SOLIDARIETA’ PROF.SSA ROSA MARIA DELL’ARIA

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COMUNICATO STAMPA

Oggetto: Solidarietà Professoressa Rosa Maria Dell’Aria ( Palermo)

 

L’ANPI Sicilia esprime massima solidarietà nei confronti della Professoressa Rosa Maria Dell’Aria, oggetto di un inqualificabile provvedimento disciplinare, e manifesta grande preoccupazione per un’azione chiaramente indicativa della volontà di attentare alla libertà d’insegnamento ed alla libera espressione di pensiero.

La professoressa ha svolto il suo insegnamento nella convinzione che la Scuola non debba solo informare ma debba, essenzialmente, formare cittadini in grado di orientarsi nella realtà in cui vivono e di operare scelte ragionate e non sudditi pronti ad accettare qualunque forma di imposizione e di censura.

Nuove generazioni sprovviste di spirito critico e di autonomia di pensiero sono funzionali ad un esercizio distorto del potere.

Chiediamo che venga immediatamente annullato il procedimento disciplinare altamente lesivo dei principi di libertà, democrazia e solidarietà sanciti dalla nostra Costituzione, figlia della Resistenza.

Maria Letizia Colajanni Coordinatrice regionale scuole ANPi Sicilia

Dal prof. Fausto Clemente Presidente della sezione Anpi di Termini Imerese riceviamo:

COMUNICATO STAMPA.
Nell’esprimere alla professoressa  Rosa Maria Dell’Aria  la massima solidarietà, la sez ANPI e il Comitato 25 Aprile di Termini Imerese condividono le preoccupazioni di tutti coloro che, nelle modalità di intervento della burocrazia scolastica e della Digos al Vittorio Emanuele III di Palermo, vedono un attacco alla libertà di insegnamento e, più in generale, alla stessa libertà di espressione, ambedue costituzionalmente garantite.
La gravità di quanto è accaduto è accentuata dalla sequenza quasi quotidiana di episodi in cui legittimi comportamenti di liberi cittadini sono immediatamente troncati dall’intervento delle forze dell’ordine, mentre in tutto il Paese si moltiplicano manifestazioni di gruppi e organizzazioni di estrema destra in palese e provocatoria violazione delle norme che le vietano e le sanzionano. Colpisce in particolare la prontezza con cui un gigantesco apparato – che va da un sottosegretario sino all’Ufficio scolastico regionale, al direttore dell’ambito territoriale di Palermo e alla Polizia di Stato –  si sia mobilitato per “punire” una docente di specchiata carriera e un gruppo di adolescenti, colpevoli di avere accostato le leggi razziali del 1938 ai provvedimenti contro i migranti dell’attuale governo, che com’è noto hanno il loro principale assertore e sostenitore nel ministro degli interni e nel partito che rappresenta.
Provvedimenti e direttive in cui, non un docente e un gruppo di studenti, ma l’alto Commissariato delle Nazioni Unite ha individuato ripetute violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale e che dunque, nello stile della democrazia e nel rispetto delle prerogative della scuola, avrebbero tutt’al più potuto suggerire la richiesta di un ulteriore esame delle circostanze e delle opinioni. Nei termini in cui tutto è avvenuto non è possibile  sottrarsi alla sensazione di una sistematica azione di contenimento  – se non di vera e propria intimidazione – nei confronti di legittime valutazioni di fatti e di altrettanto legittime manifestazioni di dissenso e di critica, che costituiscono i presupposti irrinunciabili della convivenza democratica.
Mentre chiediamo a chi di dovere di accertare se la sanzione adottata dal direttore dell’ufficio scolastico di Palermo non abbia obbedito a sollecitazioni che travalicano le norme e le procedure che regolano l’addebito di responsabilità ai lavoratori della scuola, chiediamo anche l’immediata restituzione della professoressa Dell’Aria al suo insegnamento; invitiamo docenti e studenti a rafforzare la consapevolezza della fondamentale importanza della libertà culturale e didattica di chi studia e lavora nella scuola; ribadiamo che i principi costituzionali su cui è fondata la Repubblica non consentono che istituzioni e apparati dello Stato siano impegnati nella tutela di ruoli e posizioni politiche di parte, ma solo nella difesa dei diritti dei cittadini e del libero confronto democratico.

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MANIFETAZIONE DAVANTI AL LICEO VITT. EM. III

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Palermo, 17 maggio 2019

– -Condividiamo il testo di Romano Romano Luperini sul caso della prof.ssa Dell’Aria di Palermo:

I fatti di Palermo costituiscono una minaccia alla libertà dei cittadini e un attentato gravissimo ai diritti sanciti dalla Costituzione: la libertà di opinione e la libertà di insegnamento. Una insegnante è stata esclusa per quindici giorni dall’insegnamento e da parte dello stipendio (ridotto alla metà) per non aver vigilato su un video dei suoi alunni che accosta il decreto salviniano sulla sicurezza alle leggi razziali del 1938 (cosa peraltro pensata da almeno un terzo degli italiani).

Il fatto è di una gravità inaudita. Chi riteneva i gesti di intolleranza del nostro ministro degli interni delle innocue pagliacciate deve ripensarci. Questo atto di forza vuole intimidire non solo una categoria (gli insegnanti) ma tutti i cittadini. E che si sia partiti dai docenti non è casuale: sono loro che devono insegnare il rispetto dei diritti, la democrazia, la tolleranza, i principi della Costituzione antifascista. La scuola da sempre è un terreno di resistenza. Per questo è stata colpita per prima.

Questa prova di forza è solo un inizio, un ballon d’essai per vedere quanto avanti ci si può spingere sin da oggi nella fascistizzazione dello stato. Per questo esige una risposta pronta e decisa. Già gli insegnanti e gli studenti di Palermo, che sono subito scesi in sciopero, hanno reagito con decisione.

Nessuno sottovaluti quanto è successo. Di qui in avanti nessuno è più sicuro e, come è successo alla insegnante di Palermo, chiunque può trovarsi la Digos in casa o in classe. Si sta procedendo alacremente verso uno stato di polizia, e bisogna resistere, resistere subito con gli strumenti della democrazia ma con il massimo di determinazione.

Romano Luperini

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L’ANPI PALERMO E LE ANPI SICILIANE DANNO L’ADDIO AL PARTIGIANO PEPPINO BENINCASA

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ANPI Palermo “Comandante Barbato”
Comunicato Stampa
Nella notte tra il 17 e il 18 maggio si è spento a Cliffside Park, New Jersey, il cavaliere della Repubblica Giuseppe Benincasa di Castronovo di Sicilia, meglio noto come zio Peppino, partigiano dell’ANPI, che il 20 settembre 2013 ha deposto a Roma al processo contro il generale nazista Alfred Stork, imputato di concorso nella strage di Cefalonia. Spirito libero e nemico giurato di ogni forma di autoritarismo, Giuseppe Benincasa aveva soli 10 anni nel 1932, quando il Podestà di Castronovo lo inviò nel Convento di San Martino delle Scale per le sue simpatie verso i pochi antifascisti del paese, e lo tenne lontano dal paese per diversi anni. Nel settembre 1943 si trovò coinvolto nell’inferno di Cefalonia e sopravvisse per puro miracolo all’eccidio del suo reggimento accerchiato dai nazifascisti. Dopo la liberazione dell’Isola, si traferì nei territori continentali della Grecia, dove si unì alle formazioni partigiane dell’ELLAS, con i cui capi si tenne in contatto persino ai tempi della dittatura, anche perché aveva sposato una ragazza di Cefalonia: Maria Lalli, dalla quale ha avuto due figli. Emigrato negli Stati Uniti, Benincasa è tornato tutti gli anni a Castronovo e a Cefalonia. Nel 2008 ha scritto le sue memorie “Memorie di Cefalonia. La guerra volutamente dimenticata e il martirio della Divisione “Acqui”, edite dalla tipografia Edilgrafica di San Giovanni Gemini, successivamente pubblicate dall’Istituto Poligrafico Europeo nella collana “Quaderni dell’ANPI Comandante Barbato”, diretta da Giuseppe Carlo Marino. Frattanto l’autore era insignito del Premio Acqui e il 2 giugno 2012 gli veniva conferita solennemente l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. La sua scomparsa è una grave perdita per la democrazia e l’antifascismo. Additarne l’esempio alle generazioni presenti e future, per l’ANPI Palermo “Comandante Barbato”, non è solo un dovere istituzionale in omaggio a un partigiano che ha consacrato la vita agli ideali della libertà, ma una necessità per far crescere la coscienza antifascista in un momento in cui il neo fascismo si fa giorno dopo giorno sempre più aggressivo e trova coperture in ambienti che – in ossequio ai dettami costituzionali – dovrebbero combatterlo e invece fanno di tutto per ridimensionarne la pericolosità.
Palermo lì 18 maggio 2019

 

L’altro ieri 20 settembre Giuseppe Benincasa ha deposto al processo contro il generale nazista Alfred Stork per le stragi di Cefalonia, pubblico ministero Marco De PaulisProcuratore della Repubblica presso il tribunale militare di Roma. Erano presenti diversi familiari delle vittime costituitisi parte civile compresa l’ANPI. Ieri 21 settembre ricorreva proprio il 70° anniversario della strage nella quale fu coinvolto il nostro partigiano. Francesco Ciminato per l’ANPI Palermo ha fatto da scorta d’onore al nostro carissimo sopravvissuto alla strage, poi a fianco dei partigiani greci dell’Ellas, insignito dell’onorificenza di ‘Cavaliere della Repubblica’ nel 2012, autore del diario “Memorie di Cefalonia” vincitore del premio ACQUI, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo nella collana “Quaderni dell’ANPI Comandante Barbato” diretta da Giuseppe Carlo Marino.

