TERMINI INTITOLA piazza alla Partigiana GIUSEPPINA VITTONE LI CAUSI

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8 e 9 marzo Isnello ricorda Giovanni Ortoleva

Ai giorni nostri, il revisionismo sembra essere riuscito a imporre una rivisitazione della dittatura mussoliniana e la Resistenza italiana è stata gradualmente sminuita e denigrata finendo per essere additata, al massimo, come una delle parti in gioco del conflitto, alla pari con l’altra. I tempi della barbarie fascista sembrano quasi ricordi lontani

Ma nell’anno del settantesimo anniversario della Resistenza, a noi di fare questo sforzo, inutile quanto dannoso, proprio non va.

Anzi, ne faremo un altro in direzione opposta, per raccontare la storia  di uno dei tanti giovani partigiani, morti per la patria e la libertà.

Giovanni Ortoleva, questo il suo nome, nasce in un piccolo paesino di montagna, a Isnello, in Sicilia, il 14 aprile del 1921.

Giovane di belle speranze, come tanti altri suoi coetanei, a venti anni finisce per essere arruolato nell’esercito italiano e per partecipare alla grande guerra.

Dopo l’armistizio con le forze alleate, annunciato da Badoglio l’otto settembre del 1943, Giovanni sceglie di andare a combattere insieme alle forze partigiane: si unisce alla 109° Brigata della 12° Divisione d’assalto Garibaldi, tra le più politicizzate e le più impregnate d’ideologia comunista.

Il  suo  campo di battaglia sarà il Piemonte. I compagni lo chiamano “Iaccon”.

Quelli che precedono il 9 marzo del 1945, tra le campagne della pianura Vercellese, sono giorni convulsi. Al gruppo nel quale Giovanni è inquadrato arrivano notizie confuse sulla fine della guerra e sulla resa dei fascisti. I suoi compagni cominciano ad essere meno guardinghi: il clima si fa più rilassato, le tradizionali abitudini e misure di sicurezza cominciano ad assopirsi tra i commilitoni. Così capita che nessuno si chieda chi debba fare la guardia e che una notte, uno dopo l’altro, i partigiani si abbandonino tutti alla stanchezza e al sonno, in un casolare di campagna abbandonato: errore che si rivelerà fatale. Intercettati dai fascisti – complice forse una soffiata – vengono sorpresi ancora sonnolenti e costretti alla resa con facilità. I partigiani vengono divisi in due gruppi, di cui uno viene spedito a Vercelli ed un secondo, di venti persone o poco più, la storia non è stata clemente neanche con i numeri, rimase per essere interrogato. Da quel momento avrà inizio un supplizio che terminerà con il trasferimento a Salussola e la strage perpetrata nel suo municipio, il 9 marzo del 1945. I ricordi di Giovanni sono stati a lungo affidati all’unico sopravvissuto, Sergio Canuto Rosa il “pittore”, questo il suo nome di battaglia: “il primo ad essere portato via per gli interrogatori fu Iaccon, un giovane siciliano. Quando tornò ci riferì che il comandante del contingente fascista addetto alla nostra sorveglianza era un suo compaesano e ne parlava con voce piena di speranza. Qualcuno di noi cominciava ad avere dubbi, in altri nasceva speranza. Poi, infine, all’ultimo colloquio, Iaccon rientrò e ci disse che lui avrebbe potuto salvarsi. Bastava che accettasse di indossare la loro divisa e passare dalla loro parte. Nessuno di noi diceva una sola parola, neppure il nostro commissario di distaccamento. Sapevamo tutti che la scelta che avrebbe fatto sarebbe stata una scelta per la vita o per la morte. Scegliere di morire a venti anni non è facile. Ci guardava ad uno a uno, come se aspettasse una parola, un consiglio. Poi il silenzio fu rotto dalla sua voce colma di pianto: non posso questa è la mia divisa. Siete voi i miei compagni. La scelta era fatta. Di colpo ci stringemmo tutti a lui mentre un nodo ci chiudeva la gola e sentivamo le lacrime che scendevano copiose bagnarci le guance. Eravamo fieri di questo nostro compagno che così lontano dalla sua terra, dalla sua famiglia, aveva saputo resistere al tradimento dei nostri ideali.”

