23 APRILE 2019 DONNE NELLA RESISTENZA PIAZZA ARMERINA

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25 APRILE A PALERMO

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 RESISTENZA: OGGI DOMANI SEMPRE.

 

Difendiamo i valori di libertà, giustizia, solidarietà e pace che hanno animato la lotta di Liberazione e sui quali si fonda la Costituzione della Repubblica Italiana per un rinnovato impegno contro ogni forma di fascismo.

Il 25 aprile del 1945 l’Italia venne liberata dai nazifascisti con una lotta che vide fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti del Nord e del Sud, di diversa fede politica e religiosa. Da lì la democrazia italiana ha iniziato il suo cammino, da lì è nata la nostra Costituzione.

Sono passati oltre 70 anni da quella data e oggi il paese e la sua democrazia corrono grandi pericoli.I tentativi di scrivere un’altra storia, i germi dell’autoritarismo e le pressioni anti-democratiche puntano a stravolgere la Costituzione e a consegnare i diritti, i valori, gli ideali a sovranismi e neo-fascismi, ribaltando il significato intrinseco del concetto di sovranità popolare declinandolo con una visione escludente e autarchica, che semplifica la complessità: si alimentano così xenofobia e razzismo, si inietta continuamente la paura del diverso, si apre la guerra tra poveri, si crea un clima d’odio e di insicurezza. Una società autoritaria, che disconosce i diritti sociali e civili, che non valorizza le differenze di genere, che emargina, che disconosce la solidarietà, che discrimina chi non risponde ai canoni imposti, che non contrasta la violenza e la cultura mafiosa, che attacca la scuola e la giustizia, che svalorizza il lavoro mentre non fa nulla per contrastare le crescenti disuguaglianze e differenze sociali, che allarga l’area della povertà mentre concentra nelle mani di sempre meno persone le ricchezze, è una società destinata all’abisso.

L’Articolo 3 della nostra Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e nonostante ciò quello che stiamo vivendo ci dice che siamo ancora molto lontani da una reale applicazione di questi principi. Noi non ci stiamo e sappiamo bene che il concetto di democrazia nella nostra costituzione non è formale ma sostanziale, che la vera sicurezza si tutela con la difesa del diritto al lavoro per tutti e tutte con l’Articolo 1 della nostra Costituzione che afferma che la nostra è “una Repubblica democratica fondata sul lavoro” con la difesa di una giusta retribuzione e della dignità umana, con la giustizia sociale, con la lotta alle diseguaglianze, con la lotta alle leggi del mercato e della mercificazione globale, con la lotta alla povertà, alla precarietà, alla guerra e alla vendita delle armi e con la tutela del diritto al futuro di tutti e tutte. Per questo, quest’anno vogliamo dedicare il 25 Aprile a una piena universalità dei diritti.

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario dei “moti di Stonewall”, considerato il momento di nascita del movimento LGBT, e abbiamo ancora necessità di affermare che una reale uguaglianza di genere passa da atti concreti politici e culturali e dalla rottura di pratiche consolidate.

In un momento in cui i venti di guerra spirano più forti che mai e importanti accordi per la limitazione degli armamenti nucleari sembrano vacillare in conseguenza di rilevanti interessi economici legati all’utilizzo di risorse energetiche nell’area del Mediterraneo, ricordiamo e ci batteremo perché l’articolo 11 della Costituzione – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” venga rispettato senza tentennamenti o sotterfugi “internazionali” e affinché la Sicilia non sia più territorio di lancio per “giochi” di guerra.

Difendendo i valori di giustizia, libertà, solidarietà e pace affermiamo il dovere dell’accoglienza verso quanti stanno scappando da aree di conflitto o arrivano sulle nostre coste per provare a vivere una vita migliore, per questo il 25 Aprile sarà un momento per lanciare la campagna europea “L’abbraccio dei popoli” che il 5 maggio ci vedrà ancora tutti in piazza al suono di “Bella Ciao”per la difesa dell’umanità, delle persone in percorsi di migrazione e della loro libera circolazione e accoglienza in Europa.

Il 25 Aprile richiama tutte e tutti a un impegno costante e come siciliane/i e palermitane/i affermiamo che l’antifascismo deve tornare ad essere il collante culturale e attivo della nostra società. Non ci mobilitiamo quindi, in questa giornata di festa e di lotta, solo per fare memoria e testimonianza, ma per continuare la battaglia culturale e sociale insita nel messaggio della Resistenza e della Liberazione contro quanti lavorano alla regressione e riduzione dello spazio democratico, per affermare l’impegno per i principi di libertà, giustizia sociale e solidarietà e il riconoscimento dell’antifascismo e della democrazia come valori comuni e doveri sociali.

Chiamiamo tutte e tutti, giovani e anziani, donne e uomini, cittadine e cittadini di oggi e di domani, tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, a scendere in piazza ed essere partigiani e partigiane.

