michelangelo Ingrassia è docente di storia dell’età contemporanea all’Università di Palermo. Collabora con quotidiani e riviste, pubblicando numerosi articoli e saggi, tra cui “La sinistra nazionalsocialista. Una mancata alternativa a Hitler”, L’Idea di fascismo in Arnaldo Mussolini”, “La Rivolta della Gancia”, “Lotta di classe e utopia socialista nel giovane Mussolini”, “Braccianti e contadini in Sicilia contro il fascismo”.

Da “Redattore sociale”:

A dispetto del tempo che ci allontana sempre più da quella prima metà degli anni ’40, la memoria della Shoah diviene e resta “dura”, come suggerisce il titolo di questo libro. Resta dura da affrontare, perché la scelleratezza dei fatti rimarrà sempre incomprensibile e inaccettabile; ma al contempo dura diviene, nella sua solidità, grazie all’impegno di storici, studiosi e insegnanti che continuano ad approfondire il momento storico e politico del nazifascismo e a respingere il negazionismo, interrogando le coscienze. La dura memoria della Shoah offre un nuovo approccio all’analisi dello sterminio del popolo ebraico e delle minoranze “indesiderate”, proponendo strumenti di informazione e di riflessione per uomini e donne di tutte le età. Nella prima parte, Ingrassia presenta una ricostruzione storica dettagliata, dall’origine del pregiudizio nei confronti degli ebrei fino al loro sterminio. Nella seconda, i curatori Botta e Lo Nigro presentano le voci dei sopravvissuti ai lager, che hanno incontrato personalmente; testimonianze preziose, in grado di creare un contatto ravvicinato, soprattutto con i più giovani. Nella terza parte, Cuccia propone numerosi e innovativi percorsi di didattica, inerenti allo studio della Shoah, fin dalla scuola primaria, supportando la teoria con la lettura di molti libri e film, per tutte le età.

Da “Trapani ok”:

Shoah.

Nonostante rappresenti l’evento più doloroso e catastrofico della storia del Ventesimo secolo, la Shoah corre oggi il rischio di trasformarsi in un ricordo lontano, un evento del passato che non siamo più in grado di riconoscere come nostro. Il rischio di una banalizzazione della tragedia, di una narrazione distaccata, è una sfida da affrontare per chiunque voglia preservare la memoria di quanto accaduto, perché simili tragedie non avvengano mai più.

La dura memoria della Shoah è composto da tre sezioni – una dedicata alla ricostruzione storica del contesto, una alla testimonianza diretta di alcuni internati italiani nei lager, un´ultima alla didattica della Shoah – che contribuiscono a creare un testo completo e organico, che si rivolge a studenti e docenti, ma anche a tutti gli appassionati di Storia e a chi desidera conoscere la dura realtà dei campi di concentramento nazisti dalla voce di chi ha subito quel tragico destino in prima persona.

“La ricostruzione e la conoscenza storica del contesto, gli spunti di riflessione sulla didattica, l’incontro con la testimonianza diretta tramite l’ausilio delle interviste ai sopravvissuti, la riscoperta della storia locale che riporta in vivo la narrazione delle deportazioni – dichiarano i curatori Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro – possono servire a far comprendere alle giovani generazioni che studiano queste lontane e terribili vicende che quella storia di vittime e di carnefici parla per loro, parla di loro, parla grazie a loro, mentre nuove vittime e nuovi carnefici agitano e sconvolgono il tempo presente.”

“Pubblicare questo libro – commenta l´editore Ottavio Navarra – è per noi un atto di impegno civile e un dovere morale. Coltivare la memoria dei tragici fatti che hanno sconvolto l´intera Europa e segnato in maniera indelebile la storia a seguire è per noi l´unica maniera per preservare le prossime generazioni da qualsiasi deriva autoritaria e dal perpetuarsi della violenza cieca e indicibile. ”

IL SOGNO NEGATO DELLA LIBERTA’

DI CARMELO BOTTA, FRANCESCA LO NIGRO PREFAZIONE DI MICHELANGELO INGRASSIA

Dal 1891 al 1894 contadini, operai, minatori e artigiani siciliani insorsero contro il governo. Il movimento fu sedato nel sangue da Crispi nel 1894.

Questa è la storia dei Fasci siciliani, raccontata in un testo agevole, particolarmente indicato per gli studenti, ma non solo.

Carmelo Botta, docente di Filosofia e Storia, e Francesca Lo Nigro, dirigente scolastica, raccontano in queste pagine la storia dei Fasci siciliani dei lavoratori, partendo dall’Unità di Italia.
Ricostruendo la scena politica, sociale ed economica dell’Italia post-unitaria, delineano l’emergere del conflitto sociale nell’isola; analizzando i modi e i nodi della partecipazione della Sicilia alla costruzione dello Stato unitario italiano, svelano caratteri, difficoltà e responsabilità del processo d’integrazione nazionale e del suo esito.
Un cammino della memoria che vede il movimento popolare dei Fasci siciliani opporsi al latifondo agrario, ribellarsi alle prerogative di una monarchia sempre assente e lontana dai problemi del popolo, contrastare l’arroganza del potere mafioso in combutta con quello politico, nell’intento di raggiungere giustizia sociale e libertà.
Il saggio permette quindi di comprendere cosa e perché è accaduto in Sicilia in quegli anni, ad esempio perché, come ha rivelato Francesco Renda, la rivoluzione del 1860 fu compiuta con il sostegno dei braccianti siciliani, diversamente da quanto era avvenuto nel resto della penisola, che avevano già partecipato alle rivoluzioni del 1820 e del 1860; o perché l’epopea dei Fasci siciliani dei lavoratori abbia contribuito alla formazione del sindacalismo agricolo italiano che ebbe risonanza ben più forte che negli altri Paesi europei.

Il libro, di grande importanza documentaria, scritto e pensato per la divulgazione scolastica, proprio perché racconta la storia, rivoluzionaria e spesso sconosciuta, dei Fasci siciliani, va ben oltre tale contesto, rivolgendosi ad un pubblico più vasto.
Il saggio è accompagnato da un testo teatrale, “Il dramma quotidiano degli oppressi”, costruito su solide basi storiografiche, in cui gli autori riportano sulla scena il vero protagonista del movimento dei Fasci: il popolo, nella sua dimensione di soggetto collettivo […] in carne e ossa, con le sue sfaccettature di classe: il bracciante, lo zolfataro, la donna che condivide con i suoi compagni di lotta, le sofferenze e l’ansia di riscatto del proletariato di Sicilia.
La prefazione di Michelangelo Ingrassia arricchisce il volume con l’invito a riflettere, attraverso la rappresentazione della questione sociale del passato, sul dramma sociale del presente.

 

 
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IN RICORDO DEL COMANDANTE CARLA

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Con immenso dolore, comunichiamo la scomparsa della nostra amatissima Presidente nazionale, Carla Nespolo. Lascia un vuoto profondissimo in tutta l’ANPI che Carla ha guidato dal novembre 2017 – prima donna Presidente – con grande sapienza, passione, intelligenza politica e culturale nel solco pieno della grande tradizione di autorevolezza ed eredità attiva dei valori e principi della Resistenza che ha contraddistinto la nostra Associazione fin dalla sua nascita. Non dimenticheremo mai il suo affetto nei confronti di tutti noi, la sua presenza continua anche negli ultimi mesi, durissimi, della malattia.
Ciao comandante.

LA PRESIDENZA E LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

 ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

                                         IN MEMORIA DI CARLA NESPOLO 

                                                       COORDINAMENTO REGIONALE ANPI SICILIA

 

                         IL COORDINAMENTO REGIONALE DELLA SICILIA INTERPRETANDO I SENTIMENTI DI DOLORE DI TUTTI GLI ISCRITTI ALLA NOSTRA ASSOCIAZIONE PER LA SCOMPARSA DELLA PRESIDENTE NAZIONALE DEL’ANPI CARLA NESPOLO, LA RICORDA CON AFFETTO.

