Andrea Camilleri e Pio La Torre

 

Andrea Camilleri: ”Pio La Torre è stato per me una rivelazione”

La prefazione storica dello scrittore al libro “Chi ha ucciso Pio La Torre” di Paolo Mondani e Armando Sorrentino
di AMDumila

Per onorare la memoria del Maestro Andrea Camilleri di seguito pubblichiamo la Prefazione al libro di Paolo Mondani ed Armando Sorrentino, “Chi ha ucciso Pio La Torre“, edito da Castelvecchi (2012).

La Prefazione
In Pio La Torre avviene un fenomeno singolare che è quello del ritorno. Romanzescamente, perchè io sono un romanziere, direi che di quest’uomo, di questo siciliano, è fondamentale la provenienza sociale. Non è un comunista borghese, uno che nasce da una famiglia borghese, è uno che sape quantu costa u pane e quale fatica ci vuole. Non è retorica, è vita vissuta, tanto che va in carcere per le lotte dei contadini di Bisacquino.
Se mi è permesso dirlo, all’interno della Direzione del partito la provenienza borghese era del 99 per cento e solo per l’uno per cento era operaia e contadina. E allora è chiaro che quando La Torre va in Sicilia nel partito a Roma si sentì più ricompattata. Il ritorno di Pio nella sua terra come segretario gli consente una rinascita, una sorta di riscatto, la possibilità di rendere azione tutto quel che si porta dentro, e gli dà una lucidità mostruosa. Anche se a conoscerlo e a parlargli non la manifestava e questo mi impressionò terribilmente dopo. Di La Torre si aveva l’impressione di un uomo serio ma in certo modo non in grado di fare quello che poi ha fatto. Invece questa sorta di bagno lustrale che viene a fare tornando in Sicilia gli dà una prontezza di ragionamento e di collegamento inaudita per cui è come se fosse diventato un’altra persona: ma che gli è capitato a La Torre, si è impazzito? Credo che abbia avuto questo effetto nel partito. E che fosse abbastanza diffusa questa sensazione. C’era perfino qualcuno che si era preoccupato del suo attivismo, del gioco di fuoco delle sue idee. Eppure se lo ascoltavi e ci riflettevi un momento sopra dicevi: Madonna è vero!

Ricordo che cominciai a seguirlo quando se ne andò in Sicilia nell’81 mentre io me ne stavo qua a Roma. Lo stimavo ma qui finiva il discorso. Tanto che l’unica cosa che ho potuto fare dopo la morte fu quella di dire – quando si decise di intitolare l’aeroporto di Comiso – che bisognava dargli il suo nome, non solo per quella mobilitazione contro la base missilistica ma per tutto quello che aveva fatto per la sua terra.
L’ ipotesi che gli autori di questo libro fanno sui moventi dell’omicidio mi ritorna da sempre come un trapano.
Cominciamo col dire che è comodo circoscrivere alla Sicilia il fenomeno mafioso – la linea della palma di Sciascia – anche se negli ultimi tempi si sono tutti resi conto che non sta in piedi. Quando Totò Riina decide di passare all’azione armata – lo leggo nel libro del magistrato Michele Prestipino – Bernardo Provenzano si preoccupa di fare un piccolo referendum, una specie di sondaggio interno, e c’è quello che porta il responso degli industriali del Nord e dice che sono tutti d’accordo. Mi sono sempre chiesto: ma chi erano questi che si dichiaravano d’accordo? Solo ora cominciamo a intravedere chi potevano essere: per venire sondaggiati vuol dire che uno gli può telefonare o andarli a trovare. Quando nella relazione della Commissione Antimafia del 1976 Pio intuisce questo legame aveva perfettamente ragione.

Pur essendo uno che veniva dalla destra del partito La Torre si ritrovò sulle posizioni della diversità berlingueriana, un’idea che continua tuttora a dare fastidio e che in quel momento era un signum individuationis molto preciso. Altro che moralismo.
La sua uccisione è un’opera di Dio, in termini marinareschi. Tu hai la rete nella tempesta e ti si rompe anche il motore: un’opera di Dio perchè è una concomitanza di fatti straordinari. Aveva gettato una tale quantità di ami che potevano ammagliare una gran quantità di pesci, troppi. E’ come quando Leonardo Sciascia insieme a Guttuso vanno a trovare Berlinguer e lo vedono stravolto perchè teme che il sequestro Moro sia il risultato di un felice connubio tra Cia e Kgb.
Certo, tra i moventi la proposta di legge sui patrimoni mafiosi può aver contato ma è dimostrato che la mafia si è assunta compiti anche per conto terzi, una parte di interesse nell’omicidio di Pio certamente l’aveva ma poi tornava comodo ad altri come copertura. Spesso in Sicilia si manifestano questi fenomeni di convergenza di intenti. Sindona, la mafia al Nord, Gladio, quanti altarini rischia di scoprire quest’uomo? Gli concedono di scoprirne alcuni minori ma tutti proprio no. Indagare su Sindona era tra l’altro una gran bella camurria: Sindona significa Andreotti e una gran quantità di cose, è come la Banda della Magliana compresa in un’unica persona. 
Ricordo che ci furono come delle reticenze sul movente dell’omicidio. Subito si disse: la mafia, la mafia, la mafia. Poi subito dopo, anche sui giornali, ci fu chi disse addirittura che si trattava di una resa di conti interna al partito, una cosa assolutamente incredibile. Se poi qualcuno non ha pianto lo metto tranquillamente in conto.

chi ha ucciso pio la torre libroIo e La Torre ci eravamo conosciuti fuori del partito per via di una comune amica. E mi aveva fatto un’impressione enorme. Nutro una personale simpatia per i miei compaesani che studiano, sono teste dure, non mollano e quando arrivano non è che arrivano per sé, arrivano per gli altri. La Torre era un siciliano di scoglio che se si metteva in mare poteva scoprire l’America.
Conoscevo molto bene anche Giuseppe Montalbano e un po’ meno Girolamo Li Causi, due facce complementari del partito. Li Causi era il capo popolo, Montalbano l’intellettuale ma con scarse qualità oratorie e un certo qual carattere. Ricordo che una sera andammo a teatro a Palermo a vedere Paola Borboni, stavo con Montalbano allora sottosegretario alla Marina mercantile nel governo Bonomi. Siamo nel ’44 o nel ’45. Dopo lo spettacolo la raggiungemmo nel camerino per salutarla e lei gli chiese: “Onorevole stasera ho recitato male, cosa ne pensa?” Lui: “Signora, se lo dice lei che ha recitato male…” . Io avrei voluto sprufunnari.

C’è sempre un momento giusto per i mandanti.
Ma quell’arco temporale tra il 1978 e il 1982 è da far tremare i polsi. Quel che accadde con l’omicidio Moro seguito alla morte di Mattarella e La Torre è un periodo che continua a segnare la nostra storia. Oggi si spara di meno. Il fenomeno mafioso è certamente meno sanguinoso ma non per questo meno pericoloso. E’ sempre più difficile fare la lotta alla mafia perchè è più impalpabile la sua organizzazione, altro che colletti bianchi, sono molto molto di più. Non c’è più bisogno del rituale di una volta, il santino bruciato, la puncicatura, ora bastano le password e le famiglie diventano sterminate perchè il territorio è quello del web quindi è infinito. Negli ultimi tempi la volontà di combattere la mafia è fragorosamente mancata. Hanno recentemente arrestato uno dei cento latitanti più pericolosi, ma scherziamo? Esattamente come una volta: finiva in carcere il guardiano dell’orto ma il proprietario del latifondo se ne era già andato bello e libero per i fatti suoi. Poi lo ritrovavamo ministro o onorevole.
La politica dello struzzo di Maroni che all’inizio descriveva il Nord come territorio libero dalla mafia finirà, come diceva Leonardo Sciascia, per portare la mafia sempre più a nord. Ai tempi di La Torre la situazione era più chiara. Per quanto fosse oscura, uno come Pio riusciva ad individuare i vari rivoli in cui il grande fiume si disperdeva. Riusciva a seguirli. Oggi sarebbe stato difficile anche per uno come lui. Lo aiutava molto la sua conoscenza del territorio, dell’animo dei siciliani, di come la pensano. Questa sua natività siciliana gli ha permesso di capire dove altri non capivano. Oggi è molto più difficile anche perchè c’è stato un impoverimento della statura della classe politica. Se Berlusconi è riuscito ad avere il potere per diciassette anni non è che si è imposto con la dittatura o con la forza delle armi. E’ stato regolarmente eletto dagli italiani. Se la politica ha prodotto un monstrum come Berlusconi vuol dire che ha fallito già vent’anni fa. Oggi si tenta in qualche modo di recuperare i cocci ma non saranno gli uomini che hanno contribuito a far nascere quel monstrum, e che stanno ancora in parlamento, a rinnovare la politica in Italia.

Monti è un tecnico condizionato dalla mala politica. C’è un pallone stratosferico, il Parlamento, un blob vagante che sostiene un governo di tecnici, uno Zeppelin che non ha più ancoraggi con la realtà politica del paese. E l’Europa è rimasta una parola. Perchè ci sono la Francia e la Germania che fanno quel che vogliono mentre l’Italia se la sta pigliando in saccoccia e la Grecia se l’è già pigliata.
Nel 1942 ero un giovane fascista non ancora diciassettenne, ci cridìa ‘u fascismu, e venni invitato a Firenze a un grande convegno internazionale della gioventù fascista. Il tema era l’ordine nuovo europeo. Partii pieno di speranze. Arrivai lì e sentii parlare Baldur Von Schirach, capo della HitlerJugend, e me ne tornai a Porto Empedocle scantato perché l’Europa che prospettavano sarebbe stata una caserma spaventosa. Io avevo tante piccole patrie, ero uno che aveva iniziato a leggere Conrad a sei anni, i miei padri letterari erano tanticchia in Inghilterra tanticchia in Francia, e al partito comunista mi avvicinai di lì a due anni per mia personale formazione. Non avevo incontrato Emanuele Macaluso, non avevo incontrato nessuno. Cominciai a leggere dei testi perchè mio padre era stato squadrista e marciatore su Roma ma possedeva tante belle pubblicazioni socialiste e comuniste. Quando più tardi sentii i capi del partito comunista attaccare una certa cultura, che per me era stata formativa, provai lo stesso disagio dei tempi di Mussolini. Poi venne il manifesto di Ventotene. Sentii parlare di Europa da De Gasperi e Adenauer. E molti anni dopo l’ho vista realizzata l’Europa ma solo sulla moneta. Ora mi domando: se avessimo perso un po’ più di tempo per fondarla su grandi ideali non sarebbe stata più forte?

L’Italia è una paese senza verità, ed è sempre stato un paese che ha accuratamente nascosto la verità. Facciamo l’esempio del brigantaggio meridionale. Se prendiamo un libro di storia viene definito come fenomeno di alcune bande, poi guardando lo specchietto del Comando di Capua riassuntivo per gli anni che vanno dal 1861 al 1863 e si trova scritto: briganti uccisi in combattimento 5.488, briganti fucilati 5.040, briganti arresi 4mila. Ma quali briganti, era un’altra cosa. Però nei libri di storia si continua a chiamarlo brigantaggio meridionale. Così come Pio La Torre è stato ammazzato dalla mafia o Aldo Moro dalle Brigate Rosse o a Ustica quel Dc9 è caduto per un incidente.

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Pio La Torre

Siccome la verità, come diceva la buonanima, è rivoluzionaria, evidentemente in Italia ci credono sul serio e quindi cercano di evitare la rivoluzione. Guardiamo a Portella della Ginestra, a quei tempi c’era un ispettore generale di Pubblica Sicurezza che si chiamava Messana che andava a trovare regolarmente il bandito Giuliano e per Natale ci purtava ‘u panettuni. Da chi era manovrato questo bandito quando sparava a Portella? Solo dagli agrari? Non mi persuade.
E l’occultamento della verità non è prerogativa solo italiana. Nel caso Kennedy rimangono senza risposta interrogativi grossi come una casa. Noi la verità la intuiamo, se su Portella ci fosse stato un processo serio avremmo almeno una verità relativa. Invece ci resta solo una verità che sentiamo a pelle e capiamo che c’è qualcosa che non torna perchè tra segreto di Stato, silenzi e complicità avvertiamo una molteplicità di moventi, ma lì ci fermiamo. E così è capitato per il caso La Torre, dove dietro l’omicidio non c’è una sola causale ma almeno tre. La primaria ti viene sbattuta in faccia e le altre sono coperte. Arrivi ad intuirle ma non a dimostrarle.
Quell’articolo di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera dove diceva: “Io so i nomi dei responsabili delle stragi”; questa è l’unica cosa che si può dire. Non è l’ Io so di non sapere, è l’ Io so di sapere.
Ciò nonostante la società ha spesso più anticorpi delle istituzioni, le più facili ad ammalarsi. Perché subiamo oggi il fascino di certe società o di modi di ragionare che sono più del nord Europa che non del nostro paese? Perchè c’è una maggiore chiarezza nei rapporti umani. Noi non siamo così. Ha ragione Pirandello quando un suo personaggio dice: io di fronte a lei mi costruisco, cerco di dare l’immagine che lei vuole di me. Questa idea pirandelliana è assai meno cervellotica di quel che si pensi, è un modo di fare delle società meridionali, non solo italiane. E in Sicilia tutto questo acquista persino una sua grandeur.
Nella vicenda La Torre ci sono i servizi segreti che lo pedinano per decenni, spariscono i suoi documenti e sparisce la sua borsa. Le borse, chissà perché, spariscono sempre. E c’è la storia di alcuni professori a cui La Torre porta dei documenti riservati da studiare. Pio quelle carte le aveva evidentemente lette, le aveva interpretate e voleva la conferma di quel che aveva capito. E cioè che fra Stato e mafia c’era una relazione continua.
C’è un filo che collega Portella e le stragi fino a via D’Amelio? Perché non ipotizzare un continuum? Fino ad un certo periodo la mafia ha agito per interposta persona. Con lo sbarco degli americani, nel 1943, c’è il salto, un fatto clamoroso non mai abbastanza segnalato. Charles Poletti, capo dell’AMGOT ma in realtà agente Cia inviato in Sicilia, nomina sindaci una quantità di mafiosi, da Calò Vizzini a Genco Russo. E la mafia fa il suo ingresso in politica dopo che era andata in sonno durante il fascismo. Sarà pure politica amministrativa, ma sempre politica è. Ed è qui che si pongono le basi per scegliere quegli uomini collusi che faranno poi carriera politica. Una volta un deputato siciliano disse pubblicamente che si sarebbe rifiutato di far parte di una commissione perché vi era entrato un collega, anche lui siciliano, che lui pensava fosse un mafioso, non venne querelato e non venne sparato, ma la cosa venne detta. Sto parlando degli anni ’50. Se io sono stato eletto con i voti della mafia sono il rappresentante della mafia in Parlamento e questa non è trattativa, è qualcosa in più. Una volta tuttu u paese u canusciva u mafiusu, stava assettatu a u cafè e quella era la persona di riferimento. Quando quello non è più seduto lì ma sta seduto in Municipio e poi in Parlamento cosa accade nella mentalità siciliana? Quando si dice che il povero siciliano era combattuto fra la mafia e lo Stato, in alcuni momenti è in verità combattuto tra mafia e mafia e tra Stato e Stato.
Evidentemente le ultime carte nelle mani di Pio La Torre erano materia esplosiva eppure gli esperti a cui lui intendeva far analizzare quei documenti non sono mai stati interrogati né cercati da un magistrato. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Forse se ne vergognava, forse per prudenza, forse per pudore. Qualcuno della Direzione del partito un giorno mi disse: è un uomo rozzo. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell’ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “ammettiamolo benchè operaio”. Venni rimproverato di fare dello spirito inutile.
La Torre è stato per me una rivelazione, io non l’avevo capito quell’uomo. L’ho stimato, l’ho apprezzato ma non l’avevo capito. E’ stata un’occasione persa. Da mangiarsi le dita.

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Peppino Benincasa

17 LUGLIO ORE 17.00. Le ceneri del nostro carissimo compagno Peppina Benincasa sopravvissuto alla strage nazifascista di Cefalonia e Partgiano dell’Ellas saranno esposte nell’atrio del Comune di Palermo per una grande e solenne commemorazione.
Vi invitiamo a partecipare per dare l’ultimo saluto all’indimenticabile Zio Peppino.
Partigiano dell’Ellas,  della Divisione Acqui, Sopravvissuto al massacro nazi-fascista di Cefalonia, cavaliere della Repubblica, Premio Acqui e testimone d’accusa nell’ultimo processo contro il nazista Alfred Stork.    

Compagne, compagni partecipiamo tutti per rendere omaggio ad un compagno, uomo semplice ma straordinario nello stesso tempo; libertario, profondo ricercatore e conoscitore delle ricchezze archeologiche del suo territorio. Uomo di grande intelligenza e umanità. Ci reputiamo fortunati, felici e orgogliosi di avere avuto la fortuna di conoscerlo.