Il compagno Franco Ciminato ci informa che stanotte negli USA il nostro carissimo  partigiano Peppino Benincasa è  venuto a mancare dopo una caduta e rottura di 3 costole avvenuta 15 giorni fa.  COMMOSSI RENDIAMO  ONORE IMPERITURO AL PARTIGIANO Peppino Benincasa. Chi ha avuto la fortuna e l’onore di incontrarlo sa come la sua intelligenza sprigionasse un profondo amore per la vita e per la libertà.  Antifascista sotto il fascismo fin da ragazzino e per questo fatto rinchiudere dal podestà  di Castronovo, prima in un riformatorio e poi nella casa di correzzione di via Dante a Palermo. Sopravvissuto alla strage di Cefalonia viene accolto dalla resistenza greca Ellas. Importante la sua testimonianza presso il Tribunale militare di Roma sui crimini nazifascisti relativi alla strage di Cefalonia. La sua morte rappresenta una grande perdita per la Resistenza Italiana.
Il suo profondo amore per la giustizia e per la libertà rimarrà per tutti uno straordinario messaggio di fratellanza  e di impegno civile contro ogni violenza fascista e per la difesa della dignità umana.
Angelo Ficarra vicepresidente ANPI Palermo
 

Il cavalier Benincasa, già zzu Pippinu l’americano

 

di Giuseppe Oddo

 

 

Se ancora oggi stento a crederci io che, oltre allo zzu Pippinu (classe di ferro 1922), conosco bene anche il fatto e l’antefatto, è facile immaginare come avrà accolto la notizia la buonanima di suo nonno Calò Gentile, quando gli fu trasmessa non so da quale diavolo dell’inferno. Eppure, con nota del 14 febbraio 2012 [festa degli innamorati, ndr], il prefetto di Palermo aveva già scritto così all’Ill.mo Signor Giuseppe Benincasa, via Tramontana n. 20, Castronovo di Sicilia:

 

Egregio Cavaliere,

 

mi è gradito comunicarLe che con decreto del Presidente della Repubblica in data 27 dicembre 2011, la S. V. è stata insignita dell’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Nell’esprimerLe il mio più vivo compiacimento, sarò lieto di consegnarLe l’onorifica distinzione non appena sarà pervenuta.

Umberto Postiglione

 

Ma l’interessato potè ricevere la missiva solo dopo alcuni giorni, grazie agli amici del Municipio che gliela trasmisero tramite internet al suo domicilio statunitense. È d’altronde risaputo che il vegliardo nostro sverna nell’altra sponda dell’Atlantico per tornare in Sicilia, come le rondini, solo in primavera, se gli va bene. Altrimenti alla vigilia della festa di San Pietro, che per quanto scaduta, rimane pur sempre un evento di tutto rispetto per i castronovesi stanziali e per quelli sparsi nel mondo. È superfluo aggiungere che un minuto dopo aver ricevuto la bella nuova, lo zzu Pippinu si attaccò al telefono per metterne a parte con una punta di malcelato orgoglio i parenti e gli amici più cari, compreso chi scrive. Gli restò solo il rammarico di non potere informare nessuno dei fratelli e delle sorelle (l’ultima delle quali morì ultracentenaria sette o otto anni fa), né tanto meno suo nonno, che gli aveva fatto da padre negli anni dell’infanzia quando era già gran ventura se si poteva mangiare tutti i giorni pani e sputazza.

Che sagoma nonno Calò! Campiere sì, ma leccapiedi mai! Grazie a Dio, Caliddu Gentile aveva giurato di non scadere a quel livello fin dall’età di quattro anni, quando (dovendo rinunziare al latte della madre) fu costretto ad imparare in fretta e furia tutte le strategie di sopravvivenza sperimentate con successo nella Sicilia interna, dove il proverbio più in voga era: Inchi la panza e ghinchila di spini. Nel 1860 si arruolò con Garibaldi e lo seguì fino a Milazzo e due anni dopo anche in Aspromonte gridando a squarciagola: O Roma o morte! Mafioso forse un po’ lo era, Calò Gentile. Altrimenti non sarebbe mai diventato campiere nel feudo Savochella del barone Agnello di Siculiana. Ma se lo era, apparteneva a quella maffia scarsa che non infieriva mai sui contadini costretti dalla fama a rubacchiare qualche covone di grano ancora da dividere con il padrone. Anzi, Calò li invitava a far tesoro del detto arrubbari a cu’ ha arrubbatu nun è piccatu, che molti anni dopo riecheggerà ammantato di sociologismo negli espropri proletari in ambiente urbano. A furia di ripeterlo, Calò Gentile finì coll’inimicarsi l’alta mafia dei monti Sicani, che il 22 aprile 1904 fece trovare la presunta testa del bandito Varsalona in avanzato stato di decomposizione appesa ad una pertica nei pressi delle case grandi del feudo Savochella, alle falde del monte Cammarata, e soprattutto il barone Agnello, che (avendo messo una taglia di 5.000 lire sul feroce masnadiero) diede il campiere in pasto alla giustizia, facendolo condannare a quattro anni di reclusione.

Ma nemmeno il carcere valse a fargli togliere dalla testa che arrubbari a cu ha arrubbatu nun è piccatu, motto destinato a diventare anche stella polare del primo Peppino Benincasa. Il quale, sveglio com’era e aperto a tutte le esperienze, già all’età di otto anni godeva della stima dei pochi antifascisti di Castronovo e segnatamente del dottore Baldassare Pace e degli avvocati Morici e Giovanni Buttacavoli, che volevano iniziarlo alla massoneria. Ma da quest’orecchio il ragazzino non ci sentiva. Era invece più che propenso a collaborare con loro tutte le volte che decidevano di organizzare uno scherzo di cattivo gusto ai gerarchi del Fascio, a cominciare dal segretario politico don Eugenio Landolina, meglio noto come don Rodrigo per i suoi metodi autoritari e il malvezzo di schiaffeggiare in pubblico chiunque non si prestasse ai suoi voleri o mostrasse tiepidezza verso l’alta missione cui era chiamata la Patria guidata dal duce predappiano. E ne sapeva qualcosa lo stesso Peppinello Benincasa, che più di una volta ricevette ceffoni e calci nel sedere perché reo di aver tentato di difendere i ragazzini più deboli dalle prepotenze dei coetanei.

Anche per questo, l’amato nipotino di Calò Gentile divenne longa manus degli antifascisti fino al punto da improvvisarsi postino e attacchino dei manifesti scritti a mano che raccontavano in rima baciata le prodezze di don Rodrigo e dei suoi lacchè con gli stivali lucidi, il frustino di cuoio intrecciato e la camicia nera. Ma non gli faceva difetto lo spirito di iniziativa. Dopo aver studiato le abitudini dei gerarchi, che si riunivano nella chiesa sconsacrata di Sant’Onofrio, nella centralissima piazza Pepi, una sera del 1932 quel diavoletto aspettò che fossero spenti i fanali ad acetilene per piazzare un asinello davanti alla porta in modo da farci sbattere il muso al primo fascista che usciva dal locale. Lo scherzo riuscì a meraviglia e l’indomani tutta Castronovo sapeva che uno dei più stretti collaboratori di don Rodrigo si era abbracciato nottetempo con il camerata che raglia. Ad avvisare la popolazione era stato un cartello anonimo affisso alla porta del Fascio, nemmeno a dirlo, dal piccolo Benincasa. Tra i primi a saperlo fu il podestà, che (per placare l’ira di don Rodrigo) non perse tempo a spedire il ragazzino per punizione nel Convento di San Martino delle Scale.

Ora, mentre il nonno Calò s’imbufalì, lo zzu Pidduzzu Benincasa (padre del birbantello) plaudì all’iniziativa: una bocca in meno da sfamare significava un dono della misericordia divina. Ma era così cinico papà Benincasa? Un fascista bigotto e fanatico? Neanche per sogno, a voler credere al figlio oggi cavaliere al merito della Repubblica Italiana: «La mia infanzia non è stata felice – confessa nell’incipit di un suo libro di memorie, cui ho avuto l’onore e il privilegio di scrivere la prefazione –. Penultimo di una famiglia di dodici figli, a cui la Provvidenza non ha fatto mancare mai il necessario, ho sempre dovuto lavoricchiare per cercare di sbarcare il lunario. Mio padre tirava la carretta attraverso lavori saltuari e di manovalanza. Era povero di roba ma ricco di dignità. Gestiva una trattoria e percepiva un piccolo emolumento dal Municipio per il ruolo di capo della banda musicale locale e per la formazione dei giovani musicanti. Nonostante il fascismo agevolava le famiglie numerose con piccoli sussidi, mio padre non lo volle mai accettare».