Da lì a breve sarebbe stata compiuta la strage. Le mura insanguinate che furono portate alla luce dopo il 9 marzo raccontano di torture inimmaginabili e di agonie indicibili impresse sulla carne dei “garibaldini” dai fascisti della Montebello, come a voler simboleggiare il disprezzo della vita umana.

 

Il pittore, dicevamo, fu l’unico superstite: coraggioso e spregiudicato nella sua gioventù a ingaggiare una colluttazione convulsa con uno degli aguzzini, proprio pochi attimi prima di essere fucilato e a scappare lanciandosi in una scarpata. Sergio riuscì ad allentare la corda e ciò gli permise di avere le mani libere per colpire il fascista e rinviare l’appuntamento con la morte. Gli altri commilitoni, invece, morirono quella stessa notte. Tra di loro Giovanni, unico siciliano del gruppo, morto a migliaia di km da casa per la libertà e per aver partecipato ad una resistenza oggi spesso offesa e derisa: aveva 24 anni. I loro corpi sarebbero stati seppelliti a Crevacuore, luogo natio di molti dei combattenti della brigata. Negli anni seguenti la loro storia sarebbe stata oscurata. In particolare sulla figura di Giovanni Ortoleva cadde l’oblio, fino a quando venuto alla luce il suo ruolo, il comune del paese che gli diede i natali accolse finalmente i resti cremati di Giovanni nel settembre del 2011, rendendo gli onori ad un suo figlio dimenticato.

Francesco Fustaneo

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GIORNO DEI GIUSTI: CALOGERO MARRONE

ANPI 6 marzo 2015 al giardino dei giusti in via Alloro ricordiamo Calogero Marrone Giusto tra le nazioni

Tanti sono stati gli eroi siciliani che hanno combattuto per difendere la libertà contro la sopraffazione e, fra coloro che sacrificarono la loro vita nel tentativo di salvarne altre, spicca la figura di Calogero Marrone.

 Calogero Marrone nacque a Favara, in provincia di Agrigento il 12 maggio 1889. Fu, sin dall’avvento del fascismo, tenace antifascista. Era impiegato comunale. Nel 1931 si trasferì a Varese con la moglie Giuseppina e i figli Filippina, Salvatore, Dina e Domenico dopo aver vinto il concorso come applicato comunale al comune di Varese. Nel 1934 divenne dirigente presso l’ufficio anagrafe e dal 1937 capo dello stesso reparto. Il 31 dicembre del 1943 Calogero Marrone fu tradito da una delazione. e il 7 Gennaio 1944 due ufficiali tedeschi si presentarono nel suo appartamento accusandolo di avere favorito la fuga di alcuni ebrei fornendo documenti falsi. Fu arrestato e portato nel carcere di Miogni, a Varese. Fu torturato, ma non parlò. Il 25 gennaio, conosciuta l’intenzione partigiana di un piano d’evasione, fu trasferito nel carcere di Como. Nel luglio fu trasferito nelle carceri di Milano, a S. Vittore. Il 23 Settembre 1944 fu portato nel campo di Bolzano da dove partì, il 5 ottobre, per Dachau insieme ad altri 518 compagni di viaggio con il trasporto n. 90. Non ne fece ritorno. Morì, ufficialmente di tifo, il 15 febbraio 1945. Morì nel lager, ma il suo esempio e il suo coraggio risplenderà per sempre, GIUSTO TRA LE NAZIONI.

A cura di Lucia Vincenti

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Mercoledì 4 marzo ore 21,30 Rai Storia: La vita di Giuliana Saladino

 Da Laura Schimmenti regista e nipote della medaglia d’oro Carmelo Onorato
Mercoledì 4 Marzo 2015 ore 21:30 
su Rai Storia canale 54 del digitale terrestre, sul canale 23 di Tivùsat, sul canale 805 della piattaforma satellitare Sky.
Sinossi

La vita di Giuliana Saladino racconta un’assunzione di consapevolezza, dalle utopie libertarie e comuniste ad un impegno civile fatto di piccoli e grandi gesti quotidiani.