 

                        CARLA NESPOLO, PRIMA DONNA NON PARTIGIANA ALLA PRESIDENZA DELLA GLORIOSA ASSOCIAZIONE PARTIGIANI D’ITALIA, HA RICORDATO IN PIU’ RICORRENZE L’IMPORTANTE CONTRIBUTO DEI PARTIGIANI SICILIANI ALLA LOTTA DI RESISTENZA.                     

DURANTE LA CELEBRAZIONE DELL’OTTO MARZO UNITARIO A PALERMO, HA ESPRESSO LA SUA GRATITUDINE PER LA CITTADINANZA ONORARIA CHE AVEVA APPENA RICEVUTO  DAL SINDACO LEOLUCA ORLANDO A CONFERMA CHE PALERMO E’ CITTA ANTIFASCISTA.                      

IN QUELLA OCCASIONE LA NOSTRA PRESIDENTE DICHIARO’ DI VOLERE ESTENDERE QUESTO IMPORTANTE RICONOSCIMENTO, ALL’INTERA ANPI.                   

E’ STATO INSTANCABILE IL SUO IMPEGNO PER LA  DIFESA DEI VALORI  TRAMANDATI DA QUANTI AVEVANO SACRIFICATO ANCHE LA LORO VITA PER UN’ITALIA LIBERA, DEMOCRATICA E  REPUBBLICANA E SARA’ SEMPRE NEL SUO RICORDO CHE IN SICILIA, COME IN TUTTA ITALIA, LE  DEDICHEREMO UN NUOVO RINNOVATO IMPEGNO.

                                                              Ottavio Terranova

                                                        Coordinatore ANPI Sicilia

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Che tristezza !!! Un abbraccio in condivisione di memoria, di dolore e di ammirazione

                     Luca Orlando

                          SINDACO DI PALERMO

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Comitato Provinciale Anpi di Messina

Il Comitato Provinciale , insieme a tutti gli iscritti alle sezioni del capoluogo e della provincia, esprime il  costernato rammarico e la profonda tristezza di tutta l’ANPI di Messina per la perdita di Carla Nespolo. La grande esperienza, la  lucidità politica e culturale, la determinazione  con cui ha guidato l’Associazione da 2017 a oggi hanno consolidato e allargato le prospettive e il ruolo dell’ANPI nella lotta contro le derive populistiche e autoritarie della politica nazionale, e costituiscono un lascito che sarà sicuramente valorizzato negli anni futuri. Alla Compagna Carla la gratitudine e l’affetto di tutti gli antifascisti messinesi.
Fausto Clemente,
Responsabile Provinciale.

Comitato Provinciale Anpi di Messina
To: <comitatonazionale@anpi.it>

Il Comitato Provinciale , insieme a tutti gli iscritti alle sezioni del capoluogo e della provincia, esprime il  costernato rammarico e la profonda tristezza di tutta l’ANPI di Messina per la perdita di Carla Nespolo. La grande esperienza, la  lucidità politica e culturale, la determinazione  con cui ha guidato l’Associazione da 2017 a oggi hanno consolidato e allargato le prospettive e il ruolo dell’ANPI nella lotta contro le derive populistiche e autoritarie della politica nazionale, e costituiscono un lascito che sarà sicuramente valorizzato negli anni futuri. Alla Compagna Carla la gratitudine e l’affetto di tutti gli antifascisti messinesi.
Fausto Clemente,
Responsabile Provinciale.

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 Gianfranco Pagliarulo

Non me l’aspettavo, cara Carla. Non così presto. Poche ore fa. Dopo un anno e mezzo su di un letto di dolore che tu hai sopportato con grinta e sorriso. E così ti conservo nella memoria, ricordando qualcosa di Franco Fortini. Grinta e sorriso, come è giusto che sia per un dirigente vero. Ma tu – l’ho sempre pensato e lo ho anche sussurrato in qualche occasione informale – avevi una marcia in più rispetto a “un dirigente vero” perché eri una dirigente vera. Tanti oggi dicono, giustamente, che sei stata una grande donna. E lo sei stata non solo per la tua attenzione, di più, compenetrazione con il tema storico dell’emancipazione femminile, ma specialmente perché hai governato l’Anpi mettendo a valore punto di vista, sensibilità, attenzione, energia, visione di prospettiva di una donna. Per questa sei stata grande.

Un anno e mezzo di telefonate in cui, nonostante la sofferenza del tuo corpo, hai a tutti gli effetti diretto l’Anpi, affinché da essere una grande associazione, divenisse – come è diventata – un’associazione più grande.

In quanto femminile, la tua sensibilità era – e non poteva essere diversamente – moderna, predisposta cioè a scrutare l’orizzonte verso cui si muove la nostra associazione. Da ciò la costante attenzione verso le giovani generazioni, mai tracimata in giovanilismo, la tua avversione ad ogni rischio di burocratizzazione, senza però mettere in discussione il rigore organizzativo, la tua strenua propensione per l’unità, unità antifascista, unità antirazzista, unità democratica, contro la piega della politica identitaria che diventa apologia della solitudine, l’abbandono della lotta condivisa, lo smarrimento del giorno per giorno che tampona ma non risolve perché non guarda lontano. L’unità: tu sei stata alla testa della progressiva mobilitazione antirazzista di questi anni, hai parlato alla grande manifestazione del movimento delle sardine a Roma nel 2019, seguita dai mille e mille presenti che hanno intonato “Bella Ciao”. Sei stata una “politica” per la capacità che avevi di interpretare le situazioni fornendo a ciascuna la risposta più conseguente. E in tutto ciò – ancora – sei stata una donna, col tuo bagaglio di sensibilità e di emozioni, con le tue esperienze di felicità ed infelicità.

Non me l’aspettavo così presto, anche se sapevo che nelle ultime settimane ti eri indebolita. Ma ciò che mi colpiva, che penso colpiva tutti, è che non ti sei mai arresa, piegata, rassegnata. Sei stata una antifascista anche così, esistenzialmente, perché fino all’ultimo hai combattuto. Ma avevi delle particolarità? Certo che avevi delle particolarità! Dio ci scampi dalle commemorazioni retoriche, dai coccodrilli imbalsamati che per prima tu avresti rigettato, presumo ridendo. Particolarità, come tutti noi, come tutti coloro che ti hanno preceduto e che ti succederanno. Quante volte, parlando con me, aprivi delle parentesi allontanandoti dal tema della discussione e divagando, per poi riprendere il filo della discussione e darmi la risposta o condividendo la domanda di partenza! Ed era dolce per me ascoltarti e interloquire, perché era un modo femminile, di più, umano di affrontare questioni anche spinose. E poi, assieme alla dolcezza, c’era la severità che alle volte mi pareva addirittura eccessiva, per questa o quella situazione, per questo o quel comportamento. Dolce e severa come forse erano la partigiane. E i partigiani. Perché il tuo problema, come – penso – il problema di tutti noi, era quello di dimostrarsi sempre all’altezza di quelle donne e di quegli uomini di cui l’Anpi è testimonianza e memoria attiva. Antifascismo come categoria dello spirito, cioè, per dirla terra terra, come qualità e valori interiori e collettivi: ecco, tu davvero rappresentavi e interpretavi questo antifascismo di oggi davanti all’incalzare dell’inedita ondata dalle tante sfumature di nero, e ti arrovellavi assieme a tutti noi (più di tutti noi) non solo per rafforzarlo come fondamento repubblicano, ma anche per trasformarlo ogni giorno in codici civili, norme condivise, ragioni di coesione sociale.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Carla Nespolo, nel corso di un incontro lo scorso anno (foto Imagoeconomica)

Sai, poco fa il Presidente Mattarella ha parlato di te, definendoti nel modo più semplice e giusto: “Una fervida sostenitrice dei valori della Costituzione”.