Né il plauso del fiero genitore al provvedimento podestarile poteva esser scambiato per segno di resa. Il vero è che papà Benincasa temeva che presto potesse venirgli a mancare il sostegno del suocero Calò Gentile, ormai più che novant’anni (ma destinato a mantenersi in vita fino al 1940), e voleva assicurare al figlio almeno il diritto alla vita e la possibilità d’imparare un mestiere come Dio comanda. Ci riuscì e non mancò di adoperarsi affinché, dopo due mesi di soggiorno a San Martino delle Scale, Peppinello fosse trasferito in un Ospizio di beneficenza, a pochi passi dal Politeama di Palermo, dove rimase ben nove anni, apprese il mestiere di falegname e imparò a suonare la tromba così bene da essere poi richiesto come «solista» da diverse bande musicali delle province di Palermo e Agrigento. Successivamente, il lungo e drammatico soggiorno in un’isoletta del greco mar da cui vergine nacque Venere e l’amore filiale per quel prezioso scrigno della storia che è il territorio della sua Castronovo ne faranno un poeta di tutto rispetto e un bravo archeologo, nella più rigorosa tradizione dei tombaroli pentiti (Cfr. La Sicilia, 12 settembre 2009).

Ai nostri fini interressa però ricordare per il momento che Peppino Benincasa potè lasciare l’ospizio di beneficienza solo il 10 giugno 1941, giusto in tempo per presentarsi alla visita di leva. «Risultato idoneo – racconta lui stesso –, fui messo in congedo provvisorio». La fortuna sembrava essere finalmente dalla sua parte, ove si consideri che l’Italia era entrata in guerra da più di un anno. Ma la pacchia durò solo sei mesi. Il 2 febbraio 1942 fu chiamato alle armi e destinato al 36° Reggimento di Fanteria motorizzata della Divisione Pistoia. E da qui, dopo aver dimostrato di saper suonare la tromba, eseguendo magistralmente la Casta diva della Norma di Bellini, fu trasferito alla Compagnia Comando e aggregato alla banda musicale del Reggimento. Nel mese di settembre passò al 317° Reggimento Fanteria della Divisione Acqui, di stanza a Zante, occupata dall’Italia sin dal 1941. E per alcuni mesi se la spassò come non gli era mai capitato prima: donne, buon vino, esibizioni musicali in piazza, tra «un busto in bronzo di Ugo Foscolo e una statua del poeta greco Solomos». Mamma, canzone allora in voga nel nostro paese, divenne anche per merito suo in breve tempo «l’inno dell’isola di Zante».

Ma il 13 febbraio 1943, la compagnia Comando e il corpo bandistico del 317° Reggimento furono trasferiti a Cefalonia. Il grosso della forza lasciò Zante alla fine dello stesso mese. La prima tappa fu Argastoli; la destinazione successiva Balsamata, dove avrebbe conosciuto la bellissima Maria Lalli (sua futura sposa) e alcuni esponenti del movimento partigiano ellenico. A giugno il vecchio comandante della Divisione Acqui passò il testimone al generale Antonio Gandin. Con l’arrivo delle reclute della classe 1923 l’insieme della forza risultò composta da circa 12.000 uomini. A supportare l’occupazione degli italiani c’erano circa 1.800 soldati tedeschi, perlopiù criminali comuni ai quali era stato offerto l’arruolamento come alternativa al carcere. I rapporti tra i due eserciti all’inizio furono buoni; le cose cambiarono bruscamente dopo l’8 settembre, in conseguenza dell’armistizio che il generale Pietro Badoglio firmò con l’Inghilterra, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. I fatti suono troppo noti per ritornarci.

Vale nondimeno la pena ricordare che la notte stessa arrivò un fonogramma dal generale Vecchiarelli (comandante delle truppe stanziate in territorio greco), che recitava: «Seguito conclusione armistizio, truppe italiane […] seguiranno seguente linea condotta. Se tedeschi non faranno atti di violenza armata, italiani non dico non rivolgeranno armi contro di loro, non dico non faranno causa comune con ribelli né con truppe angloamericani che sbarcassero. Reagiranno con forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare». Il giorno dopo lo stesso Comando Generale sollecitava l’esercito a cedere le armi ai tedeschi e a lasciare gli avamposti presidiati. Indeciso sul da farsi, il generale Gandin cercò di prender tempo. In qualche misura ci riuscì, offrendo come segno pacificatorio ai tedeschi il controllo delle alture al centro dell’isola. Ma il risultato fu che il 10 settembre gli ex alleati presentarono un ultimatum che imponeva alle truppe italiane di consegnare le armi nella piazza centrale di Argastoli, davanti all’intera popolazione. Nel frattempo dalla terraferma greca cominciarono ad arrivare notizie contraddittorie: se intere divisioni dell’esercito italiano si arrendevano ai tedeschi, i militari della “Pinerolo” andavano ad ingrossare le file dei partigiani greci, che controllavano i monti.

Anziché seguirne l’esempio, il 14 settembre il generale Gandin chiamò tutti i soldati della Divisione Acqui a pronunziarsi in un referendum con tre ipotesi: 1) arrendersi, 2) schierarsi a fianco dei tedeschi, 3) combattere contro di essi. La risposta fu quasi unanime: Guerra ai tedeschi! Il Governo presieduto da Badoglio frattanto invitava con un fonogramma a rivolgere le armi contro gli ex alleati. A mezzogiorno il generale Gandin comunicava l’esito del referendum; e così ebbe inizio l’inferno di Cefalonia. Il 15 settembre il Comando Supremo dell’esercito tedesco inviò nell’Isola nuovi battaglioni, che appoggiati dall’aviazione e sfruttando il vantaggio acquisito dal controllo delle alture, ridussero in pochi giorni all’impotenza il nostro esercito; tanto che il 22 settembre il generale Gandin convocò un Consiglio di Guerra, che si concluse con la decisione di arrendersi ai tedeschi. I soldati italiani catturati furono fucilati per ordine di Hitler. La belva teutonica non si acquietò il giorno successivo, nel corso del quale il bilancio dei militari italiani fucilati arrivò a circa 4.500 soldati e 155 ufficiali; molti altri nostri connazionali, tra i quali 129 ufficiali (compreso il generale Gandin), furono passati per le armi tra 23 e il 28 settembre. Sommando anche i morti per il successivo affondamento di tre navi, le vittime italiane ammonteranno a più di 9.400.

Addetto alla difesa della Compagnia Comando, Peppino Benincasa durante una rischiosa missione fu ferito leggermente ad una gamba da una scheggia di bomba sganciata dall’aviazione tedesca. Ma non andò a riposarsi: benché dolorante non potè sottrarsi né alle marce forzate né, tanto meno, alla cattura da parte del nemico, che non mostrò certo particolari riguardi verso di lui, a giudicare da come un soldato tedesco gli strappò dal collo una collana con una medaglietta dorata della Madonna, credendo che stesse per appropriarsi di chissà quale tesoro. «Il bastardo – racconta lui stesso – me la sfilò con forza dandomi uno spintone. Caddi a terra insieme alla catena, il piastrino e la medaglietta […]. Mi venne un impeto di reazione, ma i miei compagni mi fermarono. Fu forse il destino, ma quella caduta fu la mia salvezza. Indolenzito e pieno di rabbia, a digiuno da due giorni e senza dormire, mi addormentai per terra. Non so quanto tempo passò, nel dormiveglia sentii una voce: “In marcia”. A seguire sentii una raffica di spari e i miei commilitoni che si accasciavano su di me. Gli spari si confondevano con le urla ed i lamenti dei miei commilitoni, che cadevano come birilli. Io fui travolto da quell’immenso peso umano che mi cadde addosso. Rimasi schiacciato da tanti corpi oramai privi di vita, non riuscivo a muovermi. Svenni per il dolore e per la disperazione. Al risveglio era buio, mi trovai pieno di sangue con cadaveri addosso ed intorno. Ancora indolenzito e sporco di sangue e con il dolore alla gamba, con la febbre, facevo fatica a reggermi in piedi. Provavo a camminare carponi ma gli sterpi mi ferivano le mani. Non avevo altra scelta, dovevo raggiungere Balsamata, se volevo salvarmi». Si salvò, con l’aiuto degli isolani e in particolare di uno dei suoi migliori amici, Giorgio Rasis, che lo metterà presto a contatto con i capi della resistenza greca.