RESISTENZA: OGGI DOMANI SEMPRE.

ANPI Palermo “Comandante BARBATO”, Arci Palermo, Cgil Palermo

24 APRILE PIAZZA BELLINI

Liberi anche di cantare e ballare

Pubblico

· Organizzato da 25 Aprile Palermo e altre 2 persone

  •  
     

    Mercoledì 24 aprile 2019 dalle ore 21:30 alle 23:59

    Liberi anche di cantare e ballare

    25 Aprile | Festa della Liberazione Palermo
    Corteo Antifascista

    H 09:00 – Celebrazioni presso Giardino Inglese Corona ai caduti Cefalonia e cippo Pompeo Colajanni
    Interventi: Leoluca Orlando, Ottavio Terranova ANPI Palermo e Enzo Campo Cgil Palermo.
    Partecipano: Prefetto autorità civili militari.
    H 09:00 – Corteo fino a Piazza Giuseppe Verdi
    H 11:00 – Piazza Giuseppe Verdi – Coro Polizia Municipale e saluti.
    H 13:00 – Palazzo delle Aquile – Deposizione corona ai martiri della Resistenza

  • 25 Aprile 2019    Festa della Liberazione

    H16,30 – Arci Porco Rosso

    Momento dedicato al ricordo di Giorgio Colajanni:

    sarà proiettato un brano del documentario su Pompeo tanto voluto da Giorgio. Seguirà la presentazione della brochure “PARTIGIANI DI SICILIA IN EUROPA” . Testimonianze e ricerche a cura di Enzo Giuliana

     

     

    H 17.30Arci Porco Rosso

     

     25 Aprile 2019 | Festa della Liberazione
    Presentazione del libro “I siciliani nella Resistenza” – Sellerio
    Intervengono:
    Giuliana Sgrena – giornalista
    Enzo Campo – segretario generale CGIL Palermo
    Carlo Verri – cocuratore del libro

    – H 19.00Piazza Casa Professa
    “Pane e Giustizia” performance teatrale del Teatro Atlante sulla strage del pane del 1947 (frammento tratto dallo spettacolo Vampa)
    con: Alessandro Sciortino, Sergio Saporito, Guido Acquaviva, Caterina Gagliardo, Chiara Pecoraro. Regia Emilio Ajovalasit e Preziosa Salatino

    – H 20.00 – Cena sociale

    – H 21.30
    ► MUSICA LIVE ◄

    Programma in aggiornamento

     
 
 
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Delegazione scuola Francese e Scuola di Mazara visita Portella della Ginestra

 

Delegazione scuola Francese e Scuola di Mazara visita Portella della Ginestra e Monreale

E’ stata una giornata straordinaria, un significativo, indimenticabile tuffo nella memoria di Portella e della Storia delle lotte di Liberazione da tutti i fascismi; attori fondamentali i giovani di Francia e di Sicilia, gli studenti attentissimi e le professoresse del Liceo francese di Revin, quello gemellato di Mazara del Vallo e le loro  docenti con Maria Luisa Presti, i bravissimi ragazzi del Liceo Basile di Monreale con la prof.ssa Finella Giordano.

Con l’emozione nel cuore, presso il sasso di Barbato nel sacrario di Portella della Ginestra, sono risuonate profonde e cariche di tanto significato e ancora di tanto dolore le parole di Antonella Azoti in memoria del padre Nicolò Azoti, di Serafino Petta superstite della strage, di Placido Rizzotto in memoria dell’omonimo straordinario nonno. Il compagno Enzo Palermo con la Vice Sindachessa ci hanno portato l’abbraccio di Piana degli Albanesi. Poi Maria Letizia Colajanni, Giusy Vacca, Salvo Li Castri, Rino, Gaspare Semprevivo e i meravigliosi compagni del nisseno Giuseppe Carusotto, la compagna responsabile dell’ANPI di Delia, e il compagno Enzo Giuliana le cui appassionate  ricerche sull’antifascismo siciliano hanno costituito il nucleo centrale della brochure “Partigiani di Sicilia in Europa” che,  con il prezioso prologo del nostro Presidente onorario prof. Giuseppe Carlo Marino, è divenuta omaggio di benvenuto verso i ragazzi francesi.