Grinta e sorriso, Carla. Eri grinta e sorriso. E tutto ciò dimostrava in trasparenza, a ben vedere, una manifestazione di affetto verso di noi, verso le iscritte e gli iscritti all’Anpi, verso gli antifascisti, verso l’umanità. Un sentimento. Certo, il sentimento non può sostituire la ragione. Diventa sentimentalismo. Ma la ragione senza sentimento è cieca, alienata ed alienante, perché non coglie la totalità della realtà, in cui inesorabilmente una ragione separata e astratta diventa fredda e cinica e lunare perché, per capire la realtà, occorre indagare sul dolore.

Ciao compagna Carla. Ciao partigiana. Ciao Presidente. Ciao grande donna. Tu sai bene quanto mi manchi, quanto ci manchi. Ed ecco la memoria di Franco Fortini, il suo grido di allora nel deserto che oggi stiamo attraversando: “Noi siamo gli ultimi di un tempo che nel suo male sparirà. Qui l’avvenire è già presente, chi ha compagni non morirà”.

PUBBLICATO LUNEDÌ 5 OTTOBRE 2020

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ANPI TRAPANI

E’ con immenso dolore e profondo sgomento che L’ ANPI della provincia di Trapani saluta Carla Nespolo, dal 2017 prima donna Presidente Nazionale, nonché primo presidente non partigiano eletto a questa carica. La sua scomparsa priva non solo l’Anpi, ma la società civile tutta di un chiaro simbolo di antifascismo, cultura e grande impegno civile in difesa degli ideali di Libertà e Democrazia promuovendoli soprattutto fra i giovani e le nuove generazioni e dedicando una particolare attenzione alla tutela delle donne e dei loro diritti. In sua memoria continueremo, ricordando con grande affetto, profonda ammirazione e sincera riconoscenza, anche per la particolare considerazione che ha riservato all’Anpi siciliana.
Ciao Carla, che la terra ti sia lieve.

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SEZIONE ANPI SANGUEDOLCE SOMMATINO

 La sezione Sanguedolce di Sommatino si unisce al cordoglio di tutti i compagni per la perdita della nostra Presidente Carla Nespolo.            Giuseppe Carusotto

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Gonzalo Alvarez Garcia

mar 6 ott, 17:58 (23 ore fa)

 
 

 Mi unisco a voi tutti nelle condoglianze.

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Comunicato Caritas Palermo su intervento Musumeci sui migranti

Fw: COMUNICATO DELLA CARITAS DIOCESANA CON L’UFFICIO MIGRANTES DELLA DIOCESI DI PALERMO.

   
       


-UFFICIO MIGRANTES DELLA DIOCESI DI PALERMO

 

La Caritas Diocesana di Palermo con l’Ufficio Migrantes esprimono forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’Ordinanza n. 33 del 22 agosto 2020 emanata dal Presidente della Regione Sicilia On. Nello Musumeci. Ciò che preoccupa nel testo del provvedimento, e nelle dichiarazioni rese alla stampa per presentarlo, è l’argomentazione solo in apparenza logica ma in realtà deficitaria sul piano razionale, nonché su quello umano ed evangelico.

L’Ordinanza parte in verità da una costatazione del tutto condivisibile, mettendo in luce l’enorme disagio in cui versano oggi sia la popolazione siciliana, sia i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi. I motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CEE, fughe da hotspot e centri sovraffollati.

Ma già a questo livello la lettura del fenomeno si rivela fuorviante. Il disagio, il dolore, la fatica vengono giustamente attribuiti agli abitanti delle nostre isole senza prendere però in considerazione anche lo stato e il destino di migliaia di donne, di bambini e di uomini in fuga dalla fame e dalle guerre, che concludono in Sicilia, in maniera indegna, un lungo esodo in cerca di libertà e di vita buona. Come ha fatto notare a più riprese Papa Francesco, se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti, siamo destinati al fallimento umano e politico.

Infatti, la conseguenza logica di questa situazione dovrebbe essere una serie di atti amministrativi e legislativi volti a coniugare sicurezza e solidarietà, a tutelare i Siciliani e ad accogliere in maniera dignitosa i più poveri della terra. L’Ordinanza invece sceglie la via dell’ennesima negazione del diritto umano alla mobilità, la via mistificante di una nuova cosciente discriminazione.

Tutti ricordano come la Regione Sicilia aveva nei mesi scorsi, per bocca dello stesso Presidente, prefigurato misure di controllo severissime per i turisti orientati a trascorrere le loro ferie in Sicilia (trovandosi tra costoro, anche persone provenienti da paesi ad alta diffusione primaria del covid). Di quel che fu preannunziato a maggio finora non si è visto nulla, né si sono messi in atto protocolli di sicurezza volti ad evitare assembramenti o altre forme di pericolosa promiscuità.

Ma se coloro che provengono dai paesi del Nord del mondo, interessati fortemente dal coronavirus, possono muoversi ed entrare liberamente in Sicilia, perché i migranti no? Al contrario, quanti provengono dai paesi del Sud del mondo, quanti sono sottoposti giornalmente allo sfruttamento dell’Occidente, quanti hanno ‘ricevuto’ il covid dal Nord del pianeta, come una ennesima piaga, costoro no, non possono muoversi liberamente: rappresentano un pericolo sanitario. I poveri sono dunque pericolosi, devono essere discriminati, mentre proprio il covid ci ha insegnato che di fronte alla malattia siamo tutti uguali, che il virus non distingue i ricchi dai poveri, e si diffonde tra gli uni e tra gli altri, a causa degli uni e a causa degli altri, senza differenze di sorta. Il nostro Arcivescovo, Mons. Corrado Lorefice durante il discorso alla Città del Festino di S. Rosalia il 14 luglio scorso ha ribadito: “Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide”.

Con l’Ordinanza del Presidente Musumeci si trasmette dunque, a nostro parere, un messaggio intimamente sbagliato e antropologicamente pericoloso. Intimamente sbagliato, perché si attribuisce ai migranti la responsabilità di una diffusione del contagio che casomai è da attribuire alla mancanza di protocolli e di misure adeguate a tutelare i cittadini dell’isola e chiunque venga in Sicilia dall’Italia e dall’estero. Antropologicamente pericoloso, perché equipara i poveri agli untori e divide ancora una volta l’umanità in due, inconsapevolmente preparando e non evitando la catastrofe planetaria che verrà da un mondo disunito e disumano. È incredibile – dopo anni di studi e di ricerche sull’invenzione del capro espiatorio quale forma di perversione sociale – come vengano ancor oggi propinate teorie di questo tipo, utili forse demagogicamente sul piano del consenso politico spicciolo ma umanamente ed evangelicamente inaccettabili. “Il Signore – ha affermato ieri papa Francesco all’Angelus – ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto”.

Solo l’abbraccio tra tutti gli uomini e l’abbraccio dell’umanità alla madre Terra potrà darci futuro e speranza.

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Da Hiroshima a Beirut

Da Hiroshima a Beirut

Proprio ieri è decorso il settantacinquesimo anniversario della strage atomica di Hiroshima. Alle 8:16 del 6 agosto 1945 a Hiroshima un lampo accecante vaporizzò in un attimo 140.000 vite umane, condannando i sopravvissuti a sofferenze inenarrabili seguite in molti casi da una morte straziante. L’orrore fu reiterato tre giorni dopo a Nagasaky.