Addio zio Peppino.

Le compagne e i compagni dell’ANPI Palermo Comandante Barbato

14 luglio 2019

 

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L’ANPI e l’8 luglio 1960

La battaglia di Palermo

Angelo Ficarra

Circolo Francesco Vella   

Palermo 22 marzo 2010

Le iniziative per la ricorrenza di questo 50° anniversario del luglio 1960 partono dal lodevole impegno del circolo “Francesco Vella”. Ad esso, ai suoi dirigenti, va la nostra gratitudine soprattutto per avere voluto avviare, col ricordo doveroso dei caduti in quelle memorabili giornate di lotta, una ampia, per molti versi attuale, più approfondita riflessione sul rapporto tra storia e politica.
Rapporto tra storia e politica nel quale inevitabilmente ci siamo imbattuti, nel momento in cui abbiamo registrato come grosse campagne di revisionismo storico abbiano, a vario titolo in questi ultimi vent’anni, fatto da sfondo e da sponda a diverse operazioni politiche e ideologiche.
Allora, in quelle straordinarie, spontanee giornate di popolare mobilitazione si respinse con forza il tentativo di rigurgito fascista messo in atto dal governo monocolore del democristiano Tambroni che si reggeva con l’appoggio determinante, richiesto ed esplicito, del MSI.
Fu una vittoria contro i residuati nefasti della borghesia fascista e mafiosa, imboscata e infiltrata nei gangli dello stato. Certo una vittoria non definitiva. E la lunga teoria delle stragi che avrebbero continuato a costellare la nostra storia ne sono una triste conferma.
Fu soprattutto la risposta ad un violento manifesto tentativo di riemersione fascista nato dalla crisi interna delle forze di maggioranza democristiane che governavano il paese e che costò la vita a diversi inermi cittadini italiani. Erano scesi in piazza in difesa della democrazia e della Costituzione animati dalla innata vocazione alla difesa della libertà e della dignità umana oltre che dagli alti ideali nati dalla Resistenza.
Oggi vogliamo ricordare innanzitutto quei caduti vittime di una insensata, cieca, antica violenza. Vogliamo farlo ricordando tutti i caduti. Ricordando la violenza disumana a limite della barbarie che dappertutto anche qui a Palermo come a Genova e Reggio, a Catania, a Licata segnò quelle giornate.
Violenza figlia di una antica barbarie, frutto non solo di quella “ banalità del male ” (come disse la Harendt del nazismo) che avrebbe continuato a segnare tutto il novecento fino ad oggi,( e quante cose ci dicono parole come Portella della Ginestra, Genova, Bolzaneto , Stefano Cucchi o Rovereto) ma lucida tragica conseguenza di una strategia del terrore che serve a segnare una terribile egemonia, a umiliare i deboli quasi non fossero esseri umani, a cancellare non solo le vittime ma anche ad impedirne, rendendola perseguibile, la memoria e con essa il sogno di una società umana.
Di fronte a questa violenza il silenzio, la rimozione della “società civile”. I giovani di oggi nella loro stragrande maggioranza sconoscono questa storia. Possiamo dire che è una storia sconosciuta a livello popolare. E tutto questo ci deve fare riflettere.
Forse piangendo disperatamente le recinzioni in ferro delle aiuole di via Libertà, le vetrine infrante (forse anche dalle sventagliate di mitra della polizia), e non i morti, la borghesia ancora una volta affermava la sua cieca egemonia facendo passare lo stereotipo della jacquerie, del ribellismo atavico, proseguendo nella sua antica devastante azione distruttrice della identità di un popolo. Per tutto questo vogliamo e dobbiamo avviare una seria ampia riflessione sui lunghi periodi di silenzio, per capire quanta parte di quello stereotipo era passata dentro di noi.
E ciò a partire dalla testimonianza, dalla memoria dei fatti, dei luoghi che sono stati teatro di eventi decisivi per la nostra democrazia. Tradizionalmente a Palermo, oltre i ricordi della sezione Montegrappa, è stato quasi unicamente il sindacato CGIL degli edili, la Fillea, che, a partire dal 20° anniversario, si è lodevolmente intestato alcune iniziative che hanno portato alcuni anni fa anche a dedicare una via periferica ai caduti dell’8 luglio ’60. E’nel 2001 che viene prodotto lo splendido video di Ottavio Terranova che ricostruisce quelle giornate recuperando per la storia preziose testimonianze di diversi protagonisti dell’epoca.

Da qui la necessità di riappropriarci dei tempi e dei luoghi in cui queste tragedie si sono verificate per restituirle alla collettività, alla pietà della gente; per farne momento di rielaborazione critica, collettiva, aperta.

Obiettivi certamente da meglio definire in un processo di ricerca che deve avere la capacità di andare al di là di questo momento e che comunque devono essere emblematicamente e ritualmente commemorativi, ma soprattutto significativi di un modo nuovo di recupero collettivo della memoria come ricerca identitaria delle proprie radici.
I fatti (accenni):
1960: in Italia la Democrazia Cristiana in crisi al suo interno decide di dare vita, per la prima volta dopo la lotta di liberazione dal nazifascismo, ad un governo monocolore guidato da Tambroni con l’appoggio esplicito e decisivo dei fascisti del MSI. E’ l’espressione di una grave crisi interna determinata dal contrasto di due anime della DC una, che fa capo a Moro che vuole aprire al PSI e dare vita ad alcune aperture sociali anche per contrastare meglio il partito comunista, l’altra facente capo fra gli altri a Segni fortemente determinata per una più decisa svolta a destra forte anche delle pressioni americane e delle gerarchie vaticane.
Siamo in pieno clima di guerra fredda e in presenza del più forte partito comunista d’occidente. La scelta della DC inevitabilmente determina una pericolosa confusa deriva anticostituzionale permeata di gladio, servizi segreti cosiddetti deviati e recupero del rigurgito fascista soprattutto in termini anticomunisti.
A giugno il MSI, in cambio del suo appoggio al governo, annuncia provocatoriamente di avere scelto Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, come sede del suo primo congresso nazionale affidandone la presidenza onoraria ad un ex prefetto fascista di Genova che si era particolarmente distinto per i tanti crimini nazifascisti commessi.
Genova dà vita ad un enorme spontaneo movimento antifascista unitario che respinge ogni ipotesi di congresso del MSI nella sua città.

30 giugno.
Centomila persone hanno partecipato alla grande manifestazione antifascista a Genova. Anche lì si conferma il segnale di una straordinaria partecipazione di giovani e giovanissimi; segnale che, come vedremo, per prima si era avvertito a Palermo in occasione dello sciopero generale del 27 giugno. La manifestazione di Genova viene turbata alla fine dalle cariche provocatorie della polizia che danno luogo a violenti scontri. Era intervenuto un noto e famigerato battaglione della “celere” di stanza a Padova, di cui era particolarmente orgoglioso Scelba; famigerato perché particolarmente addestrato all’uso della violenza negli interventi antioperai.
Il direttivo generale della camera del lavoro di Genova riunitosi d’urgenza in serata, mentre il centro cittadino era ancora in balia dei caroselli delle jeep, decideva, con inizio alle ore 6 della mattina del 2 luglio, la proclamazione di uno sciopero generale provinciale.
2 luglio ore 1,40 della notte: Il prefetto di Genova chiama al telefono il segretario della CdL Pigna, operaio metalmeccanico, comunicando che il congresso del MSI non si sarebbe più svolto nella città di Genova. Il giornale L’ORA di Palermo nella sua edizione del sabato 2 domenica 3 luglio titola su otto colonne “Genova ha vinto Tambroni in difficoltà” “Gronchi ha convocato Tambroni al Quirinale”.
Ma Tambroni non molla forte anche delle pressioni della ambasciata americana in Italia che spudoratamente sul suo Rome Daily American aveva commentato i fatti di Genova scrivendo: ”Tambroni sarebbe stato giustificato se avesse chiamato le truppe a reprimere le manifestazioni.”
Da qui in avanti si registra una accelerazione nel comportamento di polizia e carabinieri.
5 luglio Licata. Sciopero generale per il lavoro proclamato da un comitato popolare con in testa unitariamente la amministrazione comunale. Al grido di Licata non deve morire partecipano 20.000 persone. Schieramento particolare di polizia , battaglioni di carabinieri e reparti speciali provenienti da Palermo, Catania e Agrigento. Diverse forze dislocate nelle campagne vicine, cingevano di assedio la città. La polizia spara e uccide Vincenzo Napoli un giovane di 22 anni.
6 luglio Roma Porta S. Paolo. Manifestazione per la democrazia e deposizione di una corona al sacrario della Resistenza. Bestiale carica della polizia e dei carabinieri a cavallo. Inseguiti ed arrestati fin dentro le case i borgatari romani.
7 luglio Reggio Emilia: cinque manifestanti uccisi dalla polizia. Massacri caparbiamente perseguiti dal governo Tambroni in risposta alla sconfitta di Genova. Lo sbigottimento fu enorme pari solo al miscuglio di sconforto e rabbia che suscitò in noi.
Subito nel pomeriggio fu proclamato dalla CGIL per l’indomani 8 luglio ’60 lo sciopero generale nazionale in difesa della democrazia.
La mattina dell’8 luglio all’apertura della seduta del Senato il presidente democristiano Merzagora, in una attenzione intensissima dell’aula, dichiarava: “la gravità della situazione e la consapevolezza che tutti i valori più sacri della Costituzione ne risultano compromessi “mi spingono a formulare una proposta concreta per risolvere dignitosamente i conflitti in atto”.
Era una proposta di tregua dettagliatamente articolata che prevedeva significativamente tra l’altro che – cito testualmente – “le guardie , le forze armate rimangono in caserma salvo i contingenti normalissimi”. Tamboni purtroppo si ostina sulla strada della violenza; i fascisti quindi riconfermano l’appoggio al governo. Dicono con ambiguità no alla tregua liberali, monarchici e il PDI, i demoitaliani.
Sono ore convulse che ci testimoniano come la situazione fosse arrivata sull’orlo del baratro. E di questo avevamo diffusa consapevolezza allora nonostante il fazioso atteggiamento della Rai -TV : oltre a ripetere per tutto quell’8 luglio che lo sciopero era fallito, tutti sono al lavoro, era persino arrivata a censurare la proposta di tregua dandone confusa sommaria notizia. Ci fu persino una vibrata protesta di Merzagora per il comportamento della Rai. Tambroni non vuole andarsene e si contrappone al Parlamento. La D.C. prende tempo e rinvia. Sono titoli e sommari dei giornali i quali riporteranno la notizia che “Moro, a sentire le voci messe in giro dai d.c. a Montecitorio, dormirebbe fuori casa”. E’ questo il clima da golpe che si respirava in quei giorni del luglio 1960

A Palermo e un po’ ovunque in Italia, per la prima volta dalla caduta del fascismo, lo sciopero fu caratterizzato da una straordinaria, massiccia, inattesa partecipazione di giovani; i giovani dalle magliette a striscie. Il segnale di un ingresso così significativo di una imponente massa di giovani sulla scena sociale e politica invero in Sicilia si era già avvertito a Palermo poco più di una settimana prima, il 27 giugno, in un grandioso sciopero per lo sviluppo industriale e per migliori condizioni e prospettive di vita. Lo sciopero aveva registrato una furiosa carica della polizia sui dimostranti all’altezza della Cattedrale. Ma era successo un fatto nuovo; per la prima volta i giovani avevano respinto la violenza della polizia.
Ricordo ancora l’impressione che mi fece quando vidi quel 27 giugno, imboccando la via Maqueda dalla porta S. Antonino verso le sette o le otto di sera (venivo da via Archirafi dove avevo sostenuto un esame di Fisica), diversi autobus bloccati e abbandonati lungo la via.

8 luglio 1960. Dalla cronaca di quella giornata.
Quella mattina Pio La Torre e Nicola Cipolla, da una testimonianza di quest’ultimo, con i compagni della camera del lavoro si erano recati all’ingresso degli operai al cantiere navale per informarli della strage di Reggio e dello sciopero generale dalle ore 14.
La testimonianza di un anziano impiegato del Cantiere Navale recuperata da Marcello Cimino in occasione del 20° anniversario ci dice che “scioperarono tutti gli operai effettivi ma vennero bloccati dalla polizia subito, all’uscita dai cancelli” a mezzogiorno. “Riescono però ad aggirare lo sbarramento e a risalire la via dei cantieri fino al cavalcavia dove un più forte cordone di polizia li ferma. Segue un primo scontro a base di gas lacrimogeni. Gli operai si riaccorpano in corteo più avanti risalendo la via Duca della Verdura. All’altezza del fondo Amato dove ora sorge l’Istituto Tecnico industriale, allora tutto voragini e macerie, altra carica della polizia, altra sassaiola, altri gas lacrimogeni e altro aggiramento degli operai che continuano la marcia verso piazza Politeama dove il caos era già cominciato”
E’ il segnale che la polizia tenta, per ordine del governo, di impedire lo sciopero e la manifestazione violando le più elementari garanzie delle libertà costituzionali; altro che mantenere l’ordine pubblico.
Già in piazza Politeama “migliaia di scioperanti, di giovani e di cittadini fin dalle ore 13 sono cominciati ad affluire. La piazza dalle 14 in poi e per tutta la serata è divenuta l’epicentro di continui, violenti scontri con i reparti di poliziotti e carabinieri”.
A mezzogiorno era cominciato l’esodo da tutti i cantieri edili. Alle 14 in punto tutti i filobus e gli autobus dei trasporti urbani erano rientrati, senza eccezione alcuna, nelle rimesse.

“Alle 14,30 cortei di giovani e di lavoratori, partendo dal Politeama, imboccavano la via Ruggero Settimo. A un certo punto, alle spalle dei dimostranti piombavano una mezza dozzina di jeeps cariche di celerini i quali cominciavano a caricare violentemente. I dimostranti sparpagliatisi in gruppi” – una parte del corteo scese per via Emerico Amari – “organizzavano la difesa”.
“Le jeeps lanciate a pazza velocità venivano fatte segno a lanci di sassi e di paletti di legno.
Il tratto dell’asse piazza Politeama piazza Massimo era divenuto un campo di battaglia.

Trascrivo dalla testimonianza di Manlio Guardo dottore in Chimica dirigente giovanile comunista, al quale, già arrestato e caricato ammanettato su una camionetta della polizia con altri due dirigenti del PCI Giuseppe Messina e Piero Calcara, un ufficiale urla: – Ho il diritto di ucciderla!-
Ore 15.05: all’angolo fra via Principe di Belmonte e via Ruggero Settimo scorgo un folto gruppo di dimostranti che comincia a costruire una barricata con quanto riesce a trovarsi intorno. Insieme con il segretario della Camera del Lavoro Pio La Torre mi caccio in mezzo alla calca. Cerchiamo di impedire che si continui ad accumulare ostacoli sulla strada, intuiamo che già questo costituirà un buon pretesto per la reazione delle forze di polizia. Ma quando tentiamo di trascinare con noi la folla in direzione del Politeama, giovani e vecchi ci affrontano: – Che calma volete, gridano, chisti sparanu, chisti ammazzanu!-. Tutti sapevano dell’eccidio di Reggio, tutti temevano il peggio, erano certi che il peggio sarebbe presto venuto.
Per bloccare i caroselli delle jeeps, con tutti i mezzi di fortuna disponibili compresi i bidoni di latta che allora spingevano a mano i netturbini, si erano improvvisati degli sbarramenti. Qui di fronte alla inattesa resistenza dei manifestanti i reparti armati perdono la testa: oltre al lancio di bombe lacrimogene, di candelotti lacrimogeni e di idranti che erano entrati in funzione a piazza Politeama incominciano a sentirsi colpi di fucile e le prime sventagliate di mitra.
“La furia incontrollata di chi dirigeva le forze di polizia è esplosa verso le 17,15 del pomeriggio, quando la massa dei dimostranti, dopo aver fatto fronte a numerose cariche, si è attestata in via Maqueda”.