Marialuisa Presti è con Angelo Ficarra.55638507_10205588372426106_760214726130008064_n

Quella della resistenza siciliana è una storia di “memoria cancellata e di giustizia negata “. Oggi siamo andati insieme agli studenti del liceo francese di Revin e del liceo di Mazara Adria Ballatore alla ricerca della memoria della lotta dei partigiani in Sicilia, partendo da Portella della Ginestra, luogo sacro della lotta di resistenza. Ad accoglierci i compagni dell’ANPI di Palermo e di Piana degli Albanesi. Ad emozionarci i racconti di un sopravvissuto alla strage di quel I maggio, l’orfana di un sindacalista ucciso durante quel periodo terribile del dopoguerra con la lotta per la terra che in Sicilia vide l’uccisione di ben 40 sindacalisti, la testimonianza del nipote di Placido Rizzotto. Grazie ai compagni Angelo Ficarra, Giusy Vacca Gaspare Semprevivo, e gli altri che ci hanno accolto e accompagnato in questo viaggio nella memoria. Mirella Isaia

Quella della resistenza siciliana è una storia di “memoria cancellata e di giustizia negata “. Oggi siamo andati insieme agli studenti del liceo francese di Revin e del liceo di Mazara Adria Ballatore alla ricerca della memoria della lotta dei partigiani in Sicilia, partendo da Portella della Ginestra, luogo sacro della lotta di resistenza. Ad accoglierci i compagni dell’ANPI di Palermo e di Piana degli Albanesi. Ad emozionarci i racconti di un sopravvissuto alla strage di quel I maggio, l’orfana di un sindacalista ucciso durante quel periodo terribile del dopoguerra con la lotta per la terra che in Sicilia vide l’uccisione di ben 40 sindacalisti, la testimonianza del nipote di Placido Rizzotto. Grazie ai compagni Angelo Ficarra, Giusy Vacca Gaspare Semprevivo, e gli altri che ci hanno accolto e accompagnato in questo viaggio nella memoria. Mirella Isaia

 

In una mattina ventosa ed inusualmente fredda , l’ANPI Palermo ” Comandante Barbato” ha accolto la scolaresca del liceo Francese di REVIN e quello gemellato di Mazara del Vallo, nel pianoro ai piedi del sasso di BARBATO . L’incontro è stato fortemente voluto dai Francesi ,come omaggio ai caduti di Portella della Ginestra,ed anche, come riconoscenza nei riguardi dei partigiani siciliani che combatterono contro il nazifascismo ,a sostegno della Resistenza Francese. Momenti emozionanti , nell’accogliere i ragazzi (Francesi e Mazaresi) e sentire loro cantare BELLA CIAO, appena messo piede nel piazzale di Portella della Ginestra, con grande passione hanno poi ascoltato gli interventi di ANGELO FICARRA, presidente Anpi Palermo, di ANTONIETTA AZOTI , figlia del sindacalista ucciso dalla mafia, di VINCENZO PALERMO dell’auser Palermo e cittadino di Piana, del Vice Sindaco di Piana e di SERAFINO PETTA superstite della strage di Portella. Una foto di gruppo ha chiuso la mattinata a PORTELLA della GINESTRA

Gaspare Semprevivo

Salvo Li Castri Mattinata ventosa ed inusualmente fredda ma intensa, commovente e fortemente partecipata da bravissimi e 55485888_10205588335425181_1398463736947146752_n 55633928_10205588324984920_3684279416738807808_n 55892554_10205588332785115_2076607436256444416_n 56119627_10205588363065872_9016285777746722816_n 55711557_10205588334905168_3043569922237005824_n 55939950_10205588332185100_4746410015697403904_n 55478045_10205588326104948_8967590696970092544_n 55515129_10205588363425881_3810430281328885760_n 54798310_10205588341305328_7559260672819724288_n 55602702_10205588329905043_1076758282611195904_n 55489093_10205588327104973_745772387496099840_n 55526854_10205588324424906_1425793837917274112_n 55881986_10205588349225526_1052260480644546560_n 55515104_10205588347665487_4730278616749834240_n 54731243_10205588333385130_2361565317911543808_n 55924170_10205588333745139_1279933145067552768_n 54798408_10205588348665512_4946874869754101760_n 54730820_10205588362625861_3892644669862969344_n 55686844_10205588336945219_682502588603564032_n 55540630_10205588332985120_4810258677397192704_n 55594344_10216062337603607_5544923308803227648_npartecipi ragazzi francesi e mazaresi. Complimenti a Voi tutte insegnanti ed accompagnatrici. Il freddo e’ stato mitigato dal Vostro entusiasmo ed interesse all’ascolto di autori e/o diretti discendenti di uomini che hanno pagato per il loro antifascismo o per il contrasto ad angherie mafiose. A tutti Voi, il nostro ringraziamento per averci stimolato a fare riemergere le bellissime pagine dei nostri tanti giovani partigiani che sono accorsi in Francia (e, prima, in Spagna) a combattere contro il nazifascismo ed a sostegno della Resistenza francese. Nel nome dei valori di liberta’ e reciproca collaborazione democratica ed a difesa della dignita’ delle persone. La piccola brochure, appositamente realizzata grazie, anche, alle preziose testimonianze e ricerche del nostro amico Anpi di Sommatino, e’ stata volutamente denominata “Partigiani di Sicilia in Europa”.

 

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24 marzo 1944 Roma strage delle fosse Ardeatine: I caduti

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24 MARZO: 75° Anniversario ( 24 marzo 1944) della strage nazifascista alle Fosse Ardeatine – Roma -, 335 civili e militari italiani uccisi: quattordici i siciliani.