Da allora l’umanità non ha più sperimentato lo strazio di un’esplosione nucleare a cagione dell’atteggiamento dell’opinione pubblica, animata da un sano tabù (quello che Gunther Anders chiamò la coscienza nucleare), che ha costretto le potenze nucleari a non fare uso dell’arma atomica. Col passare del tempo, però, la memoria si sta indebolendo e si sta affievolendo anche la coscienza nucleare che pure in passato aveva dato luogo a una forte mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale. Tuttavia, proprio in questi giorni abbiamo sperimentato qualcosa di simile a una esplosione nucleare.

La terribile esplosione avvenuta il 4 agosto a Beirut è stata di una potenza tale da evocare il disastro che potrebbe provocare una bomba atomica. Si è alzato nel cielo un fungo rossastro simile a quello di Hiroshima e il boato è stato udito persino a Cipro, a oltre duecento chilometri di distanza. Tutta la zona del porto è stata distrutta e interi quartieri sono stati spazzati via dall’onda d’urto. Centinaia di morti, migliaia di feriti, 300.000 sfollati, tutte le riserve strategiche di grano del Libano andate perdute. La capitale, Beirut, il giorno dopo si è svegliata immersa nel sangue, nel caos e nella disperazione, in un incubo che il governatore, Marwan Abboud ha sintetizzato così: «Sembra quello che è successo a Hiroshima e Nagasaki».

Non si tratta di un paragone peregrino, il disastro di Beirut è stato provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate in un magazzino del porto. Proviamo a convertire questa esplosione in kiloton, misura utilizzata per calcolare la potenza distruttrice di una testata nucleare in quantità equivalente di esplosivo (1 kiloton è equivalente a 1.000 tonnellate di tritolo). È stato calcolato che 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sono equivalenti a 0,9 Kiloton, cioè a una testata nucleare di potenza medio bassa. Per essere più concreti, la potenza delle testate nucleari che verranno impiantate su bombe atomiche tattiche a gravità di nuova generazione, le B61-12, varia da 0,5 a 50 kiloton. Queste testate, nel silenzio della politica, verranno dispiegate nella base USA di Aviano e in quella dell’Aeronautica Militare Italiana a Ghedi, in sostituzione delle circa 70 bombe atomiche di vecchia generazione.

Pax Christi international ha diffuso in questa settimana un accorato appello sull’urgenza della messa al bando delle armi nucleari in epoca di Coronavirus: «In questi mesi l’intera famiglia umana è stata messa in ginocchio dal Coronavirus. Il bilancio globale delle vittime continua a crescere quotidianamente; la disperazione dell’umanità aumenta; gli effetti fisici, psicologici ed economici aumentano. Questa pandemia ha raggiunto praticamente tutti: abbiamo capito che siamo tutti vulnerabili e ci rendiamo conto che la vera sicurezza deve essere, in sostanza, condivisa. […] Le conseguenze dannose della pandemia Covid-19 impallidiscono rispetto a quelle che sarebbero capitate alla famiglia umana, e alla terra stessa, in caso di guerra nucleare. […] La cosiddetta “sicurezza” offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci. Il Coronavirus ha rappresentato un campanello d’allarme per il mondo. Stiamo sperimentando in prima persona come investire centinaia di miliardi di dollari per lo sviluppo, la fabbricazione, i test e lo spiegamento di armi nucleari non solo non è riuscito a renderci sicuri, ma ha privato la comunità umana delle risorse necessarie per il raggiungimento della vera sicurezza umana: sufficienza alimentare, alloggio, lavoro, formazione scolastica, accesso all’assistenza sanitaria. Di fronte al Coronavirus, le speranze di sopravvivenza nelle nostre comunità si sono fondate sul sacrificio in prima linea dei soccorritori. Eppure, come ammonisce la Croce Rossa Internazionale, tali soccorritori non ci sarebbero in caso di un attacco nucleare: i medici, gli infermieri e le infrastrutture sanitarie sarebbero essi stessi cancellati. Né soccorritori esterni, nella misura in cui sopravvivessero, potrebbero accedere in sicurezza nelle zone esposte alle radiazioni».

In caso di attacco nucleare, prosegue il documento: «Né la terra, né alcuna delle sue creature, sarebbe risparmiata dall’avvelenamento prodotto dalla radioattività risultante da una guerra nucleare, anche se limitata. Le colture appassirebbero e morirebbero mentre la luce del sole sarebbe bloccata dalle nuvole atmosferiche di polvere prodotta. La vita sulla terra sarebbe messa in grave pericolo. Come comunità umana stiamo imparando delle dure lezioni sulla nostra sicurezza collettiva durante questa pandemia globale. È giunto il momento di affrontare la sfida e di cogliere l’opportunità per apportare le modifiche necessarie a salvaguardia del nostro futuro. Ma la finestra temporale che ci resta potrebbe essere troppo breve. Se non riusciamo ad agire adesso e con decisione per eliminare le armi nucleari dalla faccia della terra, giochiamo pericolosamente non solo con la pandemia ma anche con la estinzione totale».

La richiesta è che l’Italia aderisca al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari approvato dall’assemblea generale dell’ONU il 7 luglio 2017, destinato a entrare in vigore quando vi avranno aderito almeno cinquanta Stati (attualmente sono una quarantina).

Conoscendo la fiera opposizione della NATO al disarmo nucleare e la tradizionale subalternità dell’Italia, ribadita anche dai nuovi governanti, non ci facciamo molte illusioni, ma non possiamo chinare il capo: che l’iniziativa di Pax Christi ci aiuti a rompere la cappa di silenzio e faccia emergere lo scandalo di una nazione che nei suoi princìpi fondamentali ripudia la guerra e nella condotta politica dei suoi governi accetta la dislocazione di armi di distruzione di massa che mettono in pericolo la vita stessa dell’umanità sulla terra.

Se non ora, quando?

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Pagliarulo: la provocazione fascista di Piazza Almirante Berlinguer a Terracina

Piazza Almirante e Berlinguer. Non è una fake

L’oltraggiosa decisione da parte del consiglio comunale di Terracina. La protesta dell’Anpi cittadina

   

enrico berlinguer
Da https://www.enricoberlinguer.it/ 2014/02/12/berlinguer-il-fascino-della-diversita/?doing_wp_cron= 1596027306.5777289867401123046875

Al grande libro degli oltraggi, oggi particolarmente di moda, si aggiunge una pagina del tutto nuova. Una pagina nera. Letteralmente. Si chiama “Piazza Almirante e Berlinguer”. Non è una fake. È la mozione approvata dal consiglio comunale di Terracina (Latina) per intitolare il piazzale antistante Villa Tommasini. 12 a favore, 8 astenuti, un voto contrario. In giunta, una lista civica con persone di Fratelli d’Italia. A nulla sono servite le ripetute prese di posizione dell’Anpi cittadina per contrastare questa decisione. Nell’ultima, in data 24 luglio, è scritto fra l’altro che “dedicare una piazza pubblica a Giorgio Almirante vuol dire celebrarlo e celebrare il fascismo. Consentire la celebrazione di Giorgio Almirante significa disattendere e violare il dettato della Costituzione”. E ancora, in un’altra nota: “Non si può parlare di senso dello Stato riferendosi a chi ha aderito fino alla fine ad una dittatura che ha caratterizzato il periodo peggiore del nostro Paese”; “un fascista è sempre un fascista, e nel nostro paese non può e non deve, come sottolinea anche la legge, esserne tramandato l’esempio”.

C’è da aggiungere che accostare questo nome a quello di Enrico Berlinguer ne segna una stomachevole violazione della memoria. È evidente che dietro tale scelta c’è l’idea miserabile di legittimare un’intera storia, quella del fascismo, attraverso l’equiparazione di due figure diametralmente opposte e inconciliabili, simbolo l’una del ventennio e della persistenza del fascismo nel secondo dopoguerra, e l’altra della lotta per l’attuazione della Costituzione e del contrasto irriducibile ed irreversibile ad ogni fascismo ed autoritarismo.