Queste e tante altre cose (compresi alcuni affreschi di vita quotidiana e costumi ellenici) Peppino Benincasa (che pure aveva frequentato solo la terza classe elementare) ha avuto modo di raccontarle nel libro autobiografico Memorie di Cefalonia. La guerra volutamente dimenticata e il martirio della Divisione “Acqui” (San Giovanni Gemini s. d., ma 2007), avvalendosi anche del supporto morale e culturale di chi scrive e dei nostri comuni amici prof. Franco Licata e dott. Mario Liberto, che ne hanno curato la pubblicazione. Di più, il prof. Licata, già sindaco di Castronovo e allora presidente dell’Associazione Culturale Kassar, scrivendo una pur breve presentazione del libro ha tenuto a precisare che «fra i meandri di quella “sporca” guerra con tutti i rovinosi effetti, lui [lo zzu Pippinu] riesce a cogliere le pur poche positività: la solidarietà e l’accoglienza del popolo greco, che hanno raggiunto il loro culminante epilogo nel grande amore per Maria Lalli, sua unica dea ed insostituibile compagna di vita». È appena il caso di aggiungere che la bellissima «greca», ormai nel mondo dei più, ha trovato la sua ultima dimora molti anni fa nel piccolo cimitero di Castronovo. Per questo motivo il cavaliere errante torna tutti gli anni nella terra natia e non manca di fare una capatina a Cefalonia, dove Maria aveva ricevuto in eredità dai genitori una casetta e piccolo appezzamento di terra.

E si noti che il suo frenetico andirivieni tra il nuovo e il vecchio mondo, la Magna Grecia e le isole egee non soddisfa appieno la sua sete di periodica innovazione ambientale, che ancora alla sua veneranda età lo porta pure dal New Jersey in California, dalla Sicilia in Calabria, a Roma, a Venaria reale, ovunque ci siano parenti ed amici da abbracciare o cose nuove da vedere. Il che lo ha fatto apparire troppo spesso stravagante e raccontafavole da strapazzo. Prova ne sia che fino a pochi anni addietro non erano molti i castronovesi disposti a credere alla storia della sua miracolosa salvezza dalle mitragliate tedesche. Non a caso quando presentammo il suo libro nella stessa piazza Pepi dove ottanta anni prima il futuro cavaliere aveva fatto abbracciare il gerarca fascista con il camerata con la coda, c’era moltissima gente ma i castronovesi brillavano per assenza e, tra i pochi che assistevano, ce n’erano pure alcuni con la faccia ridanciana.

Ma intanto le sue Memorie conquistavano nuovi lettori, andavano a ruba tra gli addetti ai lavori, trovavano spazio nelle migliori biblioteche e nelle librerie private di almeno due continenti. Davano il la ad importanti iniziative come la festa e le attestazioni di stima che i castronovesi residenti a Venaria Reale hanno riservato il 15 ottobre 2011 a Peppino Benincasa e alla memoria di quella straordinaria donna che era stata sua moglie, in onore dei quali vollero organizzare un originale spettacolo teatrale (costruito dal regista Scibetta sul filo delle Memorie di Cefalonia) e una commovente recita delle poesie d’amore che il romantico poeta aveva dedicato alla sua bellissima greca. Ma già prima l’opera del Benincasa aveva richiamato alla memoria le gesta di più di un eroe dimenticato. Può testimoniarlo anche chi scrive. Nel libro (p. 48) c’è scritto:

 

Dal mio compaesano Vincenzo Tirrito, inteso Tuppo, e dal tenente Giuseppe Triolo, durante la mia latitanza da partigiano greco ELLAS, mi raccontarono delle gesta del capitano Antonino Verro di Corleone.

Questi era imparentato con Bernardino Verro, tra i fondatori dei Fasci siciliani, sindaco di Corleone, socialista trucidato nel 1915 dalla mafia. Antonino Verro era comandante della I batteria di accompagnamento. Partito da Argostoli per raggiungere Sami con il I battaglione del 317° Reggimento Fanteria Acqui, durante il trasferimento, a causa degli attacchi aerei degli stukas, perdette sia uomini che mezzi.

A causa del contrattempo arrivò in ritardo per la battaglia. Il battaglione era già schierato per la battaglia del ponte Kimonico ed aspettava l’artiglieria. Il capitano Neri, subentrato nel comando del battaglione al maggiore Salemi, era ferito, ed essendo il Verro il più alto in grado, prese il comando di tutte le truppe. Il battaglione era già in grosse difficoltà dietro l’incalzare del battaglione tedesco, e allo scoperto per essere colpito dagli stukas. Il capitano, insieme al tenente Giuseppe Triolo, mio comandante di compagnia, dopo capo partigiano, cercarono di riorganizzare il battaglione con una mossa a sorpresa. Nei pressi di Divarata, il Verro, insieme ad alcuni volontari, cadde in una imboscata. Fu fucilato immediatamente e senza processo, nei pressi di un viottolo di montagna. L’ultima notte il capitano Verro l’aveva trascorsa in una bettola del paese di Divarata, ancora oggi esistente e trasformata in un negozio di formaggi locali.

 

Quando lessi per la prima volta questo passo, telefonai ad un mio amico corleonese per chiedergli cosa ne sapesse dell’eroico suo compaesano. Ma sarà stato per ragioni anagrafiche o forse perché nel paese dei Santi Leoluca e Bernardo la gente ricorda meglio i nomi dei vari Navarra, Liggio, Reina e Provenzano, fatto sta che sprecai il fiato e il costo della telefonata. Poco propenso però come sono ad alzare bandiera bianca, provai a chiedere lumi anche alla signora Rosellina Bentivegna Rizzo e, con mia immensa gioia, appresi che il capitano Verro era sangue del suo stesso sangue, come lei discendente diretto di Stefano Bentivegna, fratello del più noto eroe risorgimentale fucilato a Mezzojuso il 20 dicembre 1856. Né la cosa finì lì. La signora Rizzo informò le due cugine Verro (una delle quali vive in Lombardia) e le mise a contatto con il Benincasa. Il passo successivo fu una visita che la stessa Rizzo e le due cugine fecero a Benincasa a Castronovo, il quale non solo fu lieto di averle sue ospiti gradite, ma colse l’occasione per invitarle a compiere insieme una sorta di “pellegrinaggio” a Cefalonia, fino al ponte Kimonico, muto testimone della barbarie nazi-fascista. Nell’estate successiva il futuro cavaliere si ritrovò puntualmente assieme a Rosy Verro (residente in Lombardia) e alla cugina Rosa Verro Moscato sul ponte della memoria. Rosellina Bentivegna non potè andarci.

Ma rimediò il 10 novembre 2011 quando, prendendo spunto proprio dall’opera del Benincasa, per iniziativa di chi scrive l’Istituto Gramsci Siciliano organizzò nella sala di lettura della propria biblioteca un convegno presieduto dal suo presidente prof. Salvatore Nicosia, cui parteciparono, oltre al nostro, altri due reduci dell’eccidio di Cefalonia: l’ingegnere Giorgio Lo Iacono di Piana degli Albanesi e Fortunato Basile di Baucina. Di un terzo sopravvissuto (Salvatore Li Causi, nato pure a Baucina ma residente a Villafrati) c’erano i familiari. Ebbene, in quella memorabile occasione furono presenti, tra molti altri, il console di Grecia Renata Lavagnini, insigni docenti e studiosi di lingua e letteratura greca, antica e moderna, come il prof. Vincenzo Rotolo e Antonella Sorci (autrice di un opuscolo, Mamma torno a casa, che raccoglie le ultime testimonianze al femminile del barbaro eccidio del 1943), il prof. Franco Licata, il prof. Nino Conti (nuovo presidente dell’Associazione Kassar), una numerosa delegazione dell’ANPI di Palermo “Comandante Barbato”, guidata dal segretario Angelo Ficarra e da Giorgio Colajanni, figlio del compianto Pompeo, l’ardimentoso siciliano che nel 1945 liberò Torino dall’occupazione nazi-fascista. Assieme a tutti queste e molte altre personalità, le due cugine Verro e Rosellina Bentivegna.

Vale la pena di aggiungere che in quell’occasione si apprese tramite una ricerca del sottoscritto che il capitano Verro era stato insignito della medaglia d’argento alla memoria. Di più, i parenti seppero che Salvatore Li Causi (classe 1921), rimasto a Villafrati per difficoltà motorie, era stato cuciniere del loro eroico congiunto e che, ritornato in Sicilia, un giorno saltò sul glorioso trenino a scartamento ridotto per portare le condoglianze e i più sinceri attestati di stima alla signora Rosalia Bentivegna, madre del glorioso caduto. Ma appena vide la foto del suo capitano, il mio vecchio amico Turiddu Li Causi si commosse fino alle lacrime e non potè più spiccicare una parola. In segno di riconoscenza, prima che finisse il 2011, le due cugine Verro andarono a ringraziare l’anziano reduce di Cefalonia nella sua umile residenza villafratese.