 

 

La strage delle Fosse Ardeatine di Renato Guttuso

 

  1. AGNINI FERDINANDO – fu Gaetano e di Longo Giuseppa – nato a Catania il 24/8/1924

– studente in medicina – arrestato il 24/2/1944 appartenente al Partito Comunista

Italiano.

 

  1. ARTALE VITO – fu Antonino e Amedei M. Anna – nato a Palermo I’1/3/1882- Ten. Gen.

Artiglieria – arrestato il 9/12/1943.

 

  1. AVOLIO CARLO – fu Federico e Maltese Francesca – nato a Siracusa il 14/9/1895 –

impiegato (S.A.I.B.) – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

 

  1. BUTERA GAETANO – di Giuseppe e D’Amico Maria – nato a Riesi l’11/9/1924

– pittore – arrestato il 15/2/1944 – appartenente al Fronte Militare Clandestino.

  1. BUTTICE LEONARDO– di Pietro e Sciarrocca Giuseppe – nato a Siculiana (Agrigento) il

2/2/1921 – meccanico – arrestato il 15/2/1944 – appartenente alla Brigata Matteotti.

 

  1. GIORDANO CALCEDONIO – di Gaspare e di Di Pisa Maria – nato a Palermo

l’11/7/1916-corazziere-arrestato il 14/2/1944- appartenente al Fronte Militare Banda

Caruso.

 

  1. LUNGARO PIETRO ERMELINDO – fu Alberto e di Caltagirone Vita – nato a Trapani

l’1/6/1910 – Sottufficiale P.S. – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

 

  1. PITRELLI ROSARIO – fu Giuseppe e di Buffalini Giovanna – nato a Caltagirone il

17/11/1917 – meccanico – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito Comunista

Italiano.

 

  1. RAMPOLLA GIOVANNI – di Michelangelo e Lembo Antonia – nato a Patti (Messina) il

16/6/1894 – Ten. Colonnello – arrestato il 22 o 28/1/1944 – appartenente al Fronte

Militare.

 

  1. RINDONE NUNZIO – di Antonio e Buscemi Carmela – nato Leonforte il 29/1/1913 –

pastore – arrestato tra la fine del dicembre 1943 e l’inizio del gennaio 1944 –

appartenente alla formazione “Isolato”.

 

  1. ZICCONI RAFFAELE – fu Lorenzo e Olla Anna – nato a Sommatino (Caltanissetta) il

13/8/1911 – impiegato – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

 

  1. IALUNA SEBASTIANO – di Agrippino e Salerno Ignazia – nato a Mineo il 10/10/1920 –

agricoltore – arrestato il 7/3/1944.

  1. MORGANO SANTO – fu Antonio – nato a Militello il 30/8/1920 – elettromeccanico.
  2. D’AMICO COSIMO – fu Luciano e di Vasetti Maria – nato a Catania il 4/6/1907-

amministratore teatrale – arrestato il 23/3/1944.

 

( tratto dal sito http://marioavagliano.blogspot.it)

 

a  cura di “ Lettera Memoria e Libertà

 

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I mancati conti col nostro passato fascista

Il Manifesto, 6 Febbraio 2019

 

Giorno del ricordo. I mancati conti col nostro passato fascista e l’assenza di una ridefinizione della complessità storica, fanno sì che le foibe vengano presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali

Le foibe per dimenticare i crimini del fascismo

di Davide Conti

Sono collocati da tempo al centro del dibattito in Italia, e non solo, l’uso politico della storia, la formulazione di leggi memoriali ad hoc e il tema, già discusso in Parlamento, di una codificazione normativa. Codificazione che si proporrebbe di sanzionare giuridicamente veri o presunti «negazionisti», determinando una torsione del senso del passato schiacciata sulla misura minuta del quotidiano. Un processo di questa natura comporta una semplificazione dei termini della complessità storica che, in ultima istanza, pone una questione di grande rilievo sul piano della memoria e dell’identità stessa della nostra società. Da un quindicennio attorno al Giorno del ricordo si consuma un conflitto storico-memoriale che in alcuni casi ha finito per esorbitare nella dimensione politico-diplomatica (basti pensare all’aspra polemica tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’allora Presidente del consiglio croato Stipe Mesic e lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor). Questo conflitto è caratterizzato da un non detto pubblico relativo all’eredità fascista dell’Italia post-bellica che impedisce, di fatto, una completa ricostruzione ed un compiuto conferimento del senso della storia consumatasi sul nostro confine orientale e sfociata nelle violenze subite dagli italiani in quelle terre prima nel 1943, dopo lo sbando dell’8 settembre, e poi nel 1945. Quanti conoscono in Italia il generale Mario Roatta e le misure di repressione di civili e partigiani jugoslavi riassunte nella sua «Circolare 3 C»? quanto l’opinione pubblica viene resa edotta della condotta del «governatore del Montenegro» Alessandro Pirzio Biroli, del generale Mario Robotti, per il quale in Jugoslavia «si ammazza troppo poco», o del generale Gastone Gambara che nel 1942 scriveva «logico e opportuno che campo di internamento non significhi campo di ingrassamento»? Quanti sanno che delle migliaia di «presunti» criminali di guerra italiani inseriti nelle liste delle Nazioni Unite alla fine del conflitto nessuno venne processato in Italia o all’estero? Il mito degli «italiani brava gente» ha ragion d’essere di fronte alla consolidata storiografia che ormai da decenni ha ricostruito documentalmente i crimini di guerra del regio esercito e delle formazioni fasciste? Fu Mussolini stesso, d’altro canto, il 22 settembre 1920 a Pola, ad anticipare ciò che sarebbe accaduto «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone […]credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani». I mancati conti col nostro passato fascista, dunque, impediscono di dare compiuta attuazione alle stesse disposizioni del Giorno del ricordo che si propone da un lato di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo» e contestualmente di affrontare «la più complessa vicenda del confine orientale». Senza una ridefinizione della complessità storica le foibe vengono presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali. In realtà l’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Josif Broz Tito combatté contro tutti gli eserciti di occupazione e contro tutti i loro collaborazionisti, indipendentemente dalla loro nazionalità: gli ustascia croati, i cetnici serbi, i domobranci sloveni, i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani. E sostenne quella lotta di liberazione con al fianco migliaia di soldati italiani unitisi alle formazioni partigiane dopo l’armistizio. Contestualmente un gran numero di jugoslavi deportati in Italia nei campi di internamento dopo l’8 settembre si unirono ai partigiani italiani nella Lotta di Liberazione Nazionale da cui è nata la Costituzione della Repubblica. L’uso strumentale delle drammatiche vicende del confine orientale e delle foibe ha trovato espressione, nella cronaca politica, negli scomposti attacchi del ministro dell’Interno all’Anpi e nel paradossale voto della commissione Cultura della Camera che, indice del grado di erosione democratica del nostro tempo, vorrebbe impedire all’associazione dei partigiani, che il Parlamento riaprirono dopo il terrore del ventennio fascista, di parlare nelle scuole pubbliche del confine italo-jugoslavo durante la seconda guerra mondiale. Di quella storia invece è indispensabile parlare. Rosario Bentivegna, comandante dei Gap a Roma e combattente in Jugoslavia, insisteva sempre nel dire «più ancora di ciò che abbiamo fatto noi partigiani si deve parlare di ciò che è stato il fascismo. Solo così sarà possibile seppellirlo per sempre».

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GIUSEPPE LO BIANCO IN RICORDO DI MARIO FRANCESE

Giuseppe Lo Bianco

L’ho scritto 11 anni fa, lo ripropongo oggi nel ricordo di un giornalista, senza maiuscole e senza aggettivi.