È il sudario di una presunta “definitiva pacificazione nazionale” (così definita dal consigliere Giuseppe Talone di Fratelli d’Italia, già candidato nel 1993 per il Msi), che mette nello stesso mazzo perseguitati e persecutori, vittime e carnefici, fascisti a antifascisti, razzisti e antirazzisti. La prossima sarà piazza Mussolini e Gramsci?

È superfluo ribadire le ben note responsabilità di Giorgio Almirante nel ventennio: dalle sue parole sul periodico “La difesa della razza”, di cui era segretario di redazione, al famoso bando da lui sottoscritto che minaccia la pena di morte “mediante fucilazione alla schiena” per i renitenti alla leva di Salò; ed anche le sue responsabilità successive, e cioè l’aver guidato per decenni il Msi, partito che incarnava la continuità col disciolto partito fascista. “Piazza Almirante e Berlinguer” è il compendio, l’epitome, di una serie di episodi di forzata rivalutazione del fascismo che oramai da anni avvelenano la vita pubblica dell’Italia.

È un evento orribile per Terracina, ma in realtà per tutto il Paese. Davanti ad uno sfregio alla coscienza civile degli italiani non ci possono essere mezze tinte. C’è bisogno di una voce unica e unita di tutte le forze democratiche antifasciste, c’è bisogno urgente di una scelta di parte, la parte della repubblica democratica e della Costituzione antifascista.

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Ricordiamo il Partigiano Rosario Parrinello Marsala

 

Era l’ultimo dei partigiani di questa provincia ancora vivo, l’ultima testimonianza di quel glorioso nuovo rinascimento italiano che fu la lotta partigiana per dare la democrazia al nostro Paese. Il partigiano Rosario Parrinello 102 anni, è morto la notte scorsa nella sua abitazione di Marsala. Lascia il ricordo della sua storia: operaio, neanche la quinta elementare, ancora giovanissimo, militare, l’8 settembre del 1943 non ci pensa due volte da che parte stare e si arruola nelle formazioni partigiane, divisione Garibaldi Nino Nannetti, brigata “Cacciatori delle Alpi” che ha operato nel Cadore. Come tutti i partigiani assume un nome di battaglia “Capitano”. Il partigiano Parrinello è stato tra i fondatori dell’ANPI di Marsala nel 1949. Con la rinascita della sezione ANPI di Marsala nel 2012 ha assunto la vice presidenza onoraria.
In un comunicato la presidenza provinciale dell’ANPI, associata alla sezione di Marsala, “rende onore al partigiano Rosario Parrinello, ne ricorda il suo eroismo ed il suo esempio da trasmettere ai giovani. L’ANPI, presente ai funerali del partigiano, inchina le sue bandiere nel suo ricordo ed esprime le sue condoglianze alla famiglia”. Si sono associati al cordoglio l’ANPI nazionale e il vice presidente nazionale dell’ANPI Ottavio Terranova anche a nome dell’ANPI Sicilia.
La Presidenza provinciale dell’Anpi

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Aldo Virzì

 

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ENZO BARNABA’ L’8 settembre di Salvatore Bono

L’8 settembre di Salvatore Bono

Alla stazione di Nizza, un’ora dopo il proclama di Badoglio alla radio, il primo atto di Resistenza è di un sottotenente siciliano: gravemente mutilato, sarà insignito della medaglia d’oro già nel 1947. Una figura da riscoprire e rivalutare

 

salvatore bono partigiano siciliano
Salvatore Bono, la medaglia d’oro al valor militare appuntata al petto

Sembrerebbe che nessuno abbia rilevato che la Resistenza armata italiana ha avuto inizio – da un punto di vista strettamente cronologico – la sera dell’8 settembre alla stazione centrale di Nizza. Il proclama dell’armistizio viene, com’è noto, diffuso dall’EIAR alle 19,42. Tra i militari italiani, la gioia è generale: “La guerra è finita!”, “Tutti a casa!”, ecc. I soldati del “Comando Militare di Stazione” manifestano l’intenzione di partire per l’Italia. Racconta il sottotenente Salvatore Bono, loro comandante in seconda: “Verso le 20,30, dovetti intervenire per convincerli che occorreva continuare a controllare lo snodo vitale nel quale prestavamo servizio ed ordinai l’armamento completo e lo stato d’allarme”. Richiese anche il rinforzo di una compagnia di fanteria.

Già in agosto, dal suo osservatorio privilegiato, Bono aveva intuito che le cose non stavano andando per il verso giusto. Assieme ai reparti della 4a armata che abbandonavano il territorio francese occupato, si lasciavano transitare in direzione di Ventimiglia unità tedesche che penetravano in Italia sulla base di piani ben precisi. Verso le 21, incontra il sottotenente Guido Di Tanna, gli illustra le proprie preoccupazioni: “Stanotte avverrà qualcosa di grave”, afferma, e si lamenta dello scarso senso di responsabilità del Comando di Piazza. Il commilitone commenta “É ammirevole come il giovanissimo ufficiale avesse il senso esatto delle cose e la capacità di comportarsi di conseguenza”.

Un paio d’ore dopo, in effetti, un commando di una sessantina di tedeschi provenienti, a piedi attraverso i binari, dal dipartimento del Var, giocando sull’effetto sorpresa, cerca di impadronirsi della stazione. Gli italiani, comandati dal capitano Breveglieri, tra soldati e carabinieri, non sono più di dieci. I tedeschi intimano la consegna delle armi, il capitano cerca di parlamentare con l’ufficiale comandante; dopo cinque minuti, interrompe la concitata quanto inutile discussione e impartisce ai suoi l’ordine “baionetta in canna!”. È il momento per Bono di passare all’azione, realizzando quanto aveva in mente sin dal 25 luglio. Diamogli la parola: “Come un fulmine, il fuoco della mia pistola rompe il gelo. Freddo l’ufficiale nemico, il suo caporale e ferisco due soldati. I tedeschi rispondono al fuoco ed uccidono Breveglieri. Scarico i rimanenti colpi della mia pistola sui nemici. É l’inferno, tutti si riparano dove possono e sparano. Io con quattro soldati mi rifugio in uno sgabuzzino. I quattro carabinieri, pur sparando contro i nemici, fuggono in direzione di una galleria. La stazione precipita nel silenzio e nel buio. Un maggiore tedesco con la pistola spianata viene ad esplorare lo sgabuzzino. Lo afferro per il collo mentre uno dei miei uomini lo disarma. I nemici rimasti fuori lanciano una granata che fa esplodere quella che io tenevo in mano con la sicura sganciata pronta per il lancio. Ho chiara coscienza che è la mia fine. Il dolore generale è tale che non riesco a percepire quello che proviene dalle ferite. Svengo pensando a mia madre”. Salvatore ha perso il braccio destro, l’occhio sinistro e parte della mascella. È trasportato all’ospedale Saint-Roch. L’indomani mattina, un alto ufficiale tedesco viene a far visita ai feriti. Osservando Bono, esclama: “Quest’ufficiale ha salvato l’onore dell’esercito italiano”. Di un esercito allo sbando, vien fatto di aggiungere.