Dirigenti sindacali e deputati regionali, ormai sospettate le gravi intenzioni della polizia, avevano tentato di fare intervenire il presidente della regione sul prefetto e il questore per fare ritirare i reparti armati e consentire di riportare la calma e sotto controllo la situazione. Ma tutto è inutile. Sembra che apparentemente scollegati fra loro altri reparti nel frattempo entrano in azione vanificando ogni tentativo di non fare precipitare la situazione.
La battaglia continuerà fino a tarda sera con un terribile bilancio di violenza e di morte.
Le cariche violente della polizia, i caroselli delle jeeps, le bombe lacrimogene, le sventagliate di mitra in piazza Massimo avevano sospinto una parte dei dimostranti in via Maqueda e un’altra massa verso via Cavour. Pare che sia in questa fase che un colpo di fucile sparato in aria da piazza Massimo alle spalle dei dimostranti colpisce la signora Rosa La Barbera mentre stava chiudendo le persiane del suo balcone in via Rosolino Pilo; morirà l’indomani in ospedale.
Fra i dimostranti che si dirigono verso via Maqueda c’è Francesco Vella. Operaio edile, dirigente comunista della sezione Monte Grappa, ha un grandissimo ascendente fra i giovani operai edili di Palermo. Siamo nel pieno del sacco edilizio di Palermo con fortissimo controllo mafioso. Si parla di pizzo giornaliero per lavorare nei cantieri. Vella per i giovani edili è certamente un importante punto di riferimento anche in questa battaglia. Dalla testimonianza di Vincenzo Sanfilippo allora amorevole fidanzato di Fina, figlia di Ciccio Vella, che poi sposerà, sappiamo dell’atteggiamento premuroso, paterno di Ciccio verso i suoi giovani edili. Grida, li esorta a mettersi al riparo, non fatevi ammazzare. Li sospinge dentro la via Bari al sicuro dei colpi di fucile e di mitra che ormai la polizia tira all’impazzata. I manifestanti non erano fuggiti neanche quando chiazze di sangue e i corpi accasciati al suolo hanno dato la misura della tragedia. Si sono visti dei ragazzi correre contro i carabinieri, afferrare le canne dei mitra con le mani e gridare “sparate, sparate assassini”. E qui che Francesco Vella viene colpito vittima della sua grande paterna generosità. E’ Lillo Roxas, grande dirigente comunista nisseno, che ne rese allora testimonianza: “Io ero con Ciccio Vella un minuto prima che un assassino in divisa mirasse e lo ammazzasse”. Ciccio Vella cade fra le braccia di Vincenzo Sanfilippo.

“Erano circa le ore 19.” Così ricorda quei momenti Giacomo Di Giugno, laureando in medicina. “In piazza Verdi si era radunata una folla in gran parte composta da coloro che cercavano di allontanarsi da via Ruggero Settimo dove poco prima erano stati lanciati dei candelotti lacrimogeni. La gente aveva gli occhi rossi ed era confusa: stava ferma a gruppi in vari punti della piazza. Un folto gruppo era davanti alla scalinata del Massimo.
Ad un certo punto da dietro il teatro, forse da via Volturno, sopravvennero alcuni camion o jeep carichi di carabinieri e agenti. In quel momento la piazza era calma. Ma all’improvviso gli armati scesero dai loro mezzi e si lanciarono addosso alla gente piccchiando all’impazzata con i manganelli e i calci dei fucili. Alcuni cittadini furono così abbattuti e lasciati per terra, molti altri furono afferrati brutalmente e sospinti con calci e pugni sui camion. Allora i giovani che erano fra la folla cominciarono a disselciare il marciapiede e a lanciare sassi contro i poliziotti i quali furono costretti a ritirarsi verso la via Cavour. A questo punto cominciarono a sparare dapprima in aria. Poi, avvertendo le pallottole frusciare fra gli alberi piuttosto bassi della piazza, mi resi conto che abbassavano il tiro. I dimostranti cominciarono a diradarsi riparandosi nelle stradine adiacenti.
Anche io, che ero con alcuni altri studenti e cittadini, …..cominciai a fuggire per ripararmi. Mi trovai così accanto ad un giovane bruno quasi della mia altezza e imboccammo assieme via Salvatore Spinuzza. …mi girai un momento e vidi distintamente un poliziotto appostarsi all’angolo della valigeria e mirare verso di noi con un’arma da fuoco che aveva una grossa canna, forse un mitra, e sparare. Subito dopo vidi il giovane che era accanto a me portarsi una mano al fianco e contrarre il viso per il dolore. Lo sorressi abbracciandolo e lo condussi al riparo nel vicolo vicino. Cominciai a chiamare aiuto. Nessuno dapprima venne perchè la polizia continuava a sparare. Finalmente si avvicinarono alcune persone che sollevarono il ferito e lo caricarono su una macchina. Seppi dopo che si trattava di Andrea Gangitano”.

Nelle stesse ore, a testimonianza di un unico orientamento deciso a spingere avanti e a far precipitare nel tentativo di renderla irreversibile l’avventura tambroniana, viene barbaramente ucciso a Catania Salvatore Novembre 22 anni.
Decine di persone hanno assistito all’azione criminosa di un agente di polizia che ha sparato mirando freddamente contro un giovane che ripetutamente colpito da manganellate si era accasciato sanguinante dietro la saracinesca abbassata del cinema Olimpia: gli ha sparato addosso 2-3 colpi di pistola tirando al bersaglio.
Poi chissà quasi a modificare la scena del delitto altri agenti brutalmente, forse senza rendersene conto o forse ubbidendo agli ordini di un superiore, trascinano il morto in mezzo alla via dove lo lasciano dissanguare.
Scene di violenza e di ordinaria follia.
Avevo accennato in premessa a questa cronaca della “Battaglia di Palermo” come la “società civile” palermitana non avesse avuto lo scatto di orgoglio di difendere i suoi figli, come mostrasse ancora una volta tutta la sua subalternità alla rappresentazione che mettono in scena i portavoce della sua classe dirigente.
E la sua classe dirigente è quella del sacco di Palermo, quella dei sindaci Lima, Ciancimino, quella che non aveva tanto pianto le ville liberty di via Libertà fatte saltare in aria dalla borghesia mafiosa quanto disperatamente le recinzioni in ferro delle aiuole calpestate l’8 luglio, le vetrine infrante ma non i morti. E’ la classe dirigente che plaude all’intervista rilasciata meno di un anno prima dal suo cardinale che dichiara che “ la mafia non esiste. E’ una invenzione dei comunisti”. Di questa rappresentazione in qualche modo si dichiara vittima lo stesso quotidiano L’ORA quando, 5 giorni dopo l’8 luglio, riporta fra le altre la trasparente, genuina testimonianza di Giuseppe Malleo 15 anni, fontaniere che vede all’angolo della via Celso “un carabiniere che alzò il moschetto e mi sparò addosso”. Malleo morirà alcune settimane dopo. Scrive L’ORA“ che una più precisa conoscenza e una più ponderata considerazione dei fatti hanno fatto giustizia delle interessate voci allarmistiche e di certi prevenuti stati d’animo che avevano attribuito ad alcuni episodi di reazione da parte dei dimostranti un bilancio dimostratosi poi del tutto sproporzionato.”
Purtroppo lo stereotipo, era in gran parte passato. Il Giornale di Sicilia piangendo le aiuole aveva parlato di plebaglia. Era addirittura arrivato a distinguere fra lavoratori e plebaglia per giustificare la violenza scatenata dal governo Tambroni a sostegno del quale si era apertamente schierato.
Un velo di silenzio fu steso su quanto accadeva l’8 luglio dentro palazzo Comitini allora sede della prefettura secondo un antico canovaccio ormai collaudato che era pure servito a rimuovere un altro terribile episodio di violenza proprio lì accaduto nel 1944: la strage a colpi di bombe a mano e di mitra di 23 cittadini di Palermo fra cui moltissimi giovani.
Erano altri aspetti terribili della violenza.
Gli arrestati a centinaia venivano scaricati dalle camionette della polizia e dai cellulari dei carabinieri e, a via di urla volgari e di “cornuti”, “sporchi comunisti”, venivano spinti dentro il cortile della prefettura dove erano costretti a passare fra due fila di poliziotti urlanti che a sputi e a calci li indirizzavano per ammassarli e rinchiuderli in una grande stanza in fondo.
Le condizioni in cui si ritrovarono i fermati ammassati in una stanza quel otto luglio 1960, richiamano alla memoria le parole di Debenedetti nel suo “16 ottobre 1943”, cronaca della famosa razzia dei tedeschi col concorso dei fascisti nel Ghetto di Roma che si concluse con la deportazione di più di mille ebrei nei campi della morte in Germania.
“Ogni tanto un ordine minaccioso, urlato, ristabiliva un momentaneo e quasi più angoscioso silenzio.
Poche ore erano bastate perché, nei locali stipatissimi, cominciasse a stagnare quella vita infetta, che è come il miasma di tutte le carceri e luoghi di deportazione. Sentinelle e sorveglianti impedivano quasi sempre di raggiungere le latrine.
Il proposito di umiliare, di deprimere, di ridurre quella gente a stracci umani, senza più una volontà, quasi senza rispetto di se stessi, fu subito evidente.” ( In “Galleria” 1955, fascicolo della rivista dedicato al decennale della liberazione)
Dalla preziose testimonianze di Manlio Guardo, Calcara, Messina, Aldo Caronia, tutti studenti laureandi, Domenico Zangara cameriere e tanti altri.
“Quando giungiamo in Questura un nugolo di (agenti?) è disposto lungo il colonnato”. É un corridoio di colpi di ogni specie e di insulti. I più giovani hanno la peggio. Gridano e piangono. Vi sono ragazzi di 14 e 15 anni. Mentre li perquisiscono continuano a bastonarli. Finiamo tutti in una cella di cinque metri quadrati e siamo in 25. é una fornace nella quale rimarremo molte ore senza un sorso di acqua. Quando verso mezzanotte saremo trasportati e rinchiusi nella sala colloqui dell’Ucciardone avrò modo di misurare gli effetti di quel trattamnto.
Siamo circa 330. Vi sono ragazzi che hanno perso la camicia o se ne sono disfatti quando era in pezzi. Ci mostrano la schiena segnata da dieci, dodici, quindici colpi di manganello. Uno ha un gonfiore sul rene destro grosso come una pagnotta e soffre orribilmente. Un ragazzo ha una larga ferita sanguinante sullo zigomo destro e non riuscirà a ricevere alcuna cura. Uno dei miei compagni, studente di medicina, è ferito all’occhio destro, vi è un taglio profondo e una larga ecchimosi. È stato un colpo di manganello. Un signore anziano, pelato e (…) ha la schiena letteralmente martoriata, è contrassegnato da una quantità di colpi. Per gli altri, tutti, è solo questione di misura.
La battaglia di Palermo Onore ai martiri della libertà

Dimensioni reali della battaglia
Sua durata dalla mattina alla sera trovare riferimenti
Partecipanti
– strati sociali
ragazzi con le magliette a striscie
operai del cantiere navale: escono alle 12
tentativo della polizia di bloccarli
descrizione
arrivano a piazza Politeama dopo diverse cariche che tentano di sciogliere il corteo ( vedi Marcello Cimino)
dati prelevabili da diverse testimonianze.
Onore ai martiri della libertà (vedi Romano Bernardino Verro per Caltavuturo).
Perché abbiamo cantato i morti di Reggio Emilia e non abbiamo cantato i nostri morti ?
Il precedente del 27 giugno
Pagina 4 L’ORA Mercoledì 13- Giovedì 14 Luglio 1960

Le gravi testimonianze sulle sparatoie di Palermo

(continua dalla prima pag.)

Marmi. Mi hanno preso in testa e sulle spalle. Meno male che non mi venne la crisi. Perchè sono sofferente si epilessia. Che vi devo dire? Di scioperi ne capisco poco. Io ho bisogno solo di una cosa. Di pane per i miei figli. Piangono, e a me piange il cuore. Guardo mia moglie che ormai è pronta per comprare (?) l’altro bambino e mi ammazzerei. Che cosa gli devo dare da mangiare al mio figlio nuovo? Ma chi me li da i soldi? Tre anni che cerco un posto. Un posto qualsiasi, anche netturbino. Ma non mi vuole nessuno. Neanche la morte mi ha voluto!

Ho visto uccidere il giovane Gangitano
GIACOMO DI GIUGNO, 28 anni laureando in medicina,
“Erano circa le ore 19. In piazza Verdi si era radunata una folla in gran parte composta da coloro che cercavano di allontanarsi da via Ruggero Settimo dove poco prima erano stati lanciati dei candelotti lacrimogeni. La gente aveva gli occhi rossi ed era confusa: stava ferma a gruppi in vari punti della piazza. Un folto gruppo era davanti alla scalinata del Massimo.
Ad un certo punto da dietro il teatro, forse da via Volturno, sopravvennero alcuni camion o jeep carichi di carabinieri e agenti. In quel momento la piazza era calma. Ma all’improvviso gli armati scesero dai loro mezzi e si lanciarono addosso alla gente piccchiando all’impazzata con i manganelli e i calci dei fucili. Alcuni cittadini furono così abbattuti e lasciati per terra, molti altri furono afferrati brutalmente e sospinti con calci e pugni sui camion. Allora i giovani che erano fra la folla cominciarono a disselciare il marciapiede e a lanciare sassi contro i poliziotti i quali furono costretti a ritirarsi verso la via Cavour. A questo punto cominciarono a sparare dapprima in aria. Poi, avvertendo le pallottole frusciare fra gli alberi piuttosto bassi della piazza, mi resi conto che abbassavano il tiro. I dimostranti cominciarono a diradarsi riparandosi nelle stradine adiacenti.
Anche io, che ero con alcuni altri studenti e cittadini, fra cui un signore anziano (forse un medico o un farmacista a giudicare dai discorsi) cominciai a fuggire per ripararmi. Mi trovai così accanto ad un giovane bruno quasi della mia altezza e imboccammo assieme via Salvatore Spinuzza. Mentre ci dirigevamo verso un vicolo che sbocca in via Bara, mi girai un momento e vidi distintamente un poliziotto appostarsi all’angolo della valigeria e mirare verso di noi con un’arma da fuoco che aveva una grossa canna, forse un mitra, e sparare. Subito dopo vidi il giovane che era accanto a me portarsi una mano al fianco e contrarre il viso per il dolore. Lo sorressi abbracciandolo e lo condussi al riparo nel vicolo vicino. Cominciai a chiamare aiuto. Nessuno dapprima venne perchè la polizia continuava a sparare. Finalmente si avvicinarono alcune persone che sollevarono il ferito e lo caricarono su una macchina. Seppi dopo che si trattava di Andrea Gangitano”.

Sono in grado di riconoscere il tenente che mi sparò
LUIGI CANDELA, 25 anni, Via Immacolatella n. 108, allo Sperone – lucidatore
Sono lucidatore di pavimenti. Guadagno circa 1200 lire a giornata. Non sono sposato. Abito con i miei. Tutti i miei fratelli lavorano. Non dico che stiamo bene, ma si lavora e si mangia, ecco.
Come sono rimasto ferito durante i disordini di venerdì? Nel pomeriggio avevo deciso di andare a fare visita a mia nonna, in vicolo Marotta. Quando sono giunto all’angola che la via Bari forma con via Maqueda, vicino alla Galleria delle Vittorie, sentii clamori forti che provenivano dalla via Napoli. Stavo per sbucare sulla via Maqueda quando mi venne incontro un tenente della P.S. che mi puntò una pistola contro le gambe e fece fuoco. Lo saprei riconoscere tra diecimila persone. Giuro che ero compleramente solo sulla strada, non avevo nè armi nè bastoni in mano, non correvo, non gridavo. Il tenente subito dopo avere esploso il colpo diretto contro di me girò il braccio di un palmo e continuò a fare fuoco contro altri. Io caddi in ginocchio. Sentii un gran freddo al piede destro. Riuscìi a stringermelo tra le mani. Mi guardai attorno in cerca di aiuto e vidi il tenente che continuava a sparare, calmo. Qualcuno che non ricordo mi prese in braccio, mi caricò su una macchina, mi consegnò agli infermieri del pronto soccorso in via Roma. Poi andai a finire a Villa Sofia. Mi hanno interrogato parecchie volte. Non vogliono credere che sarei capace di riconoscere il tenente. Invece vi assicuro che ne sarei capace, parola d’onore.

Vidi sul ginocchio il buco della pallottola
CARMELO BROTTO, 17 anni, Vicolo Cusimano, n.6 – studente
Sono studente del V ginnasio. Mio padre è disperso in guerra. Mia madre non lavora perchè è ammalata. Ho un fratello laureando in legge, ed un altro studente al terzo liceo. Ci aiutano i parenti di mio padre, pagandoci le tasse scolastiche e comprandoci i libri di testo, non mi vergogno di dire che è come se vivessimo a giornata. Non sappiamo mai che cosa succederà l’indomani. Ecco come sono rimasto ferito durante i disordini di venerdì.
Verso le ore sedici uscì di casa perchè avrei dovuto comprare il pane per i miei. Ma i panettieri erano tutti chiusi. Mi accorsi che le strade del centro erano piene di gente che gridava, correva, tornava indietro… strinsi le distanze, diciamolo pure, per curiosità. Mi trovai tra tutta quella gente, proprio all’angolo che la via Maqueda forma con la via Napoli. Insomma, alla Galleria delle Vittorie. È stato a quel punto che qualcuno mi ha sparato. Chi? Non lo so proprio. Ricordo solo di avere sentito un colpo sul ginocchio destro, come di una pietra che arriva. Subito me lo toccai. Il ginocchio, ma non riscontrai nulla di anormale. Un attimo dopo dovetti appoggiarmi a una saracinesca. Uno accanto a me gridò :- Ti hanno ferito?-. Io prima di rispondere volli sincerarmi e alzai il calzone. Mi ricordo che il quel momento qualcuno vicino grido :- Hanno ammazzato uno!. Vidi sul ginocchio il buco della pallottola. Mi si avvicinò uno con uno scooter e mi disse :- Monta. Ti porto all’Ospedale-. E sono andato con lui. Alla guardia medica di via Roma tentarono di togliermi la pallottola spremendo la ferita. Quando videro che non potevano fare nulla, mi mandarono qui a Villa Sofia con una autoambulanza. Qui il trattamento è stato buono. Solo che abbiamo avuto un sacco di interrogatori di polizia.