Lo hanno ucciso sotto casa una sera di gennaio, tornava dal Giornale di Sicilia, dieci minuti prima aveva salutato i colleghi nello stesso, identico, modo di ogni sera: “uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”. Al Diario, il quotidiano dove lavoravo, arrivò la segnalazione di un omicidio, in viale Campania. A prenderla fu, paradossi della sorte, suo figlio Giulio, ‘’biondino’’ come me, che si precipitò sul luogo del delitto senza sapere di andare incontro a suo padre, coperto per terra da un lenzuolo bianco. Lo fermò Boris Giuliano, capo della Mobile di allora, che abbracciandolo lo trascinò lontano. E Giulio capì, immediatamente, senza bisogno di parole. I miei ricordi si fermano qui, con l’aggiunta di un flashback personale: ho conosciuto Mario Francese ma solo per un attimo. Lo incontrai sul portone del Giornale di Sicilia, ricordo il suo impermeabile chiaro, la sua espressione assorta; parlò brevemente con mio padre, si conoscevano, poi si salutarono. Quando sentii di nuovo parlare di lui fu per scoprire a 20 anni, all’inizio del mio cammino professionale, che la violenza vissuta da ragazzo sui marciapiedi del mio quartiere si era trasferita nella mia vita da adulto, di aspirante giornalista. Solo che il rischio, adesso, non era più fare a botte con i più prepotenti, ma un proiettile di 38 in faccia. Mario non lo conoscevo e i miei ricordi sono un impasto di articoli, anche suoi, letti dopo, di racconti dei colleghi con cui aveva lavorato, di colloqui con investigatori e magistrati, di ipotesi lanciate nelle serate interminabili di chiacchiere e vino tra cronisti per trovare una risposta ai grandi misteri di mafia di questa città. E la morte di Mario, il 26 gennaio 1979, era uno di questi. Fino a quando i pentiti che all’inizio non avevano voluto parlare e una sentenza della Cassazione hanno alzato il velo anche su questo delitto ‘eccellente’, scoprendo il volto sanguinario dei corleonesi: Leoluca Bagarella, il killer che sparò quella sera in viale Campania, Riina, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco i componenti della commissione mafiosa che ordinarono il delitto. Perché, è scritto nella sentenza, Mario possedeva “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa Nostra alle istituzioni”. Era il 1979, l’inizio dell’assalto corleonese al vertice di Cosa Nostra governato da Stefano Bontade e Tano Badalamenti, un capitolo ancora tutto da scrivere, come tanti altri, della storia di Cosa Nostra. I soldi dell’eroina facevano gola ai “viddani” guidati dal ‘capo dei capi’, una banda feroce e agguerrita che aveva cominciato a sbarazzarsi dei nemici in divisa, in toga e in politica senza chiedere troppi permessi. Una banda che poteva fare a meno dei rapporti dei palermitani con la politica, forse perché ne aveva stretto altri altrettanto, se non di più, solidi. Con i servizi, deviati o meno, di questo Paese. Ma questa è un’altra storia. Era già morto il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, e, dopo Francese, lo avrebbero seguito, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Mobile Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Un assalto alle istituzioni senza precedenti che aveva trasformato Cosa Nostra da democratico gestore della cosa pubblica in Sicilia, alla pari di altre istituzioni, in un pericolosissimo antagonista. Fino alla fine della storia corleonese, giunta al capolinea con le stragi del ’92 in Sicilia e del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Di quei ‘peri incritati’, scesi dalle montagne per arrivare sulla collinetta di Capaci Mario è stato il primo a capire, in diretta, la ferocia e la sete di potere, la scalata e le alleanze, gli affari e la mutazione genetica generata in Cosa Nostra e proprio per questo i giudici dicono in modo netto che «con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti». Perché proprio lui? Le sentenze lo spiegano bene, rendendo onore al suo mestiere ed alle sue intuizioni: in quegli anni ‘’Mario Francese era un protagonista, se non il principale protagonista, della cronaca giudiziaria e del giornalismo d’inchiesta siciliano. Nei suoi articoli spesso anticipava gli inquirenti nell’individuare nuove piste investigative». E rappresentava “un pericolo per la mafia emergente, proprio perché