Il giovane Salvatore Bono, sottotenente ai tempi dell'armistizio
Il giovane Salvatore Bono, sottotenente ai tempi dell’armistizio

Salvatore Bono ha 23 anni: è nato il 23 aprile 1920 a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani. Deve molto ai genitori: al padre Giuseppe, un contadino povero, che lo responsabilizza sin dalle elementari facendogli capire che l’impegno può far sì che la scuola si trasformi in ascensore sociale e alla madre Ninfa, l’angelo protettore di tutta una vita, che finisce per accettare con dignità la tragedia del figlio rispettandone le scelte. Dopo il diploma magistrale, frequenta il corso AUC ad Avellino (fanteria). Dal settembre 1941, presta servizio a Palmanova (UD), in Jugoslavia, a Trieste, a Postumia, a Torino e dal novembre 1942 al Costamiles di Nizza. Nel luglio 1944, dimesso dall’ospedale Saint-Roch, per sfuggire alle rappresaglie della Gestapo si reca in Italia. Nel dicembre lo ritroviamo a Stresa dove si arruola nella brigata partigiana Stefanoni. Nel 1947, mentre si trova in Sicilia presso la propria famiglia, riceve la notizia di essere stato insignito, cosa rarissima per un vivente, della Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: «Nella difesa del più importante centro logistico di un’armata, morto il suo capitano, assumeva il comando dei pochi superstiti. Aggredito da soverchianti forze nemiche in un ufficio del comando, freddava con colpi di pistola un ufficiale tedesco ed alcuni soldati, ponendo in fuga i rimanenti. In una successiva aggressione, trovatosi con la pistola scarica, impegnava una lotta selvaggia con pugni e morsi. Aiutato da un suo sottufficiale, immobilizzava un secondo ufficiale nemico che decedeva poco dopo. Mentre tentava di colpire con bombe a mano altri militari sopraggiunti, veniva investito in pieno da schegge di bombe lanciate dal nemico, che provocavano lo scoppio della bomba che teneva nella mano destra, già a sicurezza sfilata e pronta per il lancio. Crivellato dalle schegge, cieco, privo della mano destra, veniva ricoverato in ospedale ove con stoicismo, che solo i prodi e gli audaci possiedono, senza un lamento sopportava l’amputazione dell’avambraccio destro, l’enucleazione dell’occhio sinistro ed altri dolorosissimi atti operatori. Magnifico esempio di alte virtù militari e di suprema dedizione alla Patria. Nizza (Francia), 8 settembre 1943».

Nello stesso anno 1947, completata la terapia post-traumatica, Bono viene assunto presso il ministero degli Esteri. Opta per la sede consolare di Nizza dove assumerà servizio in settembre non appena la struttura sarà riaperta e dove rimarrà per trent’anni, fino alla pensione. Lo si ricorda come molto disponibile nei confronti dei bisogni dei connazionali e in particolare degli italiani profughi dalle colonie maghrebine. É molto attivo nella ricucitura dei rapporti tra le due “sorelle latine” che la pugnalata mussoliniana aveva gravemente corroso e partecipa con entusiasmo al processo di costruzione della Comunità Europea. Suo collega in Consolato è un altro siciliano, lo scrittore Antonio Aniante, un ex fascista non del tutto pentito; purtroppo non possediamo informazioni sul tipo di coabitazione che si istaurò tra di loro. Ogni anno, l’8 settembre si reca alla stazione cittadina dove confluiscono ferrovieri, ex combattenti ed antifascisti assieme ai quali commemora l’evento del 1943. Riprende gli studi universitari laureandosi in Pedagogia all’Università di Genova.

Andato in pensione, torna a Campobello vivendo non lontano dalla magnifica spiaggia selinuntina che aveva visto i suoi giochi infantili. Si dedica con successo alla pittura e non manca di fare la spola con la sua amata Nizza. Talvolta confessa agli amici l’amarezza della solitudine poiché, a causa delle sue mutilazioni, nessuna donna ha voluto condividere con lui la propria vita. C’è chi in Sicilia, suggerisce al giunco che cresce sul letto dei torrenti di farsi da parte all’arrivo della piena: “Càlati juncu ca passa la china”. Una visione opportunista che Salvatore, come tanti altri siciliani, non accettava. “Ho fatto solo il mio dovere pagando il prezzo che bisognava pagare”, amava affermare. Morì il 28 maggio 1999 all’età 79 anni.

La memoria orale è, come si sa, volatile. A parte gli storici, oggi quasi nessuno a Nizza si ricorda di Salvatore Bono. Sembra dunque opportuno che la neonata locale sezione dell’Anpi gli sia intitolata (o cointitolata, se si crede), che si richieda al Comune di apporre una lapide alla stazione centrale e che l’8 settembre di ogni anno si commemori la sua memorabile impresa.

Enzo Barnabà, scrittore e ricercatore


Fonti:

Baldassarre Ingrassia, “Salvatore Bono”, Litografia Buffa, Mazara del Vallo, 2005;

Jean-Louis Panicacci, “L’Occupation italienne. Sud-Est de la France, juin 1940-septembre 1945”, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2010.

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Il filonazi Samonà scivola sulla copia e sul capitello

L’assessore siciliano

Il filonazi Samonà scivola sulla copia e sul capitello

Due comunicati entusiasti, il primo per festeggiare “l’eccezionale ritrovamento” di un capitello greco a Gela, durante i lavori di sistemazione della rete elettrica, il secondo per annunciare il restauro del Telamone, antico gigante in pietra realizzato dai greci, ospitato ad Agrigento nel tempio di Zeus rischiano di arricchire la collezione di gaffe del neo assessore […]

di Giuseppe Lo Bianco

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Ha subito una battuta d’arresto il progetto del governo israeliano di annettersi il 30% del territorio della Cisgiordania

Boicottaggio e sanzioni: discorso d’odio o d’amore?

Ha subito una battuta d’arresto il progetto del governo israeliano di annettersi il 30% del territorio della Cisgiordania che doveva essere messo in cantiere a partire dal primo luglio. Probabilmente è mancato il via libera di Trump che, stretto fra la ripresa galoppante della pandemia negli USA e le proteste seguite all’omicidio di George Perry Floyd, ha ben altre preoccupazioni in questo momento. Però non possiamo considerare irrilevanti le proteste delle organizzazioni internazionali e delle associazioni che si battono per i diritti umani da cui emerge  una sempre più pressante richiesta di sanzioni internazionali per responsabilizzare il governo di Israele ed evitare quest’ulteriore strappo alla legalità internazionale.  In questo contesto acquista grande rilievo il recente intervento della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che, con la sentenza Baldassi ed altri contro la Francia, depositata l’11 giugno, ha posto la parola fine ad un equivoco che per troppo tempo aveva agitato il mondo politico riconoscendo la piena legittimità della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) nei confronti di Israele. Il tema affrontato dalla Corte EDU impattava una questione delicata, quella dei limiti della libertà d’espressione a fronte di messaggi o di iniziative politiche di incitamento all’odio o alla discriminazione, questione tanto più attuale in questo momento storico caratterizzato da rigurgiti di razzismo cavalcato da movimenti politici di ispirazione neofascista o neonazista.

Da tale punto di vista la Corte Europea dei Diritti Umani aveva già  ben tracciato i confini della libertà di espressione in relazione a messaggi d’odio o discriminatori. Attraverso una consolidata giurisprudenza la Corte aveva categoricamente escluso che la libertà di espressione, principio cardine di ogni società democratica, potesse tutelare i messaggi d’odio (hate speeches) e di incitamento alla violenza o alla discriminazione,  ritenendo, invece, legittimo e necessario l’intervento punitivo nei confronti degli odiatori.  Forte di questa sua competenza la Corte non ha avuto difficoltà a condannare la Francia per l’assurda condanna di un gruppo di militanti del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) che aveva distribuito dei volantini in un supermercato invitando i consumatori a non acquistare prodotti israeliani. La Corte ha concluso la sua valutazione sulla liceità dell’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani sottolineando che il rispetto del diritto internazionale pubblico da parte di Israele e la situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati sono argomenti di interesse generale, che fanno parte del dibattito contemporaneo che si sta svolgendo in Francia come in tutta la comunità internazionale.