La mano entrò tutta dentro la ferita
SALVATORE LIPARI, 14 anni, Via Tavola Tonda, n. 5
Io non vorrei neanche parlare dei disordini di venerdì. I medici dicono che la mia ferita non è da trascurare. Ancora mi brucia, e come! La prossima volta che sento parlare di sciopero neanche esco. Io sono rimasto ferito venerdì sera, molto tardi, durante l’assalto al negozio Spatafora, quello delle scarpe. Passavo di lì per combinazione. Ero diretto a casa mia. Vidi alcuni davanti al negozio e ci andai pure io. Quando arrivai lì vicino vidi la lastra di vetro della vetrina che stava cedendo. Mi tirai indietro e mi girai. Arrivai per un pelo. Altrimenti il vetro mi sarebbe caduto sul collo. Invece mi sentii il piede destro caldo caldo. Me lo toccai dove c’era il sangue e la mano entrò tutta dentro la ferita, sino in fondo. Allora cominciai a gridare a tutti di muoversi, di portarmi all’ospedale. La rima macchina sulla quale mi caricarono incappò nell’asfalto rotto di via Roma e non si mosse più. Io stesso dovetti sollecitare per essere caricato su un’altra auto che facesse il giro dalla via Maqueda. Meno male che almeno io non ho perso la testa! Al pronto soccorso di via Roma mi tamponarono le ferite e poi mi mandarono in ospedale per il ricovero.

Un ufficiale mi urlò: – Ho il diritto di ucciderla!-
MANLIO GUARDO, 26 anni, via Marchese Ugo n. 58 – dottore in chimica
Ore 13.03: all’angolo fra via Principe di Belmonte e via Ruggero Settimo scorgo un folto gruppo di dimostranti che comincia a costruire una barricata con quanto riesce a trovarsi intorno. Insieme con il segretario della Camera del Lavoro Pio La Torre mi caccio in mezzo alla calca. Cerchiamo di impedire che si continui ad accumulare ostacoli sulla strada, intuiamo che già questo costituirà un buon pretesto per la reazione delle forze di polizia. Ma quando tentiamo di trascinare con noi la folla in direzione del Politeama, giovani e vecchi ci affrontano: – Che calma volete, gridano, chisti sparanu, chisti ammazzanu!-. Tutti sapevano dell’eccidio di Reggio, tutti temevano il peggio, erano certi che il peggio sarebbe presto venuto.
La nostra fatica tuttavia non è inutile. Riusciamo a farci seguire dalla maggioranza del gruppo fino alla piazza. A questo punto un autocarro dei carabinieri carico di uomini armati di moschetto o di mitra si avvia dal centro della piazza verso la barricata improvvisata, mentre dai Quattro Canti di Campagna giungono delle camionette della Celere. I carabinieri scendono dal camion, sono molti, il loro sguardo è quello di uomini febbricitanti, qualcuno – appena a terra- spiana l’arma. Dall’altra parte vola una sassata. Una voce grida: – No! Ai carabinieri no! -. La gente sa chi ha sparato a Reggio Emilia e la vecchia tradizione di rispetto per la benemerita non si è ancora spenta in Sicilia. Più tardi verrà scossa alquanto.
Vedo il commissiario Nicolicchia avanzare alla testa dei carabinieri, gli vado immediatamente incontro: – Per carità, gli dico, che i suoi uomini non perdano la testa senza ragione, ci sono tutte le possibilità di evitare i guai- – Va bene, fa lui, cerchi di trattenerli-. E li tratteniamo infatti, ma non è che una beffa. Alle nostre spalle si è disposto un reparto della Celere, ed è la carica, violenta, spietata. Gli agenti digrignano i denti ed urlano come lupi. Si avventano su quelli che corrono e su gli altri che stanno fermi e guardano, indiscriminatamente. In quel momento mi rendo conto che questi uomini non sono, non possono essere in un normale stato fisiologico.
In quel momento dal fondo di via Enrico Amari si preparava l’offensiva, evidentemente studiata a tavolino, nei minimi particolari. Una formazione di camionette, autocarri, autocisterne munite di idranti, procedeva come su un campo di esercitazione verso Piazza Ruggero Settimo e Piazza Castelnuovo con un massiccio coro di sirene. Gli idranti entravano in azione improvvisamente al’altezza del teatro e nello stesso istanze le jeeps improvvisamente acceleravano la marcia e si scagliavano sulla folla. Poi il grosso dell’autocolonna imboccava via Libertà, le autocisterne in testa con gli idranti in azione. Credo che in parte si trattasse di acqua colorata.
I gruppi di dimostranti temporaneamente dispersi tornavano a costituirsi in Piazza Castelnuovo, ma non era finita. Sul marciapiede, dalla parte di via Dante, è schierato un altro reparto di agenti al comando del commissario Campagna e del maresciallo Bertolozzi. Si muovono. Prevedo come andrà a finire e mi rivolgo al commissario. Immagino che il suo comportamento non debba essere diverso da quello del suo collega di prima. Ma l’immaginazione non è evidentemente in questi frangenti la qualità più utile. La conversazione si svolge all’inizio in modo normale. Accanto a me sono adesso altri due giovani dirigenti del P.C.I., Messina e Calcara. Partecipano anch’essi. Spieghiamo assieme (quasi fosse necessario) che non vi è nessuna ragione di arrivare a una strage, che si deve mantenere la calma, soprattutto fra gli agenti, perchè nessuno riuscirebbe a contenere l’indignazione della folla se si insistesse con la violenza. Improvvisamente il tono cambia, mi si chiede di qualificarmi e quando lo faccio, i due funzionari assumono un comportamento arrogante e provocatorio, ci accusano perentoriamente di essere sobillatori e istigatori alla violenza. Ormai l’intenzione è più chiara. Viene la dichiarazione d’arresto, vengono le manette che – applicate in fretta e furia- segano il polso sinistro producendo un dolore insopportabile. Il maresciallo Bertolazzo – prima evidentemente distratto – mi urla dietro finalmente :- In nome della legge!-.
Veniamo caricati tutti e tre su una camionetta sopraggiunta. Con i polsi imprigionati ho avuto difficoltà a montare. Questo ha ulteriormente imbestialito gli agenti che si sfogano sulla mia schiena, gli altri non ricevono un trattamento diverso. É questo per noi… di una avventura incredibile. Non ci dirigiamo verso la Questura, la nostra jeep continua a partecipare all’azione del suo reparto come se nulla fosse avvenuto. Per oltre mezz’ora percorriamo la città da un capo all’atro. Via Amari, via Wagner, va Scordia, via Principe di Belmonte. Qui, ad una fermata durante la quale gli agenti si avventano contro un portone chiuso, ha luogo l’episodio più significativo e più mostruoso. Mentre sono disteso sul fondo dell’auto, sotto i piedi degli agenti con la sola testa fuori del bordo, un ufficiale che sta fuori sulla strada mi viene vicino e ponendo la mano destra sul fodero della pistola urla: -Delinquente, io ho il diritto di ucciderla, ho il potere di ucciderla, la uccido!-. Per buona sorte la jeep in quell’istante riparte. Se il diritto è solo una questione di fatto allora la distanza è la migliore difesa.
I caroselli della nostra jeep continuano, ritorniamo in via Emerico Amari. Ci fermiamo ad ogni piè sospinto. Gli agenti tremanti. La paura è più che evidente sui loro volti, una paura folle, quasi avessero dinanzi un esercito armato di cannoni piuttosto che una folla assolutamente inerme. Il resto è quello strano stato di eccitazione che descrivevo al principio. Cominciarono a lanciare una quantità interminabile di candelotti lacrimogeni. É un momento molto brutto per noi che non abbiamo occhiali e non sappiamo come proteggerci, e dura a lungo. Per un miracolo che finalmente ci allontaniamo dalla zona. Sta per raggiungere la “Cairoll”, ci vorrà almeno un quarto d’ora. Un quarto d’ora di cariche, caroselli, aggressioni e tutti i passanti, anche in posti lontanissimi dal teatro degli scontri, come al palazzo di Giustizia, dove bastonano un ragazzo che tiene in mano un cono gelato.
Quando giungiamo in Questura un nugolo di (agenti?) è disposto lungo il colonnato, sulla via della…. É un corridoio di colpi di ogni specie e di insulti. I più giovani hanno la peggio. Gridano e piangono. Vi sono ragazzi di 14 e 15 anni. Mentre li perquisiscono continuano a bastonarli. Finiamo tutti in una cella di cinque metri quadrati e siamo in 25. é una fornace nella quale rimarremo molte ore senza un sorso di acqua. Quando verso mezzanotte saremo trasportati e rinchiusi nella sala colloqui dell’Ucciardone, avrò modo di misurare gli effetti di quel trattamnto.
Siamo circa 330. Vi sono ragazzi che hanno perso la camicia o se ne sono disfatti quando era in pezzi. Ci mostrano la schiena segnata da dieci, dodici, quindici colpi di manganello. Uno ha un gonfiore sul rene destro grosso come una pagnotta e soffre orribilmente. Un ragazzo ha una larga ferita sanguinante sullo zigomo destro e non riuscirà a ricevere alcuna cura. Uno dei miei compagni. Studente di medicina, è ferito all’occhio destro, vi è un taglio profondo e una larga ecchimosi. È stato un colpo di manganello. Un signore anziano, pelato e (…) ha la schiena letteralmente martoriata, è contrassegnato da una quantità di colpi. Per gli altri, tutti, è solo questione di misura.

La nuova carica seminò il caos
LORENZO PIZZOLO, 22 anni, Cortile della Mercede al Capo- pescivendolo
Vive con la madre, i fratelli, una cognata rimasta vedova con un piccolo: di tutti è l’unico a lavorare di tanto in tanto.
Mi trovavo in via Maqueda insieme ad altri lavoratori quando una nuova carica della polizia arrivò. Il caos nella zona: molti si diedero a scappare, io invece rimasi lì per non lasciare solo gli altri che erano con me. Ad un certo punto, all’angolo di via Candelai una camionetta della polizia si avvicinò al nostro gruppo e gli agenti, sporgendosi dall’automezzo, cominciarono a picchiare con i manganelli. Il colpo più forte l’ho preso al gomito, ed è stato così forte che sono caduto a terra. Alcuni lavoratori mi hanno accompagnato al prontosoccorso, lì mi hanno medicato ed avrebbero voluto che andassi alla Feliciuzza. Ma ho preferito tornare a casa: non posso permettermi di perdere qualche giorno di lavoro.

Fui colpito sulla soglia del mio negozio
GIOVANNI ROSANO, 21 anni, lavora nella sua “Tintoria Azzurra” di via E. Amari, n.61- commerciante
Ha ancora i segni dei colpi ricevuti: l’occhio diventato nero e diverse cicatrici sulla fronte.
Stavo qui sulla porta del mio negozio, e avevo abbassato a metà la saracinesca, dato che in quel momento le cariche si succedevano e non si riusciva a capire più niente. Una camionetta è salita sul marciapiede e ha preso a camminare rasente al muro e gli agenti, sporgendosi, hanno manganellato tutti quelli che arrivavano a tiro. Non ho potuto quindi evitare i colpi, così come è accaduto ad altri che stavano dinnanzi al loro negozio.
Mi hanno massacrato in piazza e in questura
DOMENICO ZANGARA, 22 anni, Rione 4 camere, edif. C, Scala D – cameriere
Sono cameriere in un ristorante di Mondello. Sono sposato e ho un bambino. Il guadagno giornaliero è subordinato alle mance. Ma non posso dire di passarmela bene, tutt’altro. Venerdì è stato un gran brutto giorno per me e anche il sabato, purtroppo, anche se non sono stato ferito da colpi di arma da fuoco come tanti altri poveri diavoli. In cambio sono stato bastonato come un cane e rinchiudo all’Ucciardone. Un’esperienza che non auguro a nessuno.
Venerdì sono smontato dal lavoro alle ore 14. sono riuscito a prendere a Mondello l’ultimo filobus per la città. Sono arrivato a piazza Politeama alle ore 14:25 al più tardi. Appena sceso dal filobus sono stato aggredito da sette agenti che mi hanno subissato di manganellate gridando :- Delinquente! Disonesto! State rovinando una città!- Io disgraziatamente sono epilettico. Sotto quella montagna di legnate mi venne una crisi. Ero come svenuto. Sentivo le legnate che arrivavano ma non avevo la forza di fare nulla. Ero come svenuto pur sentendo il dolore per i colpi. Quando tornai in me ero dentro la Questura Centrale senza giacca e senza camicia. Appena mi sono svegliato mi hanno preso a calci:- Tu sei stato uno di quelli che hanno tirato le pietre! Tu avevi un bastone in mano, ti abbiamo visto!- gridavano da tutte le parti. Io dicevo di no e loro aumentavano la dose. Mi hanno massacrato. Sarei capaci di conoscere due tra quelli che hanno lavorato di più sulle mie spalle e sulla mia faccia. Verso mezzanotte per fortuna quella tortura finì (dopo nove ore passate tra scariche di pugni e senza vedere un pezzo di pane nè un bicchiere di acqua) perchè ci caricarono sui camion e ci portarono all’Ucciardone.
Eravamo quattrocento in un solo camerone. Non ci potevamo muovere. Ci urinavamo uno sull’altro. Il dolore era terribile. Verso le 11.30 dell’indomani ci diedero un pezzo di pane e un pò di mortadella. Alle 17 altro pane e formaggini. Abbiamo mangiato il pane e abbiamo gettato via i formaggini avariati. Per bere era disponibile soltanto l’acqua dei gabinetti. Una vera porcheria. Verso le ore 22 in vista della libertà ci hanno pestato di santa ragione per l’ultima volta. Io presi un calcio nell’inguine ma così forte che mi rotolai a terra senza poter neanche gridare perchè il respiro mi manco. Poi, finalmente, abbiamo avuto un pò di pace. Liberi. Tutti fuori.
Ho mio padre, Gaetano, in carcere. È stato preso pure venerdì. Ma a lui sono toccati i calci dei carabinieri. So che è stato portato pare all’Ucciardone e pare l’hanno incarcerato. So pure che lo hanno denunziato per il saccheggio a Bellanca & Amalfi. È ancora dentro. Chissà come andrà a finire.

La ricostruzione della battaglia di Palermo va fatta dettagliatamente. Potremmo produrre collettivamente delle schede partendo anche semplicemente e criticamente dai resoconti della stampa dell’epoca.
Si allegano primi prototipi di schede: scheda 01 Vittime; scheda 02 cronologia eventi
Si possono prevedere schede su testimonianze rilasciate dai fermati e dai detenuti sulle indicibili violenze da essi subite nei locali della questura allora in via Maqueda palazzo Comitini.
Descrizione azioni di difesa dagli attacchi della polizia, a Reggio, a Roma a Genova e poi a Palermo. Viene sdrucita una intera via che consente di dare vita ad una sassaiola a Reggio (?) come avviene a Palermo. Ma qui è plebe è jaquerie.

Sottolineare la partecipazione in tutta Italia degli studenti peraltro anche già mobilitati per rivendicazioni di diritto allo studio.
Mobilitazione anche degli studenti medi che chiedono l’apertura degli accessi agli studi universitari a tutti i diplomati.
Anche a Licata il 5 sono presenti studenti universitari e medi che subiscono violente cariche della polizia. La ricostruzione di Luigi.

In diverse città i manifestanti chiedono alle forze di polizia di sottrarsi alla vista ed alla collera dei manifestanti colpiti dalla gravissima notizia dei morti di Reggio che provocano lo sciopero generale de l’8.
Descrizione della “ invasione della caserma dei carabinieri di Canicattì. La testimonianza di Antonio Saccaro da me raccolta. Conferma di Peppe Corsello.

Appunti per una storia dell’otto luglio 1960

Palermo, palazzo Comitini, sede allora della prefettura.