Il documentario ripercorre la Storia di Palermo e della Sicilia tra gli anni ’40 e gli anni ’90 del Novecento attraverso la biografia e l’opera di Giuliana Saladino. I suoi articoli e i suoi romanzi in bilico tra cronaca, indagine giornalistica e letteratura autobiografica offrono un lucido affresco delle complesse trasformazioni sociali e politiche che caratterizzarono gli anni del dopoguerra, illustrando i passaggi epocali che si consumarono nelle campagne e nelle città di una terra sfaccettata e contraddittoria come la Sicilia. La scrittura di Giuliana Saladino scabra e malinconica ma animata da un filo sottile d’ironia consente di rivisitare mezzo secolo di storia siciliana. Tramite le immagini di repertorio, il documentario fornisce un riscontro visivo alla narrazione delle storie individuali e collettive raccontate dall’autrice contribuendo alla divulgazione di fatti ed eventi storici utili per comprendere la complessità del nostro presente. Il film riporta alla memoria avvenimenti e circostanze recenti e passate, che si dipanano davanti agli occhi dello spettatore raccontando l’epopea di diverse generazioni. 

Una produzione Playmaker realizzata in collaborazione con la Regione Siciliana. Dipartimento del Turismo, 
dello Sport e dello Spettacolo nell’ambito del programma Sensi Contemporanei Cinema
Partner del progetto: Istituto Gramsci Siciliano, Biblioteca Regionale Siciliana A. Bombace, Centro dell’Inventario e del Catalogo – Filmoteca Regionale, Aamod, Fabio Lanfranca, Famiglia Cimino. 


Interventi di:

Gabriella Saladino, Maria Pia Saladino, Emilio Camillo Arcuri, Giovanna Fiume , Marcello Sorgi, Nicola Cipolla, Giuseppe De Maria, Simona Mafai, Piero Violante, Franco Nicastro, Roberto Alajmo, Marta Cimino, Laura Zanca, Piero Barbera, Antonella Franchina, Salvatore Nicosia, Caterina Cammarata, Giulia Barbera, Beatrice Monroy.

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70° Liberazione S.Giuseppe Jato, Piana, Salemi, Cinisi

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sentenza del TAR di Palermo sancisce una vittoria di tutto il movimento NO MUOS

Il MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare Usa, è stato realizzato a Niscemi grazie ad autorizzazioni e provvedimenti illegittimi della Regione Siciliana. Lo ha sancito il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia con la sentenza emessa il 23 febbraio scorso, che ha accolto i ricorsi proposti da Legambiente, dal Coordinamento Regionale dei Comitati No MUOS e dal Movimento No MUOS Sicilia contro l’atto della Regione presieduta da Rosario Crocetta del 24 luglio 2013 che aveva revocato lo stop ai lavori megaimpianto militare ordinato il 29 marzo precedente.

di Antonio Mazzeo

“La sentenza del TAR di Palermo evidenzia come la Regione Siciliana aveva fondato i suoi provvedimenti di revoca, non già su sopravvenute valutazioni di interesse pubblico, bensì su vizi delle autorizzazioni originarie emesse l’1 e l’11 giugno 2011, perché carenti di validi studi sui rischi del MUOS per la popolazione e l’ambiente e di studi riguardo i rischi per il traffico aereo”, spiegano Sebastiano Papandrea e Paola Ottaviano, legali dei Comitati No MUOS. “I lavori a Niscemi sono iniziati e proseguiti in assenza di valido titolo autorizzativo e sono quindi integralmente abusivi. Inoltre, l’autorizzazione paesaggistica, necessaria per la realizzazione dell’opera all’interno della zona A della riserva naturale orientata Sughereta, sito di importanza comunitaria, era frattanto scaduta e non rinnovata”. Sempre secondo i giudici del TAR, la cosiddetta revoca delle revoche del 24 luglio 2013 era un “atto inidoneo a produrre l’effetto della reviviscenza delle autorizzazioni originarie” e la Regione Siciliana avrebbe dovuto avviare invece un nuovo iter autorizzatorio, acquisendo, in particolare, una nuova valutazione di incidenza ambientale e un nuovo nullaosta paesaggistico. Continua a leggere

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DALLA RESISTENZA ALLA CITTADINANZA ATTIVA

Carissime e carissimi,
Uno dei frutti del protocollo d’intesa ANPI – MIUR: un concorso
nazionale rivolto a tutte le scuole, su un tema specifico (“Dalla Resistenza alla cittadinanza
attiva”).