La sentenza Baldassi è particolarmente significativa perché restituisce alla libertà del dibattito pubblico tutte le iniziative politiche volte a contrastare, con metodi pacifici e non violenti, le ricorrenti violazioni del diritto internazionale dei diritti umani commessi dallo Stato di Israele e a rendere edotta l’opinione pubblica delle questioni in campo. In particolare questa sentenza è importante perché riconosce piena legittimità ad un’iniziativa politica, il BDS osteggiata con lo stigma incredibile dell’antisemitismo.  La pretesa di iscrivere le critiche alle politiche perseguite dai governi israeliani nel campo dell’antisemitismo, cioè di qualificarle come espressioni di razzismo, negli ultimi anni ha portato a un’escalation delle campagne diffamatorie anti-BDS in Europa. Al punto che nel maggio 2019 il parlamento tedesco ha approvato una mozione equiparando il movimento BDS all’antisemitismo. Una risoluzione analoga è stata approvata dal parlamento austriaco nel febbraio 2020. Dopo l’intervento della Corte EDU non è più possibile calunniare o criminalizzare il BDS ed ogni altro movimento che punti ad attivare l’opinione pubblica internazionale ed a stimolare i Governi ad adottare delle misure di responsabilizzazione nei confronti di Israele in conformità con il diritto internazionale. E’ pacifico che il diritto internazionale è un diritto imperfetto perché non vi sono sanzioni e non esiste un’autorità capace di farlo rispettare, tuttavia i suoi principi, sanciti dall’umanità all’uscita dalle tenebre della seconda guerra mondiale e della Shoà, sono l’unico fondamento che possa assicurare la coesistenza pacifica fra le nazioni e la soluzione delle crisi generate dalla violenza delle armi.  In definitiva spetta all’opinione pubblica assicurare il rispetto del diritto internazionale ed il movimento del BDS rappresenta un fattore di maturazione e crescita dell’opinione pubblica mondiale. Per questo, come tutti i movimenti politici che hanno a cuore la difesa dei diritti umani, il boicottaggio di Israele, lungi dall’appartenere al campo degli “hate speeches” deve essere incluso nei “love speeches”.

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Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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ANPI Dossier: le Foibe

 
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Dossier: le Foibe

La storia (1866-1960): dall’irredentismo triestino all’esodo italiano dall’Istria e dalla Croazia

Quando si parla di foibe, l’attenzione si polarizza immediatamente sulle tragiche vicende dell’autunno del 1943 e della primavera del 1945, in Istria e nella Venezia Giulia, segnate dagli eccidi compiuti dalle milizie jugoslave e da non pochi civili sloveni e croati contro gli italiani, ma ciò non basta per comprendere il significato profondo di tali eventi, che devono essere situati in un più ampio contesto temporale. L’impostazione storiografica di lungo periodo è quella più idonea per capire quanto avvenuto al confine orientale tra il 1943 e il 1945. E’, infatti, nei primi anni Sessanta dell’Ottocento che incomincia a delinearsi consapevolmente il problema del confine orientale del neocostituito Regno d’Italia.

Le guerre d’indipendenza e l’irredentismo italiano e slavo

Nel periodo tra la II e la III guerra d’indipendenza si discute appassionatamente la questione del giusto confine orientale, tale ritenuto, per i più, se comprendente, oltre ai vecchi domini veneziani nella penisola istriana, anche Gorizia e Trieste, cioè le terre italiane appartenenti all’impero asburgico.
La delusione del 1866, con l’annessione del solo Veneto, comprendente parte del Friuli, fa nascere l'”irredentismo”.
Nel medesimo periodo veniva sviluppandosi rapidamente anche un duplice risorgimento, spirituale e materiale, delle popolazioni slave residenti nel Litorale, poiché tanto gli sloveni quanto i croati, in ciò guidati dal clero cattolico, avevano iniziato a scoprire e a consolidare la propria identità nazionale da un lato e a battersi per il miglioramento delle condizioni economiche dall’altro; da qui, pertanto, l’avvio di uno scontro sempre più acceso sul piano etnico e sociale, dal momento che la componente italiana, che deteneva una posizione di assoluta supremazia anche a livello censuario, aveva il controllo della vita amministrativa e politica locale.

L’afflusso sempre più consistente di manodopera slava dall’interno dell’Impero verso una città in grande espansione come Trieste e l’ascesa materiale e culturale degli abitanti croati e sloveni della regione determina una miscela esplosiva costituita da una crescente consapevolezza nazionale in entrambe le etnie conviventi nell’allora Litorale; una contrapposizione drastica sul versante religioso; un conflitto di classe tra una borghesia consolidata e un movimento contadino e proletario in ascesa e, per finire, un contrasto tra città, a larga dominanza italiana, e campagna, quasi ovunque abitata da slavi.

Ciò determinava la fusione della questione sociale con quella nazionale, rendendo ancor più drammatico il conflitto.

La Grande Guerra e l’annessione dell’Istria

Va, peraltro, rilevato che sul versante italiano si può inizialmente parlare di un nazionalismo difensivo, mentre dall’altra parte è evidente un nazionalismo offensivo, rivendicante la liquidazione dell’elemento italiano e lo sbocco al mare con una Trieste trasformata nella capitale morale e materiale della Slovenia, la creazione di una grande Slovenia fino al Cividalese e alla Carnia, sia pure entro la compagine imperiale, che non poteva non preoccupare e spingere a un ulteriore arroccamento la dirigenza liberal-nazionale italiana. A ciò s’aggiunga il graduale raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra Italia e Austria-Ungheria in seguito alla progressiva competizione economica e commerciale nei Balcani e ai nuovi orientamenti internazionali dei governi di Roma, l’affermazione di un aggressivo nazionalismo anche imperialista in Italia, il ribollire sempre meno controllabile delle tensioni nazionali nell’Impero e si comprenderà come allo scoppio della guerra nel 1914 e all’entrata in essa dell’Italia l’anno dopo, gli spiriti da entrambe le parti fossero sufficientemente accesi e predisposti a uno scontro anche armato per risolvere la questione dell’appartenenza nazionale e statuale della Venezia Giulia.

Lo Stato Maggiore imperiale, esperto nel gestire truppe di varia provenienza etnica, non a caso scelse di schierare sul fronte isontino milizie in prevalenza slovene e croate, oltre che carinziane e tirolesi, sapendo di poter contare sul loro sentimento antiitaliano. Il conflitto etnico era, dunque, esplicito e radicale, combattuto con le armi in pugno ben prima del 1941. I trattati di pace postbellici, gli accordi di Rapallo (1920) prima e di Roma (1924) poi, dando una sistemazione del confine orientale confacente agli interessi italiani, incorporavano, però, nel Regno un consistente numero di sloveni e croati, cui la classe dirigente liberale, seguendo i consigli di Francesco Salata, assicurò i fondamentali diritti di tutela della propria identità nazionale. In particolare il Trattato di Rapallo, firmato nel 1920 tra il regno d’Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni, ebbe l’effetto di un fiammifero sulla benzina. Il Trattato accolse in pieno le esigenze italiane e amputò un quarto abbondante dell’area ritenuta dagli sloveni come proprio “territorio etnico“.