Gli arrestati a centinaia venivano scaricati dalle camionette della polizia e dai cellulari dei carabinieri e, a via di urla volgari e di “sporchi comunisti”, venivano spinti dentro il cortile della prefettura dove erano costretti a passare fra due fila di poliziotti urlanti che a sputi e a calci li indirizzavano per ammassarli e rinchiuderli in una grande stanza in fondo.
Le condizioni in cui si ritrovarono i fermati ammassati in una stanza quel otto luglio 1960, richiamano alla memoria le parole di Debenedetti nel suo “16 ottobre 1943”, ( In “Galleria” 1955, fascicolo della rivista dedicato al decennale della liberazione) cronaca della famosa razzia dei tedeschi col concorso dei fascisti nel Ghetto di Roma che si concluse con la deportazione di più di mille ebrei nei campi della morte in Germania.
“Ogni tanto un ordine minaccioso, urlato, ristabiliva un momentaneo e quasi più angoscioso silenzio.
Poche ore erano bastate perché, stipatissimi nei locali, cominciasse a stagnare quella vita infetta, che è come il miasma di tutte le carceri e luoghi di deportazione. Sentinelle e sorveglianti impedivano quasi sempre di raggiungere le latrine.
Il proposito di umiliare, di deprimere, di ridurre quella gente a stracci umani, senza più una volontà, quasi senza rispetto di se stessi, fu subito evidente.”

Vedere nota premessa all’edizione del Saggiatore dove si parla a proposito del 16 ottobre 1943, della Colonna infame del Manzoni e del Giornale della peste di Defoe.
Questo accostamento scaturisce secondo Moravia dal fatto che analogamente a Defoe e Manzoni Debenedetti descrive una calamità pubblica, un profondo angoscioso sentimento di terrore.
Profondo sentimento di terrore che nasce anche da situazioni violente di persecuzione e dalle azioni contro giustizia tipiche dei momenti di implosione delle istituzioni. In una intervista alla radio Sciascia dichiara di essersi ispirato, come linguaggio, per il suo “Dalla parte degli infedeli”, al Manzoni della “Colonna infame”.

Circolo Francesco Vella Palermo 22 marzo 2010

Angelo Ficarra

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Palermo 21 giugno 2019 – Fiom e Anpi consolidano il loro rapporto

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“Quando i tedeschi a Palermo volevano fare saltare i Cantieri navali e il porto durante la guerra”
„”Quando i tedeschi a Palermo volevano fare saltare i Cantieri navali e il porto durante la guerra”“

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Cgil Palermo

Antifascismo, avvio di un progetto comune tra i metalmeccanici della Fiom e i partigiani dell’Anpi. “Andremo insieme nei luoghi di lavoro per parlare di Costituzione, diritti, democrazia e solidarietà, con le testimonianze di protagonisti del mondo del lavoro”.

Palermo 21 giugno 2019 – Fiom e Anpi consolidano il loro rapporto con una collaborazione che li vedrà impegnati in iniziative pubbliche e nei posti di lavoro sul tema dell’antifascismo, della democrazia, della difesa della Costituzione e del racconto della storia e delle conquiste del mondo operaio.
“Abbiamo deciso di puntare a una collaborazione reciproca intensa tra le due strutture e di intraprendere un percorso che ci vedrà impegnati insieme nelle fabbriche, dove porteremo la testimonianza dei valori e degli ideali che hanno caratterizzato la nostra storia. Faremo fronte comune avvertendo l’esigenza di porre un argine alla diffusione di fenomeni discriminatori, razzisti e antisolidali – spiega il segretario Fiom Cgil Palermo Francesco Foti, componente del direttivo provinciale dell’Anpi – Con l’associazione partigiani, alla quale metteremo a disposizione uno spazio nella nostra sede, lavoreremo a delle iniziative, promuoveremo incontri e assemblee con i metalmeccanici in tutte le fabbriche, anche con le testimonianze di protagonisti ed ex esponenti del mondo operaio, per diffondere la conoscenza della storia dei Cantieri navali e di tutte le battaglie del movimento sindacale in città. Spiegheremo che le conquiste raggiunte vanno difese e che non bisogna arretrare”.
“Porteremo avanti un impegno comune su antifascismo e sull’applicazione della Costituzione. Noi non siamo né sindacato né un partito e ci interessa in particolare mettere a fuoco quello che la Costituzione contiene in tema di lavoro e diritti e stare accanto a chi ha un lavoro e a chi non lo vuole perdere – aggiunge il vice presidente nazionale Anpi Ottavio Terranova, ex saldatore e delegato sindacale Fiom del Cantiere Navale di Palermo, che assieme ad Angelo Ficarra, presidente Anpi Palermo, ha aderito con entusiasmo al progetto di lavoro con la Fiom – Pochi lo sanno ma l’antifascismo e i Cantieri Navali di Palermo sono collegati in modo significativo. Durante la guerra, quando i tedeschi andarono via, avevano minato i Cantieri e il porto, per farli saltare in aria. Gli antifascisti tagliarono i fili calandosi nei tombini e gli operai sminarono il cantiere, facendo sì che il loro posto di lavoro non venisse distrutto. L’impegno in difesa della democrazia ha radici antiche. Molti dirigenti nazionali della Cgil, da Di Vittorio a Trentin, passati tutti dalla Fiom, erano partigiani. C’è sempre stato un legame profondo tra l’Anpi e il mondo del lavoro e in particolare con i metalmeccanici”. In programma nei prossimi giorni un direttivo congiunto tra Fiom e Anpi in cui verrà pianificata l’attività in un documento comune. Fiom Palermo Fiom Cgil Fiom Fincantieri Palermo Fiom Keller Palermo Fiom Cgil Nazionale Fiom-Cgil Palermo Amici Anpi ANPI Palermo “Comandante BARBATO” Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI

 
 
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STRAGE DI CAPACI: FALCONE BORSELLINO E LOTTA ALLA MAFIA

ANPI ARCI         APPELLO   FALCONE

Nel giorno in cui ricordiamo la strage di Capaci e invochiamo per tutti i caduti verità e giustizia, chiediamo di fare nostro il coraggioso salto di qualità nella lotta contro la mafia e i neofascismi segnato col sangue dagli uomini delle scorte e da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Verso il popolo siciliano abbiamo un debito enorme che ci riguarda: quello di non avere invocato abbastanza la Giustizia negata ai suoi caduti. Quello di averne persa la memoria storica.

A loro chiediamo scusa, denunciando quanti, in Sicilia ed in Italia, hanno di fatto preferito rimuovere e sdradicare dalla coscienza di un popolo questa immane tragedia, cui ha fatto seguito quella non meno lacerante, degli esodi di massa dall’inizio alla metà del secolo scorso e di quello oggi in atto.

Allora come oggi avere creduto che su queste fondamenta lorde di sangue potesse essere edificata una società giusta, civile e democratica è stato un tragico errore.

Per questo recupero della dignità della persona umana, in una Europa segnata dalla caduta delle ideologie e dai nazionalismi, in un paese devastato dalla questione morale, dobbiamo rivolgerci a tutti, chiamando alla lotta e gridando il bisogno della certezza del diritto, della pace e della democrazia e per la piena attuazione della Costituzione.

La impunità di tutte le stragi politiche che hanno costellato la storia italiana, dai Fasci Siciliani a Portella della Ginestra e fino ad oggi, fa riemergere con forza l’ipotesi dei delitti politici e di strage commissionati alla mafia con la copertura di parti importanti di pezzi dello Stato.

L’ipotesi di questo patto scellerato, oggi acquista tragica forza dopo la sentenza del processo trattativa Stato-mafia dell’aprile 2018 che, in primo grado, condanna oltre a mafiosi e politici, anche alti dirigenti di apparati dello Stato.

La lotta al neofascismo passa dalla nostra capacità di debellare definitivamente questo patto scellerato e di chiamare tutte le forze del Paese ad uno sforzo comune e serio per progettare, con una nuova consapevolezza, il nostro futuro.   Palermo 23 maggio 2019

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SOLIDARIETA’ PROF.SSA ROSA MARIA DELL’ARIA

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COMUNICATO STAMPA

Oggetto: Solidarietà Professoressa Rosa Maria Dell’Aria ( Palermo)

 

L’ANPI Sicilia esprime massima solidarietà nei confronti della Professoressa Rosa Maria Dell’Aria, oggetto di un inqualificabile provvedimento disciplinare, e manifesta grande preoccupazione per un’azione chiaramente indicativa della volontà di attentare alla libertà d’insegnamento ed alla libera espressione di pensiero.

La professoressa ha svolto il suo insegnamento nella convinzione che la Scuola non debba solo informare ma debba, essenzialmente, formare cittadini in grado di orientarsi nella realtà in cui vivono e di operare scelte ragionate e non sudditi pronti ad accettare qualunque forma di imposizione e di censura.

Nuove generazioni sprovviste di spirito critico e di autonomia di pensiero sono funzionali ad un esercizio distorto del potere.

Chiediamo che venga immediatamente annullato il procedimento disciplinare altamente lesivo dei principi di libertà, democrazia e solidarietà sanciti dalla nostra Costituzione, figlia della Resistenza.

Maria Letizia Colajanni Coordinatrice regionale scuole ANPi Sicilia

Dal prof. Fausto Clemente Presidente della sezione Anpi di Termini Imerese riceviamo:

COMUNICATO STAMPA.
Nell’esprimere alla professoressa  Rosa Maria Dell’Aria  la massima solidarietà, la sez ANPI e il Comitato 25 Aprile di Termini Imerese condividono le preoccupazioni di tutti coloro che, nelle modalità di intervento della burocrazia scolastica e della Digos al Vittorio Emanuele III di Palermo, vedono un attacco alla libertà di insegnamento e, più in generale, alla stessa libertà di espressione, ambedue costituzionalmente garantite.
La gravità di quanto è accaduto è accentuata dalla sequenza quasi quotidiana di episodi in cui legittimi comportamenti di liberi cittadini sono immediatamente troncati dall’intervento delle forze dell’ordine, mentre in tutto il Paese si moltiplicano manifestazioni di gruppi e organizzazioni di estrema destra in palese e provocatoria violazione delle norme che le vietano e le sanzionano. Colpisce in particolare la prontezza con cui un gigantesco apparato – che va da un sottosegretario sino all’Ufficio scolastico regionale, al direttore dell’ambito territoriale di Palermo e alla Polizia di Stato –  si sia mobilitato per “punire” una docente di specchiata carriera e un gruppo di adolescenti, colpevoli di avere accostato le leggi razziali del 1938 ai provvedimenti contro i migranti dell’attuale governo, che com’è noto hanno il loro principale assertore e sostenitore nel ministro degli interni e nel partito che rappresenta.
Provvedimenti e direttive in cui, non un docente e un gruppo di studenti, ma l’alto Commissariato delle Nazioni Unite ha individuato ripetute violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale e che dunque, nello stile della democrazia e nel rispetto delle prerogative della scuola, avrebbero tutt’al più potuto suggerire la richiesta di un ulteriore esame delle circostanze e delle opinioni. Nei termini in cui tutto è avvenuto non è possibile  sottrarsi alla sensazione di una sistematica azione di contenimento  – se non di vera e propria intimidazione – nei confronti di legittime valutazioni di fatti e di altrettanto legittime manifestazioni di dissenso e di critica, che costituiscono i presupposti irrinunciabili della convivenza democratica.
Mentre chiediamo a chi di dovere di accertare se la sanzione adottata dal direttore dell’ufficio scolastico di Palermo non abbia obbedito a sollecitazioni che travalicano le norme e le procedure che regolano l’addebito di responsabilità ai lavoratori della scuola, chiediamo anche l’immediata restituzione della professoressa Dell’Aria al suo insegnamento; invitiamo docenti e studenti a rafforzare la consapevolezza della fondamentale importanza della libertà culturale e didattica di chi studia e lavora nella scuola; ribadiamo che i principi costituzionali su cui è fondata la Repubblica non consentono che istituzioni e apparati dello Stato siano impegnati nella tutela di ruoli e posizioni politiche di parte, ma solo nella difesa dei diritti dei cittadini e del libero confronto democratico.

§§§§§§§§§§§§§

MANIFETAZIONE DAVANTI AL LICEO VITT. EM. III

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Palermo, 17 maggio 2019

– -Condividiamo il testo di Romano Romano Luperini sul caso della prof.ssa Dell’Aria di Palermo:

I fatti di Palermo costituiscono una minaccia alla libertà dei cittadini e un attentato gravissimo ai diritti sanciti dalla Costituzione: la libertà di opinione e la libertà di insegnamento. Una insegnante è stata esclusa per quindici giorni dall’insegnamento e da parte dello stipendio (ridotto alla metà) per non aver vigilato su un video dei suoi alunni che accosta il decreto salviniano sulla sicurezza alle leggi razziali del 1938 (cosa peraltro pensata da almeno un terzo degli italiani).

Il fatto è di una gravità inaudita. Chi riteneva i gesti di intolleranza del nostro ministro degli interni delle innocue pagliacciate deve ripensarci. Questo atto di forza vuole intimidire non solo una categoria (gli insegnanti) ma tutti i cittadini. E che si sia partiti dai docenti non è casuale: sono loro che devono insegnare il rispetto dei diritti, la democrazia, la tolleranza, i principi della Costituzione antifascista. La scuola da sempre è un terreno di resistenza. Per questo è stata colpita per prima.

Questa prova di forza è solo un inizio, un ballon d’essai per vedere quanto avanti ci si può spingere sin da oggi nella fascistizzazione dello stato. Per questo esige una risposta pronta e decisa. Già gli insegnanti e gli studenti di Palermo, che sono subito scesi in sciopero, hanno reagito con decisione.

Nessuno sottovaluti quanto è successo. Di qui in avanti nessuno è più sicuro e, come è successo alla insegnante di Palermo, chiunque può trovarsi la Digos in casa o in classe. Si sta procedendo alacremente verso uno stato di polizia, e bisogna resistere, resistere subito con gli strumenti della democrazia ma con il massimo di determinazione.

Romano Luperini

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L’ANPI PALERMO E LE ANPI SICILIANE DANNO L’ADDIO AL PARTIGIANO PEPPINO BENINCASA

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ANPI Palermo “Comandante Barbato”
Comunicato Stampa
Nella notte tra il 17 e il 18 maggio si è spento a Cliffside Park, New Jersey, il cavaliere della Repubblica Giuseppe Benincasa di Castronovo di Sicilia, meglio noto come zio Peppino, partigiano dell’ANPI, che il 20 settembre 2013 ha deposto a Roma al processo contro il generale nazista Alfred Stork, imputato di concorso nella strage di Cefalonia. Spirito libero e nemico giurato di ogni forma di autoritarismo, Giuseppe Benincasa aveva soli 10 anni nel 1932, quando il Podestà di Castronovo lo inviò nel Convento di San Martino delle Scale per le sue simpatie verso i pochi antifascisti del paese, e lo tenne lontano dal paese per diversi anni. Nel settembre 1943 si trovò coinvolto nell’inferno di Cefalonia e sopravvisse per puro miracolo all’eccidio del suo reggimento accerchiato dai nazifascisti. Dopo la liberazione dell’Isola, si traferì nei territori continentali della Grecia, dove si unì alle formazioni partigiane dell’ELLAS, con i cui capi si tenne in contatto persino ai tempi della dittatura, anche perché aveva sposato una ragazza di Cefalonia: Maria Lalli, dalla quale ha avuto due figli. Emigrato negli Stati Uniti, Benincasa è tornato tutti gli anni a Castronovo e a Cefalonia. Nel 2008 ha scritto le sue memorie “Memorie di Cefalonia. La guerra volutamente dimenticata e il martirio della Divisione “Acqui”, edite dalla tipografia Edilgrafica di San Giovanni Gemini, successivamente pubblicate dall’Istituto Poligrafico Europeo nella collana “Quaderni dell’ANPI Comandante Barbato”, diretta da Giuseppe Carlo Marino. Frattanto l’autore era insignito del Premio Acqui e il 2 giugno 2012 gli veniva conferita solennemente l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. La sua scomparsa è una grave perdita per la democrazia e l’antifascismo. Additarne l’esempio alle generazioni presenti e future, per l’ANPI Palermo “Comandante Barbato”, non è solo un dovere istituzionale in omaggio a un partigiano che ha consacrato la vita agli ideali della libertà, ma una necessità per far crescere la coscienza antifascista in un momento in cui il neo fascismo si fa giorno dopo giorno sempre più aggressivo e trova coperture in ambienti che – in ossequio ai dettami costituzionali – dovrebbero combatterlo e invece fanno di tutto per ridimensionarne la pericolosità.
Palermo lì 18 maggio 2019

 

L’altro ieri 20 settembre Giuseppe Benincasa ha deposto al processo contro il generale nazista Alfred Stork per le stragi di Cefalonia, pubblico ministero Marco De PaulisProcuratore della Repubblica presso il tribunale militare di Roma. Erano presenti diversi familiari delle vittime costituitisi parte civile compresa l’ANPI. Ieri 21 settembre ricorreva proprio il 70° anniversario della strage nella quale fu coinvolto il nostro partigiano. Francesco Ciminato per l’ANPI Palermo ha fatto da scorta d’onore al nostro carissimo sopravvissuto alla strage, poi a fianco dei partigiani greci dell’Ellas, insignito dell’onorificenza di ‘Cavaliere della Repubblica’ nel 2012, autore del diario “Memorie di Cefalonia” vincitore del premio ACQUI, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo nella collana “Quaderni dell’ANPI Comandante Barbato” diretta da Giuseppe Carlo Marino.