capace di svelarne il suo programma criminale, in un tempo ben lontano da quello in cui è stato successivamente possibile, grazie ai collaboratori di giustizia, conoscere la struttura e le regole di Cosa Nostra”. Era nato a Siracusa il 6 febbraio del 1925 e la sua biografia professionale racconta la storia di una passione per il giornalismo, quello che ti consuma la suola delle scarpe, che ti spinge dentro i fatti, che ti mette a tu per tu con i protagonisti delle storie più nere della cronaca, i buoni e i cattivi, con un unico obiettivo: raccontare i fatti. Aveva cominciato all’ANSA negli anni Cinquanta come telescriventista, entrando a contatto con la notizia, un amore che non abbandonerà più. Collabora con La Sicilia e, come tutti i precari, cerca una sistemazione migliore, che arriva il primo gennaio 1957, quando entra alla Regione come «cottimista». La sua naturale destinazione, però, è l’ufficio stampa, del quale viene nominato capo all’assessorato ai Lavori pubblici. E dall’ottobre 1958 l’assunzione alla Regione diventa definitiva. Ma la sistemazione economica non fa velo alla sua passione professionale: e quando il Giornale di Sicilia gli offre un posto di cronista giudiziario non ci pensa due volte a lasciare la Regione per abbracciare finalmente il suo mestiere. Poco prima, era stata una sua inchiesta a consentire la riapertura delle indagini, sei anni dopo il delitto, per la morte di un altro cronista, Cosimo Cristina, il cui corpo venne trovato dilaniato lungo i binari della ferrovia vicino a Termini Imerese, in provincia di Palermo. Di Mario si è detto e scritto molto: della sua generosità estrema, della sua abnegazione, degli orari di lavoro che non esistevano, del suo amore per la famiglia, della sua ‘’incoscienza’’ professionale, che lo portava in anni terribili e pericolosi anche ad esporsi personalmente inaugurando una stagione di giornalismo investigativo in una terra in cui il confine tra il giornalista e lo sbirro era inesistente, dalla scrivania di un giornale che per struttura e linea editoriale era lontano anni luce dalle sue denunce. ‘’Di Mario ricordo perfettamente la sua schiena dritta – racconta Aurelio Bruno, 85 anni, decano dei cronisti palermitani, una vita nel palazzo di giustizia di Palermo – dopo la strage di via Lazio lo invitarono ad una riunione con ‘amici degli amici’ per offrirgli un appartamento in cambio del suo atteggiamento accomodante. Gli chiesero persino di storpiare sul giornale i nomi degli imputati. Lui rifiutò. Dalla strage di Ciaculli all’omicidio del colonnello Russo, alle faide mafiose per riequilibrare gli assetti interni, ai grandi affari di Cosa Nostra, si occupò di tutte le vicende giudiziarie cercando sempre una «lettura» diversa e più approfondita del fenomeno mafia. Fu l’unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Il primo a capire, scavando negli intrighi della costruzione della diga Garcia, l’evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia corleonese. Fu un cronista moderno e, per quei tempi, unico: non a caso passava il suo tempo, ricorda Aurelio Bruno, nella cancelleria della sezione commerciale del Tribunale, dove ricostruiva alleanze e accordi societari tra gli stessi nomi che ricorrevano nelle aule della giustizia penale. Dava fastidio, era scomodo, e per questo, probabilmente, è stato ucciso. Ma dava fastidio anche la sua felicissima intuizione, quella che aveva anticipato anni di indagini condotte anche con l’aiuto dei pentiti: fu l’unico, infatti, a parlare della frattura nella «commissione mafiosa» tra liggiani e «guanti di velluto», l’ala moderata. Una frattura che avrebbe aperto la strada alla guerra di mafia degli anni ’80, all’ascesa dei corleonesi, alla stagione delle stragi. Non a caso il suo omicidio fu il primo di quella strategia eversiva: “una strategia eversiva che aveva fatto – si legge nelle motivazioni della sentenza – un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa Nostra”. Quando si capiranno meglio le vicende di quegli anni, nel periodo cruciale attorno al 1979, si capirà la ragione specifica della morte di Francese (ogni delitto di mafia ha una sua causa scatenante), cronista con la schiena dritta assassinato per avere sempre fatto il proprio dovere scrivendo tutto quello che aveva saputo.