Il fascismo e l’italianizzazione delle minoranze

Con l’avvento del fascismo (che allontana Salata)  vi fu una politica di snazionalizzazione antislava, che  rientrava in un più ampio e complessivo processo di italianizzazione di tutte le minoranze “alloglotte”, incluse quelle germanofone sudtirolesi e francofone valdostane. Nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate, le scuole furono italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti ad emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi. All’eliminazione politica delle minoranze, si accompagnò da parte del regime mussoliniano un’azione che aveva l’intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia. Anche attraverso la repressione nei confronti del clero, che rappresentava un importante momento di sintesi della coscienza nazionale delle minoranze. Tappe fondamentali dell’addomesticamento della Chiesa di confine furono la rimozione dell’arcivescovo di Gorizia, Francesco Borgia Sedej, e del vescovo di Trieste, Luigi Fogar. I loro successori applicarono le direttive “romanizzatrici” del Vaticano, anche attraverso l’abolizione dell’uso della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi. D’altra parte il concordato del 1929 con il Vaticano tolse una potente arma d’opposizione al clero sloveno e croato, che non poteva non riconoscere talune benemerenze a un regime ora alleato del Papa. La prima conseguenza di questo programma di distruzione integrale delle identità fu la fuga di gran parte delle minoranze dalla Venezia Giulia: secondo stime jugoslave emigrarono 105 mila sloveni e croati. Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un fortissimo sentimento anti italiano, l’equivalenza tra Italia e fascismo che portò la maggioranza degli sloveni al rifiuto di quasi tutto ciò che appariva italiano. Come reazione, si radicalizzarono gli obiettivi delle organizzazioni clandestine slovene che, verso la metà degli anni Trenta, abbandonarono le rivendicazioni di autonomia culturale nell’ambito dello Stato italiano per puntare invece al distacco dall’Italia dei territori considerati loro. Un’azione che trovò l’appoggio del Partito comunista italiano.

L’Italia attacca la Jugoslavia; l’occupazione fascista in Slovenia

In un tale contesto lo scoppio della seconda guerra mondiale e l’attacco italo-tedesco alla Jugoslavia nella primavera del 1941 che seguiva all’improvviso rovesciamento di alleanze del governo di Belgrado come conseguenza di un vero e proprio colpo di Stato a favore dei nemici dell’Asse portarono ulteriori elementi di complicazione a una situazione già complessa e travagliata.

La dissoluzione del regno dei Karageorgevic portò alla costituzione di una provincia di Lubiana, annessa al regno d’Italia, sia pure con un certo grado di autonomia, e allo spostamento a est del confine orientale nazionale con il conseguente inglobamento di altri sloveni e croati. Di vera e propria resistenza slava non si può parlare fino al luglio del ’41. Dopo tale data ebbe inizio una guerriglia non solo nazionale e patriottica, ma anche ideologica, alla quale le forze di occupazione italiana risposero con una feroce repressione, bruciando case, sequestrando beni e uccidendo partigiani e civili o rinchiudendoli in campi di concentramento. I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, LopudKupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), e molti furono dislocati anche in Italia. Vi morirono oltre 7.000 persone. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche “zingari” ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini

Bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista, nei 4.550 Km quadrati di questo territorio:

Ostaggi civili fucilati ………………………..…      n. 1.500
Fucilati sul posto………………………………….     n. 2.500 
Deceduti per sevizie…………………………….     n.       84 
Torturati e arsi vivi………………………     n.   103 
Uomini, donne e bambini morti nei campi
di concentramento……………………..…   n. 7.000

Totale …………………………………        n. 13.087

Le violenze del ’43 in Istria

L’8 settembre 1943, con la scomparsa quasi istantanea delle istituzioni militari e civili nazionali nell’area giuliana, creò un vuoto di potere nel quale il movimento partigiano sloveno e croato, ormai egemonizzato dalla componente comunista, fu pronto a inserirsi, scatenando un’ondata di terrore, che, se in qualche misura può anche esser vista come esplosione di furori contadini a lungo repressi nell’Istria interna, fu in sostanza il risultato di un’operazione predisposta dall’alto, a partire da Tito, che mirava (n.d.r. giustamente) a colpire tutti quelli che in qualche modo rappresentavano lo Stato italiano e l’apparato fascista o che si sapeva risolutamente contrari a un’annessione alla Jugoslavia, pur se antifascisti dichiarati.

L’occupazione jugoslava del Litorale e le foibe

Il culmine lo si raggiunse nella primavera del 1945 al crollo del III Reich con la conseguente occupazione jugoslava del Litorale Adriatico (Adriatisches Kustenland), in pratica staccato dalla RSI e governato dai proconsoli della Germania hitleriana.

I quaranta giorni dell’occupazione titina di Gorizia e di Trieste dove, in seguito a un accordo interalleato, subentrò l’amministrazione militare angloamericana, mentre l’Istria rimase definitivamente alla Jugoslavia furono caratterizzati da un’applicazione su vasta scala della pratica del terrore, gestita con estrema abilità ed efficacia anche sul piano psicologico dai servizi segreti jugoslavi, che, operarono con la massima determinazione per cancellare ogni traccia della presenza istituzionale italiana sul territorio, colpendo in modo sistematico ogni possibile opposizione in chiave nazionale e ideologica, arrestando, deportando nelle carceri e nei campi di prigionia (tra i quali va ricordato quello di Borovnica), infoibando o comunque sopprimendo in tutta la Venezia Giulia occupata, nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano, migliaia di avversari, in prevalenza italiani (non solo fascisti, ma anche esponenti del Cln che si opponevano all’annessione) e pure sloveni e croati, creando ad arte un velo di mistero e di segretezza sulla loro scomparsa al fine di provocare un’atmosfera di paura generalizzata e di tensione e inquietudine diffusa. Il partito comunista italiano di Trieste, uscito nel settembre ’44 dal C.L.N., appoggiò le mire slave.

VITTIME   delle FOIBE

Nel ’43: tra le 500 e le 700

Nel ’45: dalle 4-5.000 alle 10-12.000 vittime

Dopoguerra e esodo degli italiani dall’Istria e dalla Croazia

Nel ’47 la situazione peggiorò perché le autorità jugoslave, in contrasto con il mandato di occuparsi solo dell’amministrazione provvisoria della zona B, cercarono di forzare l’annessione con una politica di fatti compiuti. Tentarono di «ostringere gli italiani ad aderire alla soluzione jugoslava, facendo anche uso dell’intimidazione e della violenza. Un disegno – affermano gli storici – dal quale traspare palese l’intento di liberarsi degli italiani in quanto ritenuti irriducibili alle istanze del nuovo potere. Da parte jugoslava si vide con crescente favore l’abbandono degli italiani della loro terra d’origin». Intanto nel ’48, dopo la rottura tra il movimento titino e il Cominform, erano esplose le tensioni tra i comunisti italiani e quelli jugoslavi. Numerosi esponenti del Pci, la maggior parte dei quali erano accorsi in Jugoslavia attirati dal mito dell’edificazione del socialismo, subirono il carcere, la deportazione e l’esilio. Gli scoppi di violenza che avvenirono durante le elezioni del 1950, e successivamente la crisi triestina nel ’53, fecero il resto. Il risultato fu l’esodo dai territori istriani di migliaia di italiani: 27 mila nelle aree oggi soggette alla sovranità slovena, dai 200 ai 300 mila dalla Croazia.

 

 La Campagna di Jugoslavia  e il regime di occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943)

 Il fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava(saggio di Alberto Buvoli , Patria Indipendente, 27 febbraio 2005)

 Le foibe. Istria, settembre-ottobre 1943 (saggio di Galliano Fogar, Patria Indipendente, 27 febbraio 2005)

 1941-3: la repressione antipartigiana e i campi di concentramento italiani nella Jugoslavia occupata

 Foibe, è il caso di parlarne (di Maria R. Calderoni, Liberazione)

 «Le stragi delle foibe furono violenza di Stato». Il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia (di Francesco Alberti, Corriere della Sera 4 aprile 2001

 La questione di Trieste: cronologia 1944-1975

 

 

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