Il compagno Franco Ciminato ci informa che stanotte negli USA il nostro carissimo  partigiano Peppino Benincasa è  venuto a mancare dopo una caduta e rottura di 3 costole avvenuta 15 giorni fa.  COMMOSSI RENDIAMO  ONORE IMPERITURO AL PARTIGIANO Peppino Benincasa. Chi ha avuto la fortuna e l’onore di incontrarlo sa come la sua intelligenza sprigionasse un profondo amore per la vita e per la libertà.  Antifascista sotto il fascismo fin da ragazzino e per questo fatto rinchiudere dal podestà  di Castronovo, prima in un riformatorio e poi nella casa di correzzione di via Dante a Palermo. Sopravvissuto alla strage di Cefalonia viene accolto dalla resistenza greca Ellas. Importante la sua testimonianza presso il Tribunale militare di Roma sui crimini nazifascisti relativi alla strage di Cefalonia. La sua morte rappresenta una grande perdita per la Resistenza Italiana.
Il suo profondo amore per la giustizia e per la libertà rimarrà per tutti uno straordinario messaggio di fratellanza  e di impegno civile contro ogni violenza fascista e per la difesa della dignità umana.
Angelo Ficarra vicepresidente ANPI Palermo
 

Il cavalier Benincasa, già zzu Pippinu l’americano

 

di Giuseppe Oddo

 

 

Se ancora oggi stento a crederci io che, oltre allo zzu Pippinu (classe di ferro 1922), conosco bene anche il fatto e l’antefatto, è facile immaginare come avrà accolto la notizia la buonanima di suo nonno Calò Gentile, quando gli fu trasmessa non so da quale diavolo dell’inferno. Eppure, con nota del 14 febbraio 2012 [festa degli innamorati, ndr], il prefetto di Palermo aveva già scritto così all’Ill.mo Signor Giuseppe Benincasa, via Tramontana n. 20, Castronovo di Sicilia:

 

Egregio Cavaliere,

 

mi è gradito comunicarLe che con decreto del Presidente della Repubblica in data 27 dicembre 2011, la S. V. è stata insignita dell’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Nell’esprimerLe il mio più vivo compiacimento, sarò lieto di consegnarLe l’onorifica distinzione non appena sarà pervenuta.

Umberto Postiglione

 

Ma l’interessato potè ricevere la missiva solo dopo alcuni giorni, grazie agli amici del Municipio che gliela trasmisero tramite internet al suo domicilio statunitense. È d’altronde risaputo che il vegliardo nostro sverna nell’altra sponda dell’Atlantico per tornare in Sicilia, come le rondini, solo in primavera, se gli va bene. Altrimenti alla vigilia della festa di San Pietro, che per quanto scaduta, rimane pur sempre un evento di tutto rispetto per i castronovesi stanziali e per quelli sparsi nel mondo. È superfluo aggiungere che un minuto dopo aver ricevuto la bella nuova, lo zzu Pippinu si attaccò al telefono per metterne a parte con una punta di malcelato orgoglio i parenti e gli amici più cari, compreso chi scrive. Gli restò solo il rammarico di non potere informare nessuno dei fratelli e delle sorelle (l’ultima delle quali morì ultracentenaria sette o otto anni fa), né tanto meno suo nonno, che gli aveva fatto da padre negli anni dell’infanzia quando era già gran ventura se si poteva mangiare tutti i giorni pani e sputazza.

Che sagoma nonno Calò! Campiere sì, ma leccapiedi mai! Grazie a Dio, Caliddu Gentile aveva giurato di non scadere a quel livello fin dall’età di quattro anni, quando (dovendo rinunziare al latte della madre) fu costretto ad imparare in fretta e furia tutte le strategie di sopravvivenza sperimentate con successo nella Sicilia interna, dove il proverbio più in voga era: Inchi la panza e ghinchila di spini. Nel 1860 si arruolò con Garibaldi e lo seguì fino a Milazzo e due anni dopo anche in Aspromonte gridando a squarciagola: O Roma o morte! Mafioso forse un po’ lo era, Calò Gentile. Altrimenti non sarebbe mai diventato campiere nel feudo Savochella del barone Agnello di Siculiana. Ma se lo era, apparteneva a quella maffia scarsa che non infieriva mai sui contadini costretti dalla fama a rubacchiare qualche covone di grano ancora da dividere con il padrone. Anzi, Calò li invitava a far tesoro del detto arrubbari a cu’ ha arrubbatu nun è piccatu, che molti anni dopo riecheggerà ammantato di sociologismo negli espropri proletari in ambiente urbano. A furia di ripeterlo, Calò Gentile finì coll’inimicarsi l’alta mafia dei monti Sicani, che il 22 aprile 1904 fece trovare la presunta testa del bandito Varsalona in avanzato stato di decomposizione appesa ad una pertica nei pressi delle case grandi del feudo Savochella, alle falde del monte Cammarata, e soprattutto il barone Agnello, che (avendo messo una taglia di 5.000 lire sul feroce masnadiero) diede il campiere in pasto alla giustizia, facendolo condannare a quattro anni di reclusione.

Ma nemmeno il carcere valse a fargli togliere dalla testa che arrubbari a cu ha arrubbatu nun è piccatu, motto destinato a diventare anche stella polare del primo Peppino Benincasa. Il quale, sveglio com’era e aperto a tutte le esperienze, già all’età di otto anni godeva della stima dei pochi antifascisti di Castronovo e segnatamente del dottore Baldassare Pace e degli avvocati Morici e Giovanni Buttacavoli, che volevano iniziarlo alla massoneria. Ma da quest’orecchio il ragazzino non ci sentiva. Era invece più che propenso a collaborare con loro tutte le volte che decidevano di organizzare uno scherzo di cattivo gusto ai gerarchi del Fascio, a cominciare dal segretario politico don Eugenio Landolina, meglio noto come don Rodrigo per i suoi metodi autoritari e il malvezzo di schiaffeggiare in pubblico chiunque non si prestasse ai suoi voleri o mostrasse tiepidezza verso l’alta missione cui era chiamata la Patria guidata dal duce predappiano. E ne sapeva qualcosa lo stesso Peppinello Benincasa, che più di una volta ricevette ceffoni e calci nel sedere perché reo di aver tentato di difendere i ragazzini più deboli dalle prepotenze dei coetanei.

Anche per questo, l’amato nipotino di Calò Gentile divenne longa manus degli antifascisti fino al punto da improvvisarsi postino e attacchino dei manifesti scritti a mano che raccontavano in rima baciata le prodezze di don Rodrigo e dei suoi lacchè con gli stivali lucidi, il frustino di cuoio intrecciato e la camicia nera. Ma non gli faceva difetto lo spirito di iniziativa. Dopo aver studiato le abitudini dei gerarchi, che si riunivano nella chiesa sconsacrata di Sant’Onofrio, nella centralissima piazza Pepi, una sera del 1932 quel diavoletto aspettò che fossero spenti i fanali ad acetilene per piazzare un asinello davanti alla porta in modo da farci sbattere il muso al primo fascista che usciva dal locale. Lo scherzo riuscì a meraviglia e l’indomani tutta Castronovo sapeva che uno dei più stretti collaboratori di don Rodrigo si era abbracciato nottetempo con il camerata che raglia. Ad avvisare la popolazione era stato un cartello anonimo affisso alla porta del Fascio, nemmeno a dirlo, dal piccolo Benincasa. Tra i primi a saperlo fu il podestà, che (per placare l’ira di don Rodrigo) non perse tempo a spedire il ragazzino per punizione nel Convento di San Martino delle Scale.

Ora, mentre il nonno Calò s’imbufalì, lo zzu Pidduzzu Benincasa (padre del birbantello) plaudì all’iniziativa: una bocca in meno da sfamare significava un dono della misericordia divina. Ma era così cinico papà Benincasa? Un fascista bigotto e fanatico? Neanche per sogno, a voler credere al figlio oggi cavaliere al merito della Repubblica Italiana: «La mia infanzia non è stata felice – confessa nell’incipit di un suo libro di memorie, cui ho avuto l’onore e il privilegio di scrivere la prefazione –. Penultimo di una famiglia di dodici figli, a cui la Provvidenza non ha fatto mancare mai il necessario, ho sempre dovuto lavoricchiare per cercare di sbarcare il lunario. Mio padre tirava la carretta attraverso lavori saltuari e di manovalanza. Era povero di roba ma ricco di dignità. Gestiva una trattoria e percepiva un piccolo emolumento dal Municipio per il ruolo di capo della banda musicale locale e per la formazione dei giovani musicanti. Nonostante il fascismo agevolava le famiglie numerose con piccoli sussidi, mio padre non lo volle mai accettare».

Né il plauso del fiero genitore al provvedimento podestarile poteva esser scambiato per segno di resa. Il vero è che papà Benincasa temeva che presto potesse venirgli a mancare il sostegno del suocero Calò Gentile, ormai più che novant’anni (ma destinato a mantenersi in vita fino al 1940), e voleva assicurare al figlio almeno il diritto alla vita e la possibilità d’imparare un mestiere come Dio comanda. Ci riuscì e non mancò di adoperarsi affinché, dopo due mesi di soggiorno a San Martino delle Scale, Peppinello fosse trasferito in un Ospizio di beneficenza, a pochi passi dal Politeama di Palermo, dove rimase ben nove anni, apprese il mestiere di falegname e imparò a suonare la tromba così bene da essere poi richiesto come «solista» da diverse bande musicali delle province di Palermo e Agrigento. Successivamente, il lungo e drammatico soggiorno in un’isoletta del greco mar da cui vergine nacque Venere e l’amore filiale per quel prezioso scrigno della storia che è il territorio della sua Castronovo ne faranno un poeta di tutto rispetto e un bravo archeologo, nella più rigorosa tradizione dei tombaroli pentiti (Cfr. La Sicilia, 12 settembre 2009).

Ai nostri fini interressa però ricordare per il momento che Peppino Benincasa potè lasciare l’ospizio di beneficienza solo il 10 giugno 1941, giusto in tempo per presentarsi alla visita di leva. «Risultato idoneo – racconta lui stesso –, fui messo in congedo provvisorio». La fortuna sembrava essere finalmente dalla sua parte, ove si consideri che l’Italia era entrata in guerra da più di un anno. Ma la pacchia durò solo sei mesi. Il 2 febbraio 1942 fu chiamato alle armi e destinato al 36° Reggimento di Fanteria motorizzata della Divisione Pistoia. E da qui, dopo aver dimostrato di saper suonare la tromba, eseguendo magistralmente la Casta diva della Norma di Bellini, fu trasferito alla Compagnia Comando e aggregato alla banda musicale del Reggimento. Nel mese di settembre passò al 317° Reggimento Fanteria della Divisione Acqui, di stanza a Zante, occupata dall’Italia sin dal 1941. E per alcuni mesi se la spassò come non gli era mai capitato prima: donne, buon vino, esibizioni musicali in piazza, tra «un busto in bronzo di Ugo Foscolo e una statua del poeta greco Solomos». Mamma, canzone allora in voga nel nostro paese, divenne anche per merito suo in breve tempo «l’inno dell’isola di Zante».

Ma il 13 febbraio 1943, la compagnia Comando e il corpo bandistico del 317° Reggimento furono trasferiti a Cefalonia. Il grosso della forza lasciò Zante alla fine dello stesso mese. La prima tappa fu Argastoli; la destinazione successiva Balsamata, dove avrebbe conosciuto la bellissima Maria Lalli (sua futura sposa) e alcuni esponenti del movimento partigiano ellenico. A giugno il vecchio comandante della Divisione Acqui passò il testimone al generale Antonio Gandin. Con l’arrivo delle reclute della classe 1923 l’insieme della forza risultò composta da circa 12.000 uomini. A supportare l’occupazione degli italiani c’erano circa 1.800 soldati tedeschi, perlopiù criminali comuni ai quali era stato offerto l’arruolamento come alternativa al carcere. I rapporti tra i due eserciti all’inizio furono buoni; le cose cambiarono bruscamente dopo l’8 settembre, in conseguenza dell’armistizio che il generale Pietro Badoglio firmò con l’Inghilterra, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. I fatti suono troppo noti per ritornarci.

Vale nondimeno la pena ricordare che la notte stessa arrivò un fonogramma dal generale Vecchiarelli (comandante delle truppe stanziate in territorio greco), che recitava: «Seguito conclusione armistizio, truppe italiane […] seguiranno seguente linea condotta. Se tedeschi non faranno atti di violenza armata, italiani non dico non rivolgeranno armi contro di loro, non dico non faranno causa comune con ribelli né con truppe angloamericani che sbarcassero. Reagiranno con forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare». Il giorno dopo lo stesso Comando Generale sollecitava l’esercito a cedere le armi ai tedeschi e a lasciare gli avamposti presidiati. Indeciso sul da farsi, il generale Gandin cercò di prender tempo. In qualche misura ci riuscì, offrendo come segno pacificatorio ai tedeschi il controllo delle alture al centro dell’isola. Ma il risultato fu che il 10 settembre gli ex alleati presentarono un ultimatum che imponeva alle truppe italiane di consegnare le armi nella piazza centrale di Argastoli, davanti all’intera popolazione. Nel frattempo dalla terraferma greca cominciarono ad arrivare notizie contraddittorie: se intere divisioni dell’esercito italiano si arrendevano ai tedeschi, i militari della “Pinerolo” andavano ad ingrossare le file dei partigiani greci, che controllavano i monti.

Anziché seguirne l’esempio, il 14 settembre il generale Gandin chiamò tutti i soldati della Divisione Acqui a pronunziarsi in un referendum con tre ipotesi: 1) arrendersi, 2) schierarsi a fianco dei tedeschi, 3) combattere contro di essi. La risposta fu quasi unanime: Guerra ai tedeschi! Il Governo presieduto da Badoglio frattanto invitava con un fonogramma a rivolgere le armi contro gli ex alleati. A mezzogiorno il generale Gandin comunicava l’esito del referendum; e così ebbe inizio l’inferno di Cefalonia. Il 15 settembre il Comando Supremo dell’esercito tedesco inviò nell’Isola nuovi battaglioni, che appoggiati dall’aviazione e sfruttando il vantaggio acquisito dal controllo delle alture, ridussero in pochi giorni all’impotenza il nostro esercito; tanto che il 22 settembre il generale Gandin convocò un Consiglio di Guerra, che si concluse con la decisione di arrendersi ai tedeschi. I soldati italiani catturati furono fucilati per ordine di Hitler. La belva teutonica non si acquietò il giorno successivo, nel corso del quale il bilancio dei militari italiani fucilati arrivò a circa 4.500 soldati e 155 ufficiali; molti altri nostri connazionali, tra i quali 129 ufficiali (compreso il generale Gandin), furono passati per le armi tra 23 e il 28 settembre. Sommando anche i morti per il successivo affondamento di tre navi, le vittime italiane ammonteranno a più di 9.400.

Addetto alla difesa della Compagnia Comando, Peppino Benincasa durante una rischiosa missione fu ferito leggermente ad una gamba da una scheggia di bomba sganciata dall’aviazione tedesca. Ma non andò a riposarsi: benché dolorante non potè sottrarsi né alle marce forzate né, tanto meno, alla cattura da parte del nemico, che non mostrò certo particolari riguardi verso di lui, a giudicare da come un soldato tedesco gli strappò dal collo una collana con una medaglietta dorata della Madonna, credendo che stesse per appropriarsi di chissà quale tesoro. «Il bastardo – racconta lui stesso – me la sfilò con forza dandomi uno spintone. Caddi a terra insieme alla catena, il piastrino e la medaglietta […]. Mi venne un impeto di reazione, ma i miei compagni mi fermarono. Fu forse il destino, ma quella caduta fu la mia salvezza. Indolenzito e pieno di rabbia, a digiuno da due giorni e senza dormire, mi addormentai per terra. Non so quanto tempo passò, nel dormiveglia sentii una voce: “In marcia”. A seguire sentii una raffica di spari e i miei commilitoni che si accasciavano su di me. Gli spari si confondevano con le urla ed i lamenti dei miei commilitoni, che cadevano come birilli. Io fui travolto da quell’immenso peso umano che mi cadde addosso. Rimasi schiacciato da tanti corpi oramai privi di vita, non riuscivo a muovermi. Svenni per il dolore e per la disperazione. Al risveglio era buio, mi trovai pieno di sangue con cadaveri addosso ed intorno. Ancora indolenzito e sporco di sangue e con il dolore alla gamba, con la febbre, facevo fatica a reggermi in piedi. Provavo a camminare carponi ma gli sterpi mi ferivano le mani. Non avevo altra scelta, dovevo raggiungere Balsamata, se volevo salvarmi». Si salvò, con l’aiuto degli isolani e in particolare di uno dei suoi migliori amici, Giorgio Rasis, che lo metterà presto a contatto con i capi della resistenza greca.