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GIORNATE DELLA MEMORIA

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S.Cataldo

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Saverio Lodato: La trattativa Stato-mafia e i cattivi maestri

lodato saverio cprof 0 c paolo bassanidi Saverio Lodato da antimafia 2000 29 dicembre 2018
I palermitani ricorderanno a lungo la serata del Biondo. C’erano Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, e Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani; Armando Sorrentino, avvocato penalista, e Nino Di Matteo.
Occasione, la presentazione del libro “Il Patto Sporco”, dal quale sono stati tratti i brani letti dagli attori Carmelo Galati e Claudio Gioè; moderava la serata Giorgio Bongiovanni, direttore di ANTIMAFIADuemila.
Era da oltre un quarto di secolo, dalla diretta televisiva Maurizio Costanzo-Michele Santoro, che non si vedeva il Teatro Biondo stracolmo di gente, attenta e partecipe, per dibattere della Trattativa che alcuni carabinieri del Ros, in testa Mario Mori, condussero con Totò Riina e i suoi sodali. Serata di rottura, per Palermo.
Serata di testimonianza.
Serata destinata a segnare un inizio di consapevolezza per una nuova antimafia finalmente libera da troppi Convitati di Pietra che proprio dell’antimafia ne avevano fatto una bella greppia per alimentare i propri interessi.
In seicento, l’altra sera al Biondo, per dire che non credono più alla favoletta che Cosa Nostra decimò la migliore classe dirigente siciliana ricorrendo solo ai propri strumenti criminali.
In seicento, per stringersi attorno a una persona per bene, Nino Di Matteo, diventato suo malgrado, il simbolo parafulmine di un’inchiesta, quella sulla Trattativa Stato-Mafia, quasi vertiginosa per l’altezza dei livelli di potere che chiamava in causa, quanto, proprio per ciò, tremenda e inaccettabile per il Potere.
In seicento, diciamo anche questo, per proclamarselo da soli, Nino Di Matteo, quale Siciliano dell’anno. Visto e considerato che il quotidiano on line, Live Sicilia ha ritenuto bene di non includerlo nella rosa dei suoi magnifici 10 proposti ai suoi lettori. Ma, guarda caso: proprio nell’anno in cui aveva raggiunto l’esito positivo della sua immane fatica.
Quanto è accaduto il 18 dicembre al Teatro Biondo ci dice tantissime cose.
Ci dice, innanzitutto, che il muro di gomma, il silenzio d’ordinanza, la ostinata e plateale negazione dei fatti, attorno agli argomenti di cui sopra, appaiono ormai ai palermitani, che non fanno parte delle lobby di potere cittadine, nient’altro che striminzite foglie di fico.
Per nascondere che?
Per nascondere ciò che ormai hanno capito gli italiani, e non solo gli italiani di Palermo e gli italiani di Sicilia: che Sporco fu il Patto, e ancora più Sporco è voler pretendere, ancora oggi, di nasconderlo.
Hanno i loro bei grattacapi, in questo momento, i colleghi di tante redazioni. E in particolare quelli della Redazione di Repubblica Palermo, convinti come sono che “se Repubblica non lo scrive, il fatto non sussiste”. Tanto che nelle loro cronache, la serata del Biondo non l’hanno neanche menzionata, facendo cosi giganteggiare, al loro confronto, il Giornale di Sicilia che invece se ne è accorto e ne ha scritto. Come si usa fare nei giornali.
Cari colleghi di Repubblica, il fatto sussiste, eccome se sussiste.
il patto sporco integraleSforzatevi di aprire gli occhi. E il fatto è che a Palermo si sta diffondendo uno spirito di insofferenza verso i Cattivi Maestri.
Un Cattivo Maestro è Mario Mori, condannato in primo grado a 12 anni, che va a pontificare sulla legalità a giovani studenti, approfittando dell’invito di una Preside che è sorella di Giuseppe De Donno, carabiniere coimputato come lui, condannato ad anni otto. E che, a margine della sua “lectio”, rende noto che prende pillole per tenersi in vita perché “vuole vedere morire i suoi nemici”.
Perbacco. Ma è materia da editoriali per mettere in guardia i ragazzi, cari colleghi di Repubblica. Giusto? O siamo esagerati?
Cattivo Maestro, o Cattivo Professore, fa poca differenza, è Salvatore Lupo, lo storico che, negando l’esistenza del ruolo che ebbe la mafia nello sbarco degli americani, qualcuno vorrebbe far diventare il sottile negatore della Trattativa di oggi, perché lui, negando la Trattativa di ieri, e quella dell’altro ieri, è come se dicesse: “Lo dicono gli archivi che nel 1944 Lucky Luciano diede un aiutino agli americani? E io me ne fotto”.
Cattivo Maestro, o, anche in questo caso Cattivo Professore, è Giovanni Fiandaca.
Ma come?
Dopo aver definito il processo sulla Trattativa durante cinque anni di dibattimento una “boiata pazzesca”, ora che si possono leggere le 5 mila e più pagine del presidente Alfredo Montalto e del giudice a latere Stefania Brambille, se ne esce di scena fischiettando, con l’aria di uno che passava da lì per caso?
Chi scrive non è all’altezza di giudicare questa mastodontica sentenza, ma capisce però che il professore avrebbe almeno il dovere professionale di spiegare innanzitutto ai suoi allievi universitari se sulla “boiata pazzesca” la pensa ancora allo stesso modo o nel frattempo ha cambiato idea. O chiediamo troppo?
Nel caso del Fiandaca e del Lupo per “Cattivi Maestri” intendiamo professori troppo pigri e negligenti nell’insegnamento ai loro ragazzi…
Sono tanti, come si vede, gli argomenti caldi squadernati dalla serata del Biondo.
Potremmo continuare, ricordando la commissione antimafia siciliana, presieduta dall’onorevole Claudio Fava, che in appena due mesi, pretenderebbe di fornire la sua verità cotta e mangiata di quanto accadde in via d’Amelio, mentre da vent’anni si susseguono ancora i processi.
Potremmo continuare con le famiglie di centinaia e centinaia di vittime delle stragi e dei delitti di Palermo, che oggi potrebbero dare un grandissimo contributo ai cittadini, che di mafia non vogliono più sentir parlare, dicendo cosa pensano della Trattativa Stato-Mafia. E l’esempio potrebbe venire – perché no – proprio da Fiammetta Borsellino, le cui parole avrebbero un peso speciale per gli altri familiari dello sterminio perpetrato da Mafia e pezzi dello Stato di allora.
Ma per far questo occorrerebbe un’informazione attenta e scevra da condizionamenti che si accorgesse di quanto le accade intorno.
Antonio Gramsci, nei “Quaderni dal carcere”, sosteneva che il Redattore capo di un giornale dovrebbe avere della città la stessa conoscenza che ha della città un Prefetto di Polizia.
Quando esisteranno simili redattori capo anche a Palermo, non scompariranno più dai radar dell’informazione serate come quella del Biondo, e i palermitani compreranno più giornali.
Ecco perché, nelle more, il teatro Biondo era stracolmo.

Foto © Paolo Bassani

saverio.lodato@virgilio.it

La rubrica di Saverio Lodato

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Teatro Biondo “Il Patto sporco”

47183454_1946788375358006_6865510359436886016_nSerata indimenticabile questa al Teatro Biondo con gli autori de “Il Patto Sporco”. Libro che descrive  una delle cruciali più vergognose pagine della nostra Storia: la trattativa Stato mafia;                                                                                                                                   Intervento di Carlo Smuraglia. 48423198_10217622833993608_3982583823366881280_n

E’ importantissimo che, dopo mesi di preoccupante silenzio sulla sentenza relativa alla trattativa Stato-mafia nella quale si parla del più grave depistaggio nella storia della nostra Repubblica, la Palermo democratica e diverse delegazioni delle ANPI siciliane si siano  mobilititate per una partecipazione entusiasta contro la mafia e per la difesa della democrazia.

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ESSERE ANTIFASCISTI OGGI IN UROPA

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