Negli stessi giorni l’ANPI di Palermo annunziava solennemente la decisione di dare la tessera onoraria a tutti i reduci di Cefalonia presenti (direttamente o indirettamente) al Convegno del 10 novembre. Ma già prima l’avvocato Giulio Tramontana (originario di Castronovo) aveva avanzato formale richiesta di conferire l’onorificenza di Cavaliere all’Ordine della Repubblica Italiana a Giuseppe Benincasa. Il 27 dicembre il presidente della Repubblica firmava il decreto. Il 2 giugno, festa della Repubblica, nella prestigiosa cornice del trecentesco Palazzo Sclafani, l’umile falegname di Castronovo riceverà l’onorifico attestato. Auguri di cuore, zzu Pippi… pardon cavalier Giuseppe Benincasa! Onore e gloria al grande presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che pochi giorni fa ho visto sfilare commosso per le vie di Corleone in occasione dei funerali di Stato per Placido Rizzotto e il 2 giugno mostrerà ancora una volta la sua faccia pulita e rassicurante nelle principali strade di Roma Capitale!

Giugno 2012

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“QUESTA MATTINA MI SON SVEGLIATA…”

Giusi Leone è con Giuseppe Carusotto,  Enzo Giuliana e altre 2 persone.

“QUESTA MATTINA MI SON SVEGLIATA…” e ancora mi sono resa conto che, spesso, dimenticando, alimentiamo l’oblio della nostra appartenenza storica a una condizione sia essa di matrice sociale o etnica, politica o economica o culturale e altro ancora… Condizione che ci tributa “quello” che siamo e ci identifica rendendoci al nostro modus pensanti.
Non ho ritirato la mia bandiera tricolore. Ho lasciato che continuasse a sventolare. Quasi a procrastinare la scomparsa di quella passione e di quel coinvolgimento “resistente” che ieri proclamavano il 25 Aprile. Un tentativo, forse, di suscitare pensieri e ancora sollevare voci unanimi verso quella coralità di testimonianze che annullano il silenzio che l’ignoranza adduce.
La mancata conoscenza e l’IGNORARE fatti e storie che ci appartengono è grave, porta all’indifferenza.
Molti interventi e post e articoli, sui diversi siti web, hanno chiaramente esposto qual è la “condizione” che definisce lo status del popolo italiano oggi. Sommerso così com’è da un’ignoranza imperante e da forti venti comunicativi devastanti e frequentemente “malamente” formativi.
Premesso ciò, volevo semplicemente ricordare un altro aspetto della nostra storia locale che, ieri, è stato completamente obliato dalla comunità. Un aspetto molto importante che rende, anche, Delia partecipe e protagonista di quel tanto discusso movimento di opposizione e lotta, di cui tanto ieri si è parlato, al mondo conosciuto come RESISTENZA e che, in maniera incontestabile, ha portato tutti noi alla libertà e alla democrazia.
Alla Carta Costituzionale sono addebitati «anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta» e facendo appello alle parole di Piero Calamandrei è MIO DOVERE di cittadina “libera” ricordare i nomi di GABRIELE e LORENZO LOMBARDO, figli di Delia, eroi della Resistenza e martiri per la libertà.
Durante il ventennio fascista molti deliani antifascisti furono costretti ad emigrare in Francia, a causa della disoccupazione e per sfuggire alla repressione.
Alcuni di essi parteciparono poi alla Resistenza Francese scrivendo una pagina gloriosa di LOTTA PER LA LIBERTÀ:
Gabriele e Lorenzo Lombardo emigrarono in Francia in cerca di lavoro, con le rispettive mogli, le sorelle Auria di Sommatino.
Le atrocità della guerra li toccarono così profondamente che decisero di entrare a far parte della Resistenza Francese alla quale aderirono coerentemente.
Furono arrestati l’11 novembre 1943 a Grenoble dove stavano partecipando ad una manifestazione patriottica.
In seguito furono trucidati dagli invasori Tedeschi a Hradisko U Prahy, in Boemia, l’11 Aprile 1945. Pochi giorni dopo la loro esecuzione l’armata Rossa liberò il campo ove erano stati rinchiusi.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Pertanto, se noi vogliamo andare nel luogo dove è testimoniata la nascita della la nostra Costituzione, rechiamoci a VILLA FLORA ove un monumento attende gli onori dei vivi.

*

Ad onor del vero
Giusi Leone

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25 APRILE 2019

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E’ stata una giornata meravigliosa, gioiosa, felice. E’ una giornata che è iniziata allo scoccare della mezzanotte del 24 a piazza Bellini con uno straordinario coro del Bella ciao, grazie ai meravigliosi ragazzi di Marco e Tecla piccola di ARCI Tavola Tonda; davamo il nostro  benvenuto al giorno  della Liberazione dopo la ormai tradizionale serata “felici di cantare e di ballare”. La gioia era espressa da una serena determinazione di volerci essere. Un corteo enorme; di anno in anno sempre più alta la partecipazione di giovani,di famiglie intere. Quest’anno dalla scalinata del Teatro Massimo hanno preso la parola due meravigliosi giovanissimi: Marta Sabatino e lo studente Zanghi. Una determinazione positiva e univoca si legge negli occhi di tutti, un monito: nessuno pensi di scalfire la democrazia repubblicana sancita dalla nostra Costituzione. Questa determinazione trae sempre più alimento dalla conoscenza della nostra storia; la storia delle nostre lotte per la difesa della dignità umana, della democrazia. della solidarietà e della pace. af

 

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25 APRILE A PALERMO

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 RESISTENZA: OGGI DOMANI SEMPRE.

 

Difendiamo i valori di libertà, giustizia, solidarietà e pace che hanno animato la lotta di Liberazione e sui quali si fonda la Costituzione della Repubblica Italiana per un rinnovato impegno contro ogni forma di fascismo.

Il 25 aprile del 1945 l’Italia venne liberata dai nazifascisti con una lotta che vide fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti del Nord e del Sud, di diversa fede politica e religiosa. Da lì la democrazia italiana ha iniziato il suo cammino, da lì è nata la nostra Costituzione.

Sono passati oltre 70 anni da quella data e oggi il paese e la sua democrazia corrono grandi pericoli.I tentativi di scrivere un’altra storia, i germi dell’autoritarismo e le pressioni anti-democratiche puntano a stravolgere la Costituzione e a consegnare i diritti, i valori, gli ideali a sovranismi e neo-fascismi, ribaltando il significato intrinseco del concetto di sovranità popolare declinandolo con una visione escludente e autarchica, che semplifica la complessità: si alimentano così xenofobia e razzismo, si inietta continuamente la paura del diverso, si apre la guerra tra poveri, si crea un clima d’odio e di insicurezza. Una società autoritaria, che disconosce i diritti sociali e civili, che non valorizza le differenze di genere, che emargina, che disconosce la solidarietà, che discrimina chi non risponde ai canoni imposti, che non contrasta la violenza e la cultura mafiosa, che attacca la scuola e la giustizia, che svalorizza il lavoro mentre non fa nulla per contrastare le crescenti disuguaglianze e differenze sociali, che allarga l’area della povertà mentre concentra nelle mani di sempre meno persone le ricchezze, è una società destinata all’abisso.

L’Articolo 3 della nostra Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e nonostante ciò quello che stiamo vivendo ci dice che siamo ancora molto lontani da una reale applicazione di questi principi. Noi non ci stiamo e sappiamo bene che il concetto di democrazia nella nostra costituzione non è formale ma sostanziale, che la vera sicurezza si tutela con la difesa del diritto al lavoro per tutti e tutte con l’Articolo 1 della nostra Costituzione che afferma che la nostra è “una Repubblica democratica fondata sul lavoro” con la difesa di una giusta retribuzione e della dignità umana, con la giustizia sociale, con la lotta alle diseguaglianze, con la lotta alle leggi del mercato e della mercificazione globale, con la lotta alla povertà, alla precarietà, alla guerra e alla vendita delle armi e con la tutela del diritto al futuro di tutti e tutte. Per questo, quest’anno vogliamo dedicare il 25 Aprile a una piena universalità dei diritti.

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario dei “moti di Stonewall”, considerato il momento di nascita del movimento LGBT, e abbiamo ancora necessità di affermare che una reale uguaglianza di genere passa da atti concreti politici e culturali e dalla rottura di pratiche consolidate.

In un momento in cui i venti di guerra spirano più forti che mai e importanti accordi per la limitazione degli armamenti nucleari sembrano vacillare in conseguenza di rilevanti interessi economici legati all’utilizzo di risorse energetiche nell’area del Mediterraneo, ricordiamo e ci batteremo perché l’articolo 11 della Costituzione – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” venga rispettato senza tentennamenti o sotterfugi “internazionali” e affinché la Sicilia non sia più territorio di lancio per “giochi” di guerra.