Queste e tante altre cose (compresi alcuni affreschi di vita quotidiana e costumi ellenici) Peppino Benincasa (che pure aveva frequentato solo la terza classe elementare) ha avuto modo di raccontarle nel libro autobiografico Memorie di Cefalonia. La guerra volutamente dimenticata e il martirio della Divisione “Acqui” (San Giovanni Gemini s. d., ma 2007), avvalendosi anche del supporto morale e culturale di chi scrive e dei nostri comuni amici prof. Franco Licata e dott. Mario Liberto, che ne hanno curato la pubblicazione. Di più, il prof. Licata, già sindaco di Castronovo e allora presidente dell’Associazione Culturale Kassar, scrivendo una pur breve presentazione del libro ha tenuto a precisare che «fra i meandri di quella “sporca” guerra con tutti i rovinosi effetti, lui [lo zzu Pippinu] riesce a cogliere le pur poche positività: la solidarietà e l’accoglienza del popolo greco, che hanno raggiunto il loro culminante epilogo nel grande amore per Maria Lalli, sua unica dea ed insostituibile compagna di vita». È appena il caso di aggiungere che la bellissima «greca», ormai nel mondo dei più, ha trovato la sua ultima dimora molti anni fa nel piccolo cimitero di Castronovo. Per questo motivo il cavaliere errante torna tutti gli anni nella terra natia e non manca di fare una capatina a Cefalonia, dove Maria aveva ricevuto in eredità dai genitori una casetta e piccolo appezzamento di terra.

E si noti che il suo frenetico andirivieni tra il nuovo e il vecchio mondo, la Magna Grecia e le isole egee non soddisfa appieno la sua sete di periodica innovazione ambientale, che ancora alla sua veneranda età lo porta pure dal New Jersey in California, dalla Sicilia in Calabria, a Roma, a Venaria reale, ovunque ci siano parenti ed amici da abbracciare o cose nuove da vedere. Il che lo ha fatto apparire troppo spesso stravagante e raccontafavole da strapazzo. Prova ne sia che fino a pochi anni addietro non erano molti i castronovesi disposti a credere alla storia della sua miracolosa salvezza dalle mitragliate tedesche. Non a caso quando presentammo il suo libro nella stessa piazza Pepi dove ottanta anni prima il futuro cavaliere aveva fatto abbracciare il gerarca fascista con il camerata con la coda, c’era moltissima gente ma i castronovesi brillavano per assenza e, tra i pochi che assistevano, ce n’erano pure alcuni con la faccia ridanciana.

Ma intanto le sue Memorie conquistavano nuovi lettori, andavano a ruba tra gli addetti ai lavori, trovavano spazio nelle migliori biblioteche e nelle librerie private di almeno due continenti. Davano il la ad importanti iniziative come la festa e le attestazioni di stima che i castronovesi residenti a Venaria Reale hanno riservato il 15 ottobre 2011 a Peppino Benincasa e alla memoria di quella straordinaria donna che era stata sua moglie, in onore dei quali vollero organizzare un originale spettacolo teatrale (costruito dal regista Scibetta sul filo delle Memorie di Cefalonia) e una commovente recita delle poesie d’amore che il romantico poeta aveva dedicato alla sua bellissima greca. Ma già prima l’opera del Benincasa aveva richiamato alla memoria le gesta di più di un eroe dimenticato. Può testimoniarlo anche chi scrive. Nel libro (p. 48) c’è scritto:

 

Dal mio compaesano Vincenzo Tirrito, inteso Tuppo, e dal tenente Giuseppe Triolo, durante la mia latitanza da partigiano greco ELLAS, mi raccontarono delle gesta del capitano Antonino Verro di Corleone.

Questi era imparentato con Bernardino Verro, tra i fondatori dei Fasci siciliani, sindaco di Corleone, socialista trucidato nel 1915 dalla mafia. Antonino Verro era comandante della I batteria di accompagnamento. Partito da Argostoli per raggiungere Sami con il I battaglione del 317° Reggimento Fanteria Acqui, durante il trasferimento, a causa degli attacchi aerei degli stukas, perdette sia uomini che mezzi.

A causa del contrattempo arrivò in ritardo per la battaglia. Il battaglione era già schierato per la battaglia del ponte Kimonico ed aspettava l’artiglieria. Il capitano Neri, subentrato nel comando del battaglione al maggiore Salemi, era ferito, ed essendo il Verro il più alto in grado, prese il comando di tutte le truppe. Il battaglione era già in grosse difficoltà dietro l’incalzare del battaglione tedesco, e allo scoperto per essere colpito dagli stukas. Il capitano, insieme al tenente Giuseppe Triolo, mio comandante di compagnia, dopo capo partigiano, cercarono di riorganizzare il battaglione con una mossa a sorpresa. Nei pressi di Divarata, il Verro, insieme ad alcuni volontari, cadde in una imboscata. Fu fucilato immediatamente e senza processo, nei pressi di un viottolo di montagna. L’ultima notte il capitano Verro l’aveva trascorsa in una bettola del paese di Divarata, ancora oggi esistente e trasformata in un negozio di formaggi locali.

 

Quando lessi per la prima volta questo passo, telefonai ad un mio amico corleonese per chiedergli cosa ne sapesse dell’eroico suo compaesano. Ma sarà stato per ragioni anagrafiche o forse perché nel paese dei Santi Leoluca e Bernardo la gente ricorda meglio i nomi dei vari Navarra, Liggio, Reina e Provenzano, fatto sta che sprecai il fiato e il costo della telefonata. Poco propenso però come sono ad alzare bandiera bianca, provai a chiedere lumi anche alla signora Rosellina Bentivegna Rizzo e, con mia immensa gioia, appresi che il capitano Verro era sangue del suo stesso sangue, come lei discendente diretto di Stefano Bentivegna, fratello del più noto eroe risorgimentale fucilato a Mezzojuso il 20 dicembre 1856. Né la cosa finì lì. La signora Rizzo informò le due cugine Verro (una delle quali vive in Lombardia) e le mise a contatto con il Benincasa. Il passo successivo fu una visita che la stessa Rizzo e le due cugine fecero a Benincasa a Castronovo, il quale non solo fu lieto di averle sue ospiti gradite, ma colse l’occasione per invitarle a compiere insieme una sorta di “pellegrinaggio” a Cefalonia, fino al ponte Kimonico, muto testimone della barbarie nazi-fascista. Nell’estate successiva il futuro cavaliere si ritrovò puntualmente assieme a Rosy Verro (residente in Lombardia) e alla cugina Rosa Verro Moscato sul ponte della memoria. Rosellina Bentivegna non potè andarci.

Ma rimediò il 10 novembre 2011 quando, prendendo spunto proprio dall’opera del Benincasa, per iniziativa di chi scrive l’Istituto Gramsci Siciliano organizzò nella sala di lettura della propria biblioteca un convegno presieduto dal suo presidente prof. Salvatore Nicosia, cui parteciparono, oltre al nostro, altri due reduci dell’eccidio di Cefalonia: l’ingegnere Giorgio Lo Iacono di Piana degli Albanesi e Fortunato Basile di Baucina. Di un terzo sopravvissuto (Salvatore Li Causi, nato pure a Baucina ma residente a Villafrati) c’erano i familiari. Ebbene, in quella memorabile occasione furono presenti, tra molti altri, il console di Grecia Renata Lavagnini, insigni docenti e studiosi di lingua e letteratura greca, antica e moderna, come il prof. Vincenzo Rotolo e Antonella Sorci (autrice di un opuscolo, Mamma torno a casa, che raccoglie le ultime testimonianze al femminile del barbaro eccidio del 1943), il prof. Franco Licata, il prof. Nino Conti (nuovo presidente dell’Associazione Kassar), una numerosa delegazione dell’ANPI di Palermo “Comandante Barbato”, guidata dal segretario Angelo Ficarra e da Giorgio Colajanni, figlio del compianto Pompeo, l’ardimentoso siciliano che nel 1945 liberò Torino dall’occupazione nazi-fascista. Assieme a tutti queste e molte altre personalità, le due cugine Verro e Rosellina Bentivegna.

Vale la pena di aggiungere che in quell’occasione si apprese tramite una ricerca del sottoscritto che il capitano Verro era stato insignito della medaglia d’argento alla memoria. Di più, i parenti seppero che Salvatore Li Causi (classe 1921), rimasto a Villafrati per difficoltà motorie, era stato cuciniere del loro eroico congiunto e che, ritornato in Sicilia, un giorno saltò sul glorioso trenino a scartamento ridotto per portare le condoglianze e i più sinceri attestati di stima alla signora Rosalia Bentivegna, madre del glorioso caduto. Ma appena vide la foto del suo capitano, il mio vecchio amico Turiddu Li Causi si commosse fino alle lacrime e non potè più spiccicare una parola. In segno di riconoscenza, prima che finisse il 2011, le due cugine Verro andarono a ringraziare l’anziano reduce di Cefalonia nella sua umile residenza villafratese.

Negli stessi giorni l’ANPI di Palermo annunziava solennemente la decisione di dare la tessera onoraria a tutti i reduci di Cefalonia presenti (direttamente o indirettamente) al Convegno del 10 novembre. Ma già prima l’avvocato Giulio Tramontana (originario di Castronovo) aveva avanzato formale richiesta di conferire l’onorificenza di Cavaliere all’Ordine della Repubblica Italiana a Giuseppe Benincasa. Il 27 dicembre il presidente della Repubblica firmava il decreto. Il 2 giugno, festa della Repubblica, nella prestigiosa cornice del trecentesco Palazzo Sclafani, l’umile falegname di Castronovo riceverà l’onorifico attestato. Auguri di cuore, zzu Pippi… pardon cavalier Giuseppe Benincasa! Onore e gloria al grande presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che pochi giorni fa ho visto sfilare commosso per le vie di Corleone in occasione dei funerali di Stato per Placido Rizzotto e il 2 giugno mostrerà ancora una volta la sua faccia pulita e rassicurante nelle principali strade di Roma Capitale!

Giugno 2012

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“QUESTA MATTINA MI SON SVEGLIATA…”

Giusi Leone è con Giuseppe Carusotto,  Enzo Giuliana e altre 2 persone.

“QUESTA MATTINA MI SON SVEGLIATA…” e ancora mi sono resa conto che, spesso, dimenticando, alimentiamo l’oblio della nostra appartenenza storica a una condizione sia essa di matrice sociale o etnica, politica o economica o culturale e altro ancora… Condizione che ci tributa “quello” che siamo e ci identifica rendendoci al nostro modus pensanti.
Non ho ritirato la mia bandiera tricolore. Ho lasciato che continuasse a sventolare. Quasi a procrastinare la scomparsa di quella passione e di quel coinvolgimento “resistente” che ieri proclamavano il 25 Aprile. Un tentativo, forse, di suscitare pensieri e ancora sollevare voci unanimi verso quella coralità di testimonianze che annullano il silenzio che l’ignoranza adduce.
La mancata conoscenza e l’IGNORARE fatti e storie che ci appartengono è grave, porta all’indifferenza.
Molti interventi e post e articoli, sui diversi siti web, hanno chiaramente esposto qual è la “condizione” che definisce lo status del popolo italiano oggi. Sommerso così com’è da un’ignoranza imperante e da forti venti comunicativi devastanti e frequentemente “malamente” formativi.
Premesso ciò, volevo semplicemente ricordare un altro aspetto della nostra storia locale che, ieri, è stato completamente obliato dalla comunità. Un aspetto molto importante che rende, anche, Delia partecipe e protagonista di quel tanto discusso movimento di opposizione e lotta, di cui tanto ieri si è parlato, al mondo conosciuto come RESISTENZA e che, in maniera incontestabile, ha portato tutti noi alla libertà e alla democrazia.
Alla Carta Costituzionale sono addebitati «anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta» e facendo appello alle parole di Piero Calamandrei è MIO DOVERE di cittadina “libera” ricordare i nomi di GABRIELE e LORENZO LOMBARDO, figli di Delia, eroi della Resistenza e martiri per la libertà.
Durante il ventennio fascista molti deliani antifascisti furono costretti ad emigrare in Francia, a causa della disoccupazione e per sfuggire alla repressione.
Alcuni di essi parteciparono poi alla Resistenza Francese scrivendo una pagina gloriosa di LOTTA PER LA LIBERTÀ:
Gabriele e Lorenzo Lombardo emigrarono in Francia in cerca di lavoro, con le rispettive mogli, le sorelle Auria di Sommatino.
Le atrocità della guerra li toccarono così profondamente che decisero di entrare a far parte della Resistenza Francese alla quale aderirono coerentemente.
Furono arrestati l’11 novembre 1943 a Grenoble dove stavano partecipando ad una manifestazione patriottica.
In seguito furono trucidati dagli invasori Tedeschi a Hradisko U Prahy, in Boemia, l’11 Aprile 1945. Pochi giorni dopo la loro esecuzione l’armata Rossa liberò il campo ove erano stati rinchiusi.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Pertanto, se noi vogliamo andare nel luogo dove è testimoniata la nascita della la nostra Costituzione, rechiamoci a VILLA FLORA ove un monumento attende gli onori dei vivi.

*

Ad onor del vero
Giusi Leone

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25 APRILE 2019

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E’ stata una giornata meravigliosa, gioiosa, felice. E’ una giornata che è iniziata allo scoccare della mezzanotte del 24 a piazza Bellini con uno straordinario coro del Bella ciao, grazie ai meravigliosi ragazzi di Marco e Tecla piccola di ARCI Tavola Tonda; davamo il nostro  benvenuto al giorno  della Liberazione dopo la ormai tradizionale serata “felici di cantare e di ballare”. La gioia era espressa da una serena determinazione di volerci essere. Un corteo enorme; di anno in anno sempre più alta la partecipazione di giovani,di famiglie intere. Quest’anno dalla scalinata del Teatro Massimo hanno preso la parola due meravigliosi giovanissimi: Marta Sabatino e lo studente Zanghi. Una determinazione positiva e univoca si legge negli occhi di tutti, un monito: nessuno pensi di scalfire la democrazia repubblicana sancita dalla nostra Costituzione. Questa determinazione trae sempre più alimento dalla conoscenza della nostra storia; la storia delle nostre lotte per la difesa della dignità umana, della democrazia. della solidarietà e della pace. af

Da Patria Indipendente ANPI Nazionale

L’eccezionale 25 Aprile di Palermo

Ridicolizzato il tentativo di Salvini di “oscurare” la festa. La crassa ignoranza del ministro sulla natura profonda del fenomeno mafioso. La dichiarazione del sindaco “per la democrazia e la libertà di tutti”

Da https://gdsit.cdn-immedia.net/2019/04/57798772_282990782634683_6380202488330452992_n.jpg

Si può ben rischiare la retorica quando è in gioco l’entusiasmo per un rilevante evento di consapevolezza civile che coinvolge larghe masse di popolo. E annotare: il 25 aprile di Palermo è stato un grande “venticinque aprile”, memorabile per la portata quantitativa della partecipazione, dal fitto corteo di anziani e di giovani delle più varie condizioni sociali e dalle più varie lealtà antifasciste, festosamente fluente sulla grande strada della Libertà  a partire dal cippo in memoria dei martiri di Cefalonia e dal busto del Comandante “Barbato”, fino alla gran piazza del teatro Massimo, con la folla pigiata come non si vedeva dai tempi dei comizi dei grandi partiti della cosiddetta prima repubblica, con Togliatti, De Gasperi, Berlinguer. Un’impressionante manifestazione (preceduta da un festoso ballo notturno in altra piazza, come accade a Parigi  ogni 14 luglio), ed anche, al di là del rito, un’elaborazione collettiva di memoria storica in coordinati, sempre molto partecipati, momenti di dibattito. Ha da esserne fiera l’Anpi-Palermo “Comandante Barbato” che l’ha organizzata insieme alla Cgil, all’Arci e a numerose organizzazioni di volontariato giovanile. Il tutto (analogamente a quanto realizzatosi con successo in numerose altre località dell’isola) si è svolto al segno di una consapevole unità di patriottismo popolare, con una nota emotiva dominante che potrebbe dirsi quella di una corale rivendicazione del diritto degli italiani a celebrare la festa del loro essere e sentirsi nazione, e di condividerla con i molti di altri popoli e culture che hanno trovato asilo a Palermo,  contro quanto di intolleranza, di odio razziale e di divisione sta imperversando. Ma, per meglio valorizzarne gli esiti nel bilancio critico-civile dell’esperienza dell’Anpi, è bene che la cronaca di questa eccezionale manifestazione faccia subito spazio ad una più complessa riflessione sul clima politico nel quale si è svolta.