Difendendo i valori di giustizia, libertà, solidarietà e pace affermiamo il dovere dell’accoglienza verso quanti stanno scappando da aree di conflitto o arrivano sulle nostre coste per provare a vivere una vita migliore, per questo il 25 Aprile sarà un momento per lanciare la campagna europea “L’abbraccio dei popoli” che il 5 maggio ci vedrà ancora tutti in piazza al suono di “Bella Ciao”per la difesa dell’umanità, delle persone in percorsi di migrazione e della loro libera circolazione e accoglienza in Europa.

Il 25 Aprile richiama tutte e tutti a un impegno costante e come siciliane/i e palermitane/i affermiamo che l’antifascismo deve tornare ad essere il collante culturale e attivo della nostra società. Non ci mobilitiamo quindi, in questa giornata di festa e di lotta, solo per fare memoria e testimonianza, ma per continuare la battaglia culturale e sociale insita nel messaggio della Resistenza e della Liberazione contro quanti lavorano alla regressione e riduzione dello spazio democratico, per affermare l’impegno per i principi di libertà, giustizia sociale e solidarietà e il riconoscimento dell’antifascismo e della democrazia come valori comuni e doveri sociali.

Chiamiamo tutte e tutti, giovani e anziani, donne e uomini, cittadine e cittadini di oggi e di domani, tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, a scendere in piazza ed essere partigiani e partigiane.

RESISTENZA: OGGI DOMANI SEMPRE.

ANPI Palermo “Comandante BARBATO”, Arci Palermo, Cgil Palermo

24 APRILE PIAZZA BELLINI

Liberi anche di cantare e ballare

Pubblico

· Organizzato da 25 Aprile Palermo e altre 2 persone

  •  
     

    Mercoledì 24 aprile 2019 dalle ore 21:30 alle 23:59

    Liberi anche di cantare e ballare

    25 Aprile | Festa della Liberazione Palermo
    Corteo Antifascista

    H 09:00 – Celebrazioni presso Giardino Inglese Corona ai caduti Cefalonia e cippo Pompeo Colajanni
    Interventi: Leoluca Orlando, Ottavio Terranova ANPI Palermo e Enzo Campo Cgil Palermo.
    Partecipano: Prefetto autorità civili militari.
    H 09:00 – Corteo fino a Piazza Giuseppe Verdi
    H 11:00 – Piazza Giuseppe Verdi – Coro Polizia Municipale e saluti.
    H 13:00 – Palazzo delle Aquile – Deposizione corona ai martiri della Resistenza

  • 25 Aprile 2019    Festa della Liberazione

    H16,30 – Arci Porco Rosso

    Momento dedicato al ricordo di Giorgio Colajanni:

    sarà proiettato un brano del documentario su Pompeo tanto voluto da Giorgio. Seguirà la presentazione della brochure “PARTIGIANI DI SICILIA IN EUROPA” . Testimonianze e ricerche a cura di Enzo Giuliana

     

     

    H 17.30Arci Porco Rosso

     

     25 Aprile 2019 | Festa della Liberazione
    Presentazione del libro “I siciliani nella Resistenza” – Sellerio
    Intervengono:
    Giuliana Sgrena – giornalista
    Enzo Campo – segretario generale CGIL Palermo
    Carlo Verri – cocuratore del libro

    – H 19.00Piazza Casa Professa
    “Pane e Giustizia” performance teatrale del Teatro Atlante sulla strage del pane del 1947 (frammento tratto dallo spettacolo Vampa)
    con: Alessandro Sciortino, Sergio Saporito, Guido Acquaviva, Caterina Gagliardo, Chiara Pecoraro. Regia Emilio Ajovalasit e Preziosa Salatino

    – H 20.00 – Cena sociale

    – H 21.30
    ► MUSICA LIVE ◄

    Programma in aggiornamento

     
 
 
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Delegazione scuola Francese e Scuola di Mazara visita Portella della Ginestra

 

Delegazione scuola Francese e Scuola di Mazara visita Portella della Ginestra e Monreale

E’ stata una giornata straordinaria, un significativo, indimenticabile tuffo nella memoria di Portella e della Storia delle lotte di Liberazione da tutti i fascismi; attori fondamentali i giovani di Francia e di Sicilia, gli studenti attentissimi e le professoresse del Liceo francese di Revin, quello gemellato di Mazara del Vallo e le loro  docenti con Maria Luisa Presti, i bravissimi ragazzi del Liceo Basile di Monreale con la prof.ssa Finella Giordano.

Con l’emozione nel cuore, presso il sasso di Barbato nel sacrario di Portella della Ginestra, sono risuonate profonde e cariche di tanto significato e ancora di tanto dolore le parole di Antonella Azoti in memoria del padre Nicolò Azoti, di Serafino Petta superstite della strage, di Placido Rizzotto in memoria dell’omonimo straordinario nonno. Il compagno Enzo Palermo con la Vice Sindachessa ci hanno portato l’abbraccio di Piana degli Albanesi. Poi Maria Letizia Colajanni, Giusy Vacca, Salvo Li Castri, Rino, Gaspare Semprevivo e i meravigliosi compagni del nisseno Giuseppe Carusotto, la compagna responsabile dell’ANPI di Delia, e il compagno Enzo Giuliana le cui appassionate  ricerche sull’antifascismo siciliano hanno costituito il nucleo centrale della brochure “Partigiani di Sicilia in Europa” che,  con il prezioso prologo del nostro Presidente onorario prof. Giuseppe Carlo Marino, è divenuta omaggio di benvenuto verso i ragazzi francesi.

Marialuisa Presti è con Angelo Ficarra.55638507_10205588372426106_760214726130008064_n

Quella della resistenza siciliana è una storia di “memoria cancellata e di giustizia negata “. Oggi siamo andati insieme agli studenti del liceo francese di Revin e del liceo di Mazara Adria Ballatore alla ricerca della memoria della lotta dei partigiani in Sicilia, partendo da Portella della Ginestra, luogo sacro della lotta di resistenza. Ad accoglierci i compagni dell’ANPI di Palermo e di Piana degli Albanesi. Ad emozionarci i racconti di un sopravvissuto alla strage di quel I maggio, l’orfana di un sindacalista ucciso durante quel periodo terribile del dopoguerra con la lotta per la terra che in Sicilia vide l’uccisione di ben 40 sindacalisti, la testimonianza del nipote di Placido Rizzotto. Grazie ai compagni Angelo Ficarra, Giusy Vacca Gaspare Semprevivo, e gli altri che ci hanno accolto e accompagnato in questo viaggio nella memoria. Mirella Isaia

Quella della resistenza siciliana è una storia di “memoria cancellata e di giustizia negata “. Oggi siamo andati insieme agli studenti del liceo francese di Revin e del liceo di Mazara Adria Ballatore alla ricerca della memoria della lotta dei partigiani in Sicilia, partendo da Portella della Ginestra, luogo sacro della lotta di resistenza. Ad accoglierci i compagni dell’ANPI di Palermo e di Piana degli Albanesi. Ad emozionarci i racconti di un sopravvissuto alla strage di quel I maggio, l’orfana di un sindacalista ucciso durante quel periodo terribile del dopoguerra con la lotta per la terra che in Sicilia vide l’uccisione di ben 40 sindacalisti, la testimonianza del nipote di Placido Rizzotto. Grazie ai compagni Angelo Ficarra, Giusy Vacca Gaspare Semprevivo, e gli altri che ci hanno accolto e accompagnato in questo viaggio nella memoria. Mirella Isaia

 

In una mattina ventosa ed inusualmente fredda , l’ANPI Palermo ” Comandante Barbato” ha accolto la scolaresca del liceo Francese di REVIN e quello gemellato di Mazara del Vallo, nel pianoro ai piedi del sasso di BARBATO . L’incontro è stato fortemente voluto dai Francesi ,come omaggio ai caduti di Portella della Ginestra,ed anche, come riconoscenza nei riguardi dei partigiani siciliani che combatterono contro il nazifascismo ,a sostegno della Resistenza Francese. Momenti emozionanti , nell’accogliere i ragazzi (Francesi e Mazaresi) e sentire loro cantare BELLA CIAO, appena messo piede nel piazzale di Portella della Ginestra, con grande passione hanno poi ascoltato gli interventi di ANGELO FICARRA, presidente Anpi Palermo, di ANTONIETTA AZOTI , figlia del sindacalista ucciso dalla mafia, di VINCENZO PALERMO dell’auser Palermo e cittadino di Piana, del Vice Sindaco di Piana e di SERAFINO PETTA superstite della strage di Portella. Una foto di gruppo ha chiuso la mattinata a PORTELLA della GINESTRA

Gaspare Semprevivo

Salvo Li Castri Mattinata ventosa ed inusualmente fredda ma intensa, commovente e fortemente partecipata da bravissimi e 55485888_10205588335425181_1398463736947146752_n 55633928_10205588324984920_3684279416738807808_n 55892554_10205588332785115_2076607436256444416_n 56119627_10205588363065872_9016285777746722816_n 55711557_10205588334905168_3043569922237005824_n 55939950_10205588332185100_4746410015697403904_n 55478045_10205588326104948_8967590696970092544_n 55515129_10205588363425881_3810430281328885760_n 54798310_10205588341305328_7559260672819724288_n 55602702_10205588329905043_1076758282611195904_n 55489093_10205588327104973_745772387496099840_n 55526854_10205588324424906_1425793837917274112_n 55881986_10205588349225526_1052260480644546560_n 55515104_10205588347665487_4730278616749834240_n 54731243_10205588333385130_2361565317911543808_n 55924170_10205588333745139_1279933145067552768_n 54798408_10205588348665512_4946874869754101760_n 54730820_10205588362625861_3892644669862969344_n 55686844_10205588336945219_682502588603564032_n 55540630_10205588332985120_4810258677397192704_n 55594344_10216062337603607_5544923308803227648_npartecipi ragazzi francesi e mazaresi. Complimenti a Voi tutte insegnanti ed accompagnatrici. Il freddo e’ stato mitigato dal Vostro entusiasmo ed interesse all’ascolto di autori e/o diretti discendenti di uomini che hanno pagato per il loro antifascismo o per il contrasto ad angherie mafiose. A tutti Voi, il nostro ringraziamento per averci stimolato a fare riemergere le bellissime pagine dei nostri tanti giovani partigiani che sono accorsi in Francia (e, prima, in Spagna) a combattere contro il nazifascismo ed a sostegno della Resistenza francese. Nel nome dei valori di liberta’ e reciproca collaborazione democratica ed a difesa della dignita’ delle persone. La piccola brochure, appositamente realizzata grazie, anche, alle preziose testimonianze e ricerche del nostro amico Anpi di Sommatino, e’ stata volutamente denominata “Partigiani di Sicilia in Europa”.

 

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24 marzo 1944 Roma strage delle fosse Ardeatine: I caduti

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24 MARZO: 75° Anniversario ( 24 marzo 1944) della strage nazifascista alle Fosse Ardeatine – Roma -, 335 civili e militari italiani uccisi: quattordici i siciliani.

 

 

La strage delle Fosse Ardeatine di Renato Guttuso

 

  1. AGNINI FERDINANDO – fu Gaetano e di Longo Giuseppa – nato a Catania il 24/8/1924

– studente in medicina – arrestato il 24/2/1944 appartenente al Partito Comunista

Italiano.

 

  1. ARTALE VITO – fu Antonino e Amedei M. Anna – nato a Palermo I’1/3/1882- Ten. Gen.

Artiglieria – arrestato il 9/12/1943.

 

  1. AVOLIO CARLO – fu Federico e Maltese Francesca – nato a Siracusa il 14/9/1895 –

impiegato (S.A.I.B.) – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

 

  1. BUTERA GAETANO – di Giuseppe e D’Amico Maria – nato a Riesi l’11/9/1924

– pittore – arrestato il 15/2/1944 – appartenente al Fronte Militare Clandestino.

  1. BUTTICE LEONARDO– di Pietro e Sciarrocca Giuseppe – nato a Siculiana (Agrigento) il

2/2/1921 – meccanico – arrestato il 15/2/1944 – appartenente alla Brigata Matteotti.

 

  1. GIORDANO CALCEDONIO – di Gaspare e di Di Pisa Maria – nato a Palermo

l’11/7/1916-corazziere-arrestato il 14/2/1944- appartenente al Fronte Militare Banda

Caruso.

 

  1. LUNGARO PIETRO ERMELINDO – fu Alberto e di Caltagirone Vita – nato a Trapani

l’1/6/1910 – Sottufficiale P.S. – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

 

  1. PITRELLI ROSARIO – fu Giuseppe e di Buffalini Giovanna – nato a Caltagirone il

17/11/1917 – meccanico – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito Comunista

Italiano.

 

  1. RAMPOLLA GIOVANNI – di Michelangelo e Lembo Antonia – nato a Patti (Messina) il

16/6/1894 – Ten. Colonnello – arrestato il 22 o 28/1/1944 – appartenente al Fronte

Militare.

 

  1. RINDONE NUNZIO – di Antonio e Buscemi Carmela – nato Leonforte il 29/1/1913 –

pastore – arrestato tra la fine del dicembre 1943 e l’inizio del gennaio 1944 –

appartenente alla formazione “Isolato”.

 

  1. ZICCONI RAFFAELE – fu Lorenzo e Olla Anna – nato a Sommatino (Caltanissetta) il

13/8/1911 – impiegato – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

 

  1. IALUNA SEBASTIANO – di Agrippino e Salerno Ignazia – nato a Mineo il 10/10/1920 –

agricoltore – arrestato il 7/3/1944.

  1. MORGANO SANTO – fu Antonio – nato a Militello il 30/8/1920 – elettromeccanico.
  2. D’AMICO COSIMO – fu Luciano e di Vasetti Maria – nato a Catania il 4/6/1907-

amministratore teatrale – arrestato il 23/3/1944.

 

( tratto dal sito http://marioavagliano.blogspot.it)

 

a  cura di “ Lettera Memoria e Libertà

 

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I mancati conti col nostro passato fascista

Il Manifesto, 6 Febbraio 2019

 

Giorno del ricordo. I mancati conti col nostro passato fascista e l’assenza di una ridefinizione della complessità storica, fanno sì che le foibe vengano presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali

Le foibe per dimenticare i crimini del fascismo

di Davide Conti

Sono collocati da tempo al centro del dibattito in Italia, e non solo, l’uso politico della storia, la formulazione di leggi memoriali ad hoc e il tema, già discusso in Parlamento, di una codificazione normativa. Codificazione che si proporrebbe di sanzionare giuridicamente veri o presunti «negazionisti», determinando una torsione del senso del passato schiacciata sulla misura minuta del quotidiano. Un processo di questa natura comporta una semplificazione dei termini della complessità storica che, in ultima istanza, pone una questione di grande rilievo sul piano della memoria e dell’identità stessa della nostra società. Da un quindicennio attorno al Giorno del ricordo si consuma un conflitto storico-memoriale che in alcuni casi ha finito per esorbitare nella dimensione politico-diplomatica (basti pensare all’aspra polemica tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’allora Presidente del consiglio croato Stipe Mesic e lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor). Questo conflitto è caratterizzato da un non detto pubblico relativo all’eredità fascista dell’Italia post-bellica che impedisce, di fatto, una completa ricostruzione ed un compiuto conferimento del senso della storia consumatasi sul nostro confine orientale e sfociata nelle violenze subite dagli italiani in quelle terre prima nel 1943, dopo lo sbando dell’8 settembre, e poi nel 1945. Quanti conoscono in Italia il generale Mario Roatta e le misure di repressione di civili e partigiani jugoslavi riassunte nella sua «Circolare 3 C»? quanto l’opinione pubblica viene resa edotta della condotta del «governatore del Montenegro» Alessandro Pirzio Biroli, del generale Mario Robotti, per il quale in Jugoslavia «si ammazza troppo poco», o del generale Gastone Gambara che nel 1942 scriveva «logico e opportuno che campo di internamento non significhi campo di ingrassamento»? Quanti sanno che delle migliaia di «presunti» criminali di guerra italiani inseriti nelle liste delle Nazioni Unite alla fine del conflitto nessuno venne processato in Italia o all’estero? Il mito degli «italiani brava gente» ha ragion d’essere di fronte alla consolidata storiografia che ormai da decenni ha ricostruito documentalmente i crimini di guerra del regio esercito e delle formazioni fasciste? Fu Mussolini stesso, d’altro canto, il 22 settembre 1920 a Pola, ad anticipare ciò che sarebbe accaduto «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone […]credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani». I mancati conti col nostro passato fascista, dunque, impediscono di dare compiuta attuazione alle stesse disposizioni del Giorno del ricordo che si propone da un lato di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo» e contestualmente di affrontare «la più complessa vicenda del confine orientale». Senza una ridefinizione della complessità storica le foibe vengono presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali. In realtà l’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Josif Broz Tito combatté contro tutti gli eserciti di occupazione e contro tutti i loro collaborazionisti, indipendentemente dalla loro nazionalità: gli ustascia croati, i cetnici serbi, i domobranci sloveni, i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani. E sostenne quella lotta di liberazione con al fianco migliaia di soldati italiani unitisi alle formazioni partigiane dopo l’armistizio. Contestualmente un gran numero di jugoslavi deportati in Italia nei campi di internamento dopo l’8 settembre si unirono ai partigiani italiani nella Lotta di Liberazione Nazionale da cui è nata la Costituzione della Repubblica. L’uso strumentale delle drammatiche vicende del confine orientale e delle foibe ha trovato espressione, nella cronaca politica, negli scomposti attacchi del ministro dell’Interno all’Anpi e nel paradossale voto della commissione Cultura della Camera che, indice del grado di erosione democratica del nostro tempo, vorrebbe impedire all’associazione dei partigiani, che il Parlamento riaprirono dopo il terrore del ventennio fascista, di parlare nelle scuole pubbliche del confine italo-jugoslavo durante la seconda guerra mondiale. Di quella storia invece è indispensabile parlare. Rosario Bentivegna, comandante dei Gap a Roma e combattente in Jugoslavia, insisteva sempre nel dire «più ancora di ciò che abbiamo fatto noi partigiani si deve parlare di ciò che è stato il fascismo. Solo così sarà possibile seppellirlo per sempre».