Pompeo Colajanni, comandante “Barbato”

La festa nazional-popolare ha certo assunto a Palermo un’imprevista peculiarità non estranea al suo rilevante successo, paradossalmente in conseguenza di una particolare situazione creatasi in Sicilia per la visita ufficiale del ministro dell’Interno, progettata con non troppo nascosti propositi di oscurarla o di renderla irrilevante. Infatti, come è noto, con dichiarato proposito Matteo Salvini ha inteso sottrarsi al suo dovere istituzionale di celebrare il 25 aprile (il dovere, appunto, che gli competerebbe in quanto ministro della Repubblica generata dalle vittoriose lotte di popolo contro il nazifascismo), negandosi provocatoriamente ai riti pubblici delle festa nazionale e decidendo, in alternativa, e come mediocre diversivo, di dedicarsi all’inaugurazione di un Commissariato di polizia a Corleone. In questo modo ha eluso, tentando nel contempo di deprivarla di senso concreto ‒ e forse anche di umiliarla consegnandola, a suo dire, agli “estremisti di sinistra” ‒ la memoria nazionale della Resistenza. Per farlo ha scelto un luogo di cui è assai dubbio che conosca altra storia se non quella legata alla truce fama di certi “corleonesi”.

Certo, Corleone è il Comune-simbolo sia di una Sicilia che mai l’Italia migliore avrebbe desiderato; sia dell’altra che l’ha fieramente respinta e contrastata, dai tempi di fine Ottocento dei Fasci dei lavoratori a tutto il secondo dopoguerra fino i nostri giorni. È la Corleone che ha unito nella storia del Novecento, sul filo esistenziale di un comune sacrificio della vita nell’antimafia e nelle lotte per la giustizia sociale, i nomi di Bernardino Verro capolega contadino protosocialista e di Placido Rizzotto, prima partigiano combattente nel Lazio e subito dopo, in perfetta continuità ideale, dirigente del movimento contadino. In una complessa vicenda che ha coinvolto ingenti masse popolari, a Corleone si sono drammaticamente intrecciate anche le esperienze di portata nazionale di Pio La Torre e di Carlo Alberto Della Chiesa: la migliore società civile e il migliore Stato.

Matteo Salvini

Qualcuno questa storia a Matteo Salvini avrebbe dovuto spiegarla e c’è da essere certi che nessuno l’abbia fatto, dato che è sceso a Corleone, con quella sua certa prosopopea nordista a stento rattenuta e con il recente bottino legislativo del cosiddetto “decreto sicurezza” e della legge per la cosiddetta “legittima difesa”, come ministro di polizia, esibendo a fini elettoralistici il suo filofascista culto per l’“ordine” e proclamando il suo indefettibile impegno per sconfiggere definitivamente la “criminalità organizzata”. Se non fosse privo di corretta memoria storica, nonché di elementari conoscenze sulle dinamiche che hanno prodotto una storia mafiosa ancora non superata nel Sud italiano ed inquietantemente estesasi al Nord e fuori d’Italia, Salvini avrebbe forse capito di avere tutt’altro che titoli di cui vantarsi per esibire un credibile impegno antimafia proprio mentre dal suo seggio di governo si dava da fare per minimizzare e mettere a tacere quanto  di raccapricciante circa i rapporti tra mafia e politica  sta ancora una volta emergendo dal lavoro della magistratura, e questa volta a danno proprio dell’etica politica del suo partito, con il caso che coinvolge il sottosegretario Siri. E sì, quell’inquietante “caso Siri”, che ‒ a prescindere dalle responsabilità penali ancora tutte da accertare ‒ rinvia ad un contesto affaristico-mafioso al quale non sarebbe estraneo il boss latitante Matteo Messina Denaro (il “successore” dei Riina e dei Provenzano alla guida di Cosa nostra), è da solo sufficiente a mettere in luce come i potentati mafiosi possano allearsi anche con le forze politiche che dichiarano di voler combattere strenuamente la “criminalità organizzata”, a condizione che tali forze politiche , magari  eliminando un po’ di ufficiali criminali,  risultino però propizie alla continuità dei  loro affari e alla salvaguardia dei loro interessi: così era accaduto varie volte nella storia d’Italia, prima con la Sinistra parlamentare, poi con Giolitti e via via con il fascismo e molte altre volte in seguito nel Novecento; e sembra che possa nuovamente accadere nel contesto dell’operazione politica con la quale la Lega sta tentando la sua conquista della Sicilia e del Sud.

Questo perché la mafia, la vera mafia-mafia che si intreccia con il potere politico, è cosa ben diversa da un’elementare, per quanto possa essere vistosa e flagellante, “criminalità organizzata”. Il che dovrebbe risultare ben chiaro a quanti abbiano conoscenza della lunga storia sociale della mafia e soprattutto degli accertamenti giudiziari effettuati dalla magistratura, fino a quelli più recenti, e di nuovo illuminanti, dei giudici di Palermo che hanno condannato esemplarmente taluni responsabili della cosiddetta “trattativa Stato-mafia” svoltasi alla fine del secolo scorso.

La natura eminentemente politica del fenomeno mafioso si evidenzia con particolare forza nel rapporto che i potentati affaristici (i cosiddetti “colletti bianchi”) della mafia tendono a conseguire ‒ tramite una rete complessa di corruzione ‒ con le forze politiche che essi reputano “vincenti” e specialmente con quelle che si dimostrino (come oggi certamente la Lega) dotate di capacità di imposizione autoritaria. Si apre così la strada ad alleanze tra la mafia-mafia dell’affarismo e degli interessi illegali e la politica, spesso, anche a prescindere e persino, se necessario, a danno della cosiddetta “criminalità organizzata”.

Marcello Dell’Utri (da https://www.ilmattino.it/primopiano/politica/mafia_utri_condannato_7_anni_senatore_mangano_resta_eroe-178270.html)

La lezione storica di quanto accadde con il fascismo in proposito è tuttora illuminante: il fascismo combatté strenuamente la “delinquenza” e ne scompaginò l’organizzazione con la famosa operazione del prefetto Cesare Mori, ma i grandi capi e già protettori dei delinquenti, tutti,  vestirono d’orbace in camicia nera, sicché non ci sarebbe stata più differenza tra l’essere fascisti e l’essere mafiosi e, conseguentemente, combattere la mafia sarebbe stato identica cosa del combattere il fascismo. È questo un dato storico sul quale occorre riflettere oggi mentre è in corso, come si è rilevato sopra, il tentativo salviniano-leghista di conquistare la Sicilia e l’Italia meridionale (reiterando quanto era già pienamente riuscito a Berlusconi con i suoi Dell’Utri) e il “caso Siri” fa suonare l’allarme circa una nuova fase di alleanze tra la mafia-mafia e la politica. Ed ecco perché ‒ si sottolinei bene questa affermazione ‒ la grande manifestazione di Palermo del 25 aprile, dato il clima politico che l’ha caratterizzata, è stata oggettivamente anche una grande manifestazione antimafia del popolo siciliano, tanto unitariamente patriottica nel suo empito civile, quanto eticamente “partigiana”. Non certamente una kermesse di estremismo di sinistra. Data l’evidente, e maldestra provocazione del ministro di polizia, avrebbe potuto diventare occasione di contro-provocazioni ovvero di risposte aggressive di piazza. Invece, la risposta si è concretizzata in una festa civile di popolo, consapevole dei valori della Costituzione repubblicana. E questo, forse, Salvini non se l’aspettava.

Leoluca Orlando, sindaco di Palermo

Nella grande piazza cittadina, densa di presenze militanti dalle molteplici valenze democratiche come da tempo non era facilmente accaduto, si è addensato  lo stesso popolo che in passato aveva contrastato gli orditori e i complici delle stragi mafiose e delle stragi di Stato da Portella della Ginestra  in poi e che infine, recentemente, si era raccolto nel sostegno di massa a Nino Di Matteo e alla Procura di Palermo in occasione del processo sulla “trattativa Stato-mafia”; lo stesso popolo che aveva espresso le migliaia di partigiani siciliani combattenti al Nord nell’esercito della Liberazione dal nazifascismo e  anche in Francia dopo aver partecipato alla difesa della repubblica spagnola. Si è ritrovato finalmente anche in un solenne e pacifico rito di testimonianza collettiva, dall’emozione unificante dell’inno nazionale di Mameli al canto partigiano di Bella ciao. E, ancor più, nella riflessione (che ha avuto seguito organizzativo nell’acquisizione di altre centinaia di iscrizioni all’Anpi) su valori e fini per nuovi impegni antifascisti; una riflessione attivata dagli importanti discorsi del nostro vice-presidente nazionale Ottavio Terranova (testimone ed epigono delle generazioni che condussero in Sicilia le lotte  inscindibili per la democrazia e per la giustizia sociale), di Enzo Campo, segretario generale della Camera del lavoro e, in conclusione, di Leoluca Orlando (il coraggioso sindaco della città che ama definirsi, degnamente, “partigiano della Costituzione”). Particolarmente significativo e toccante è stato il quasi religioso silenzio con il quale la densa folla ha ascoltato la lettura, effettuata dallo stesso Leoluca Orlando, della Dichiarazione del Sindaco e del Consiglio comunale della città, approvata all’unanimità, intitolata “Per un presente ed un futuro di responsabilità delle italiane e degli italiani per la salvaguardia della democrazia e della libertà di tutti”: un documento che definisce il quadro ideale e strategico del nuovo impegno antifascista della Sicilia e dell’Intero Sud d’Italia, a fronte delle regressioni  filofasciste che sono pericolosamente in atto nel Paese; un documento che, data la sua importanza, merita di essere pubblicato qui di seguito per intero.

Professor Giuseppe Carlo Marino, storico, Presidente onorario dell’Anpi Palermo

La Dichiarazione del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando e della Giunta comunale sul 25 aprile 2019 “Per un presente ed un futuro di responsabilità delle italiane e degli italiani per la salvaguardia della democrazia e della libertà per tutti”: 

Le recenti direttive emesse da un Ministro – e nei fatti condivise da alcuni esponenti del Governo nazionale – per il contrasto delle attività di salvataggio di naufraghi in mare ed in merito alla possibilità di istituire di “zone rosse contro i balordi” nelle città rappresentano la trasposizione, ancorché non legislativa, di posizioni che tentano di ridurre l’autonomia costituzionale di organi il cui ruolo è, appunto, sancito, garantito e disciplinato dalla Costituzione: le Forze Armate da un lato, i Comuni dall’altro.

Questi atti non hanno valore giuridico alcuno e ne è costituzionalmente doverosa la non applicazione; essi però assumono, soprattutto nel silenzio dei vertici del Governo, un forte valore circa un disegno che non è più o rischia di non essere più del singolo politico o della singola forza politica, ma dell’Esecutivo nel suo complesso, aprendo quindi scenari inquietanti per il futuro del nostro Paese. Un futuro che non vorremmo si richiamasse a fatti e pratiche del passato di cui, con la festa della Liberazione, celebriamo la sconfitta.

Assistiamo ad atti e comportamenti che si accompagnano ad un accurato, pianificato ricorso al una vera e propria “distrazione di massa”, ad un continuo alimentare paure e sentimenti di insicurezza, anche lì dove paure ed insicurezza non hanno ragione di esistere, distogliendo da temi importanti della vita civile italiana ed internazionale, quali la corruzione nella pubblica amministrazione e nella politica, la riscontrata presenza di interessi e metodi mafiosi nelle istituzioni anche ai più alti livelli di Governo, cronaca di queste ore, l’attacco costante a quei diritti umani e civili che sono pietre miliari della nostra comunità,  il taglio di risorse per le politiche e i servizi sociali, sanitari e culturali, l’aggravarsi della crisi ambientale globale.

Dietro lo spauracchio di continue minacce alla sicurezza pubblica e privata, si rischia di costruire e si potrebbe realizzare un sistema di progressiva e sempre più violenta limitazione dei diritti individuali e collettivi trasformando il doveroso prendersi cura di chi è più fragile in irrazionale paura di chi è diverso e più debole; di fatto stravolgendo principi costituzionalmente garantiti di libertà, uguaglianza, solidarietà.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria escalation, iniziata con l’individuazione, quali primi “nemici”, dei migranti e di coloro che hanno testimoniato e praticato la cultura della accoglienza che dell’Italia è stato motivo di orgoglio. In un continuo crescendo non sono mancati poi gli attacchi ai cittadini con disabilità, ai nomadi, agli omosessuali e ai transessuali, alle minoranze religiose, a chiunque si facesse portatore di una alterità rispetto a quello che qualcuno vorrebbe come un pensiero unico ed uniformato.

Comportamenti e parole di più o meno aperta istigazione che hanno trovato fondamento ed alimento in provvedimenti disumani e criminogeni e visto come obiettivi anche le massime cariche dello Stato, i rappresentanti di diverse fedi religiose, il Papa, oltre che decine di cittadini comuni esposti, nel generale clima di odio che si è tentato di fomentare, anche a pericoli personali.

Comportamenti e parole di più o meno aperta istigazione alla violenza, da parte di cariche istituzionali che hanno culturalmente e politicamente legittimato, se non coperto, atti violenti, aggressioni e sempre più spavalde manifestazioni xenofobe, anche di esplicita ispirazione neofascista che si ripetono quotidianamente.

Oggi, proprio nell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo crediamo fondamentale ribadire i valori democratici repubblicani che da quella lotta sono nati e confermare piena adesione e fiducia nella Costituzione e nel suo essere garanzia di libertà, uguaglianza e diritti per tutte e per tutti.

Crediamo fondamentale richiamare tutte e tutti coloro che hanno a cuore il bene comune e la civile, pacifica e democratica convivenza nel nostro Paese e in Europa ad una riflessione e ad uno sforzo di impegno ed unità. Oggi come durante la guerra di liberazione, occorre capacità di volare alto, di unire le forze oltre le differenze, fare comunione dell’intento di resistere al ritorno di culture illiberali e violente.

Da Palermo e dalla Sicilia, per i quali la Liberazione dal nazifascismo proseguì con la battaglia per i diritti e la legalità che vide cadere vittime decine di sindacalisti e lavoratori, non possiamo che mandare all’Italia intera un invito ad essere partigiani, “partigiani della Costituzione”.

Palermo ha scelto di essere “partigiana della Costituzione”; di essere, a partire dalla lotta al sistema di potere politico-affaristico e politico-mafioso, dalla parte degli ultimi e con gli ultimi, in un impegno corale che vede tutta la comunità, le sue istituzioni, le sue scuole, i suoi lavoratori, le sue guide religiose e spirituali tutti uniti.

Non possiamo quindi che dirci ancora una volta e sempre partigiani, partigiani dei diritti e partigiani della Costituzione, che dei diritti è la garante.

Noi che abbiamo scelto di unire le forze per il bene della comunità e di adottare il dialogo e l’ascolto come metodo di lavoro ed incontro fra i cittadini e le istituzioni; che abbiamo scelto il dialogo fra le persone per affrontare i problemi rivolgiamo a tutte le italiani e e a tutti gli italiani, a tutti coloro che hanno ed hanno scelto come Patria l’Italia, l’invito ad un nuovo patto partigiano.

Palermo che oggi ripete con forza “Io sono persona, noi siamo comunità”, ponendosi in radicale alternativa agli egoismi individualistici e alle soffocanti logiche di appartenenza a gruppi, vuole così rendere un omaggio doveroso, oggi ed ogni giorno, ai partigiani e ai sindacalisti di allora, perché solo così se ne onora la memoria e se ne prosegue l’impegno.

 I partigiani come i sindacalisti, al Nord come al Sud, furono i primi “Padri Costituenti” non solo dando con la Liberazione lo slancio all’Italia democratica, ma soprattutto richiamando metodi e valori che la Costituzione ha accolto per riconoscere diritti inviolabili: il metodo del dialogo e dell’incontro fra culture diverse; il rifiuto della violenza fine a sé stessa, la scelta della solidarietà e dell’attenzione agli ultimi e ai diversi, il riconoscimento dei diritti per tutti gli esseri umani e lo stesso equilibrio fra i poteri dello Stato a garanzia delle libertà, dei diritti di tutti e di ciascuno.

Quei metodi e quei valori che sono il cuore della nostra Costituzione restano il nostro faro ed in loro nome oggi crediamo che coloro che hanno scelto e rispettano l’Italia come propria casa e come propria comunità debbano e possano tornare a far sentire la propria voce, la propria capacità di essere protagonisti e presenti nella vita del Paese; un Paese nel quale, siamo certi, questi valori e metodi sono della maggioranza delle cittadine e dei cittadini.

Viva le italiane e viva gli italiani partigiani della Costituzione!

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23 APRILE 2019 DONNE NELLA RESISTENZA PIAZZA ARMERINA

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