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GIUSEPPE LO BIANCO IN RICORDO DI MARIO FRANCESE

Giuseppe Lo Bianco

L’ho scritto 11 anni fa, lo ripropongo oggi nel ricordo di un giornalista, senza maiuscole e senza aggettivi.

Lo hanno ucciso sotto casa una sera di gennaio, tornava dal Giornale di Sicilia, dieci minuti prima aveva salutato i colleghi nello stesso, identico, modo di ogni sera: “uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”. Al Diario, il quotidiano dove lavoravo, arrivò la segnalazione di un omicidio, in viale Campania. A prenderla fu, paradossi della sorte, suo figlio Giulio, ‘’biondino’’ come me, che si precipitò sul luogo del delitto senza sapere di andare incontro a suo padre, coperto per terra da un lenzuolo bianco. Lo fermò Boris Giuliano, capo della Mobile di allora, che abbracciandolo lo trascinò lontano. E Giulio capì, immediatamente, senza bisogno di parole. I miei ricordi si fermano qui, con l’aggiunta di un flashback personale: ho conosciuto Mario Francese ma solo per un attimo. Lo incontrai sul portone del Giornale di Sicilia, ricordo il suo impermeabile chiaro, la sua espressione assorta; parlò brevemente con mio padre, si conoscevano, poi si salutarono. Quando sentii di nuovo parlare di lui fu per scoprire a 20 anni, all’inizio del mio cammino professionale, che la violenza vissuta da ragazzo sui marciapiedi del mio quartiere si era trasferita nella mia vita da adulto, di aspirante giornalista. Solo che il rischio, adesso, non era più fare a botte con i più prepotenti, ma un proiettile di 38 in faccia. Mario non lo conoscevo e i miei ricordi sono un impasto di articoli, anche suoi, letti dopo, di racconti dei colleghi con cui aveva lavorato, di colloqui con investigatori e magistrati, di ipotesi lanciate nelle serate interminabili di chiacchiere e vino tra cronisti per trovare una risposta ai grandi misteri di mafia di questa città. E la morte di Mario, il 26 gennaio 1979, era uno di questi. Fino a quando i pentiti che all’inizio non avevano voluto parlare e una sentenza della Cassazione hanno alzato il velo anche su questo delitto ‘eccellente’, scoprendo il volto sanguinario dei corleonesi: Leoluca Bagarella, il killer che sparò quella sera in viale Campania, Riina, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco i componenti della commissione mafiosa che ordinarono il delitto. Perché, è scritto nella sentenza, Mario possedeva “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa Nostra alle istituzioni”. Era il 1979, l’inizio dell’assalto corleonese al vertice di Cosa Nostra governato da Stefano Bontade e Tano Badalamenti, un capitolo ancora tutto da scrivere, come tanti altri, della storia di Cosa Nostra. I soldi dell’eroina facevano gola ai “viddani” guidati dal ‘capo dei capi’, una banda feroce e agguerrita che aveva cominciato a sbarazzarsi dei nemici in divisa, in toga e in politica senza chiedere troppi permessi. Una banda che poteva fare a meno dei rapporti dei palermitani con la politica, forse perché ne aveva stretto altri altrettanto, se non di più, solidi. Con i servizi, deviati o meno, di questo Paese. Ma questa è un’altra storia. Era già morto il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, e, dopo Francese, lo avrebbero seguito, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Mobile Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Un assalto alle istituzioni senza precedenti che aveva trasformato Cosa Nostra da democratico gestore della cosa pubblica in Sicilia, alla pari di altre istituzioni, in un pericolosissimo antagonista. Fino alla fine della storia corleonese, giunta al capolinea con le stragi del ’92 in Sicilia e del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Di quei ‘peri incritati’, scesi dalle montagne per arrivare sulla collinetta di Capaci Mario è stato il primo a capire, in diretta, la ferocia e la sete di potere, la scalata e le alleanze, gli affari e la mutazione genetica generata in Cosa Nostra e proprio per questo i giudici dicono in modo netto che «con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti». Perché proprio lui? Le sentenze lo spiegano bene, rendendo onore al suo mestiere ed alle sue intuizioni: in quegli anni ‘’Mario Francese era un protagonista, se non il principale protagonista, della cronaca giudiziaria e del giornalismo d’inchiesta siciliano. Nei suoi articoli spesso anticipava gli inquirenti nell’individuare nuove piste investigative». E rappresentava “un pericolo per la mafia emergente, proprio perché capace di svelarne il suo programma criminale, in un tempo ben lontano da quello in cui è stato successivamente possibile, grazie ai collaboratori di giustizia, conoscere la struttura e le regole di Cosa Nostra”. Era nato a Siracusa il 6 febbraio del 1925 e la sua biografia professionale racconta la storia di una passione per il giornalismo, quello che ti consuma la suola delle scarpe, che ti spinge dentro i fatti, che ti mette a tu per tu con i protagonisti delle storie più nere della cronaca, i buoni e i cattivi, con un unico obiettivo: raccontare i fatti. Aveva cominciato all’ANSA negli anni Cinquanta come telescriventista, entrando a contatto con la notizia, un amore che non abbandonerà più. Collabora con La Sicilia e, come tutti i precari, cerca una sistemazione migliore, che arriva il primo gennaio 1957, quando entra alla Regione come «cottimista». La sua naturale destinazione, però, è l’ufficio stampa, del quale viene nominato capo all’assessorato ai Lavori pubblici. E dall’ottobre 1958 l’assunzione alla Regione diventa definitiva. Ma la sistemazione economica non fa velo alla sua passione professionale: e quando il Giornale di Sicilia gli offre un posto di cronista giudiziario non ci pensa due volte a lasciare la Regione per abbracciare finalmente il suo mestiere. Poco prima, era stata una sua inchiesta a consentire la riapertura delle indagini, sei anni dopo il delitto, per la morte di un altro cronista, Cosimo Cristina, il cui corpo venne trovato dilaniato lungo i binari della ferrovia vicino a Termini Imerese, in provincia di Palermo. Di Mario si è detto e scritto molto: della sua generosità estrema, della sua abnegazione, degli orari di lavoro che non esistevano, del suo amore per la famiglia, della sua ‘’incoscienza’’ professionale, che lo portava in anni terribili e pericolosi anche ad esporsi personalmente inaugurando una stagione di giornalismo investigativo in una terra in cui il confine tra il giornalista e lo sbirro era inesistente, dalla scrivania di un giornale che per struttura e linea editoriale era lontano anni luce dalle sue denunce. ‘’Di Mario ricordo perfettamente la sua schiena dritta – racconta Aurelio Bruno, 85 anni, decano dei cronisti palermitani, una vita nel palazzo di giustizia di Palermo – dopo la strage di via Lazio lo invitarono ad una riunione con ‘amici degli amici’ per offrirgli un appartamento in cambio del suo atteggiamento accomodante. Gli chiesero persino di storpiare sul giornale i nomi degli imputati. Lui rifiutò. Dalla strage di Ciaculli all’omicidio del colonnello Russo, alle faide mafiose per riequilibrare gli assetti interni, ai grandi affari di Cosa Nostra, si occupò di tutte le vicende giudiziarie cercando sempre una «lettura» diversa e più approfondita del fenomeno mafia. Fu l’unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Il primo a capire, scavando negli intrighi della costruzione della diga Garcia, l’evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia corleonese. Fu un cronista moderno e, per quei tempi, unico: non a caso passava il suo tempo, ricorda Aurelio Bruno, nella cancelleria della sezione commerciale del Tribunale, dove ricostruiva alleanze e accordi societari tra gli stessi nomi che ricorrevano nelle aule della giustizia penale. Dava fastidio, era scomodo, e per questo, probabilmente, è stato ucciso. Ma dava fastidio anche la sua felicissima intuizione, quella che aveva anticipato anni di indagini condotte anche con l’aiuto dei pentiti: fu l’unico, infatti, a parlare della frattura nella «commissione mafiosa» tra liggiani e «guanti di velluto», l’ala moderata. Una frattura che avrebbe aperto la strada alla guerra di mafia degli anni ’80, all’ascesa dei corleonesi, alla stagione delle stragi. Non a caso il suo omicidio fu il primo di quella strategia eversiva: “una strategia eversiva che aveva fatto – si legge nelle motivazioni della sentenza – un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa Nostra”. Quando si capiranno meglio le vicende di quegli anni, nel periodo cruciale attorno al 1979, si capirà la ragione specifica della morte di Francese (ogni delitto di mafia ha una sua causa scatenante), cronista con la schiena dritta assassinato per avere sempre fatto il proprio dovere scrivendo tutto quello che aveva saputo.

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