Pubblichiamo l’elenco delle Scuole che hanno aderito al progetto secondo il protocollo d’intesa ANPI – MIUR: un concorso
nazionale rivolto a tutte le scuole, su un tema specifico (“Dalla Resistenza alla cittadinanza attiva”).

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CON ISNELLO RICORDIAMO GIOVANNI ORTOLEVA

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NO CELEBRAZIONE ALMIRANTE A PALERMO

                                                                                                 ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA
COMANDANTE BARBATO – PALERMO
AL SIGNOR SINDACO DI PALERMO
LEOLUCA ORLANDO.
Egregio Signor Sindaco, in seguito alla notizia che è stato concesso per il 1° marzo il Teatro Politeama per ricordare durante una manifestazione indetta da alcune Fondazioni, i cento anni di Giorgio Almirante e che, come pubblicizzato, Ella porterà il saluto della nostra città, Le confermiamo la nostra ferma opposizione e condanna di questa iniziativa chiaramente celebrativa di un personaggio controverso, compromesso per il suo passato di fascista sempre rivendicato.
La celebrazione di questo evento nell’anno del Settantesimo della Liberazione dal nazifascismo che ci apprestiamo a celebrare anche a Palermo è un fatto particolarmente grave e provocatorio.
Le ricordiamo Signor Sindaco, che Almirante è stato  fra i firmatari del “manifesto sulla razza”, e redattore della rivista “ la difesa della razza” uscita alla vigilia delle tristemente note “leggi razziali” vergogna permanente nella storia italiana ed europea.
Ha contribuito come fascista, al reclutamento dell’esercito repubblichino in collaborazione con i nazisti rendendosi di fatto complice dei crimini di guerra, della deportazione degli ebrei e delle stragi compiute in quegli anni.
Egli, nel 1960 ha tentato di riaccreditare le falangi fasciste della Repubblica sociale italiana appoggiando Trambroni in quello che venne definito un colpo di stato. Sostenne Tambroni anche mentre ordinava alla polizia di sparare sui cittadini uccidendone ben quattro anche a Palemo,
Signor Sindaco, Le ricordiamo che Palermo è stata ed è antifascista e che anche tanti Siciliani hanno combattuto e data la vita per un’Italia libera democratica e Repubblicana,
La sua presenza e il suo saluto durante una celebrazione marcatamente neofascista, l’ANPI e la città di Palermo che Lei rappresenta, non potranno accettarlo.
L’ANPI di Palermo
Ottavio Terranova Presidente    Angelo Ficarra Segretario
Palermo 24 febbraio 2015

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70° ANPI COMMEMORAZIONE DEL PARTIGIANO ANTONINO AMATO

CIANCIANA – Il 21 gennaio Cianciana, nel 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo e della sua morte, ha commemorato  l’eroe Partigiano Antonino Amato, medaglia d’oro della Resistenza.
Antonio Amato era maresciallo delle truppe Partigiane che operavano nell’Appennino Ligure, nato a Cianciana il 17 febbraio del 1923 e morto ad Onzo (SV) in Liguria il 21 febbraio del 1945. Compì numerose azioni di sabotaggio per fermare le truppe tedesche, fu proprio durante una di queste operazione perse la vita.

Notizie storiografiche

Poco più che diciannovenne, Antonino Amato, di Pietro e Antonina Taglialavore, terzo di cinque figli, come tanti giovani dell’epoca fu chiamato alle armi. Erano già passati quasi due anni dalla dichiarazione di guerra da parte di Mussolini, avvenuta il 10 giugno 1940; ma già nel 1942 si intravedevano i primi segnali della sconfitta.
Intanto Antonino Amato era impegnato a prestare servizio sulle Dolomiti bellunesi per poi spostarsi nel salernitano e risalire poi verso la Liguria tra gli stenti di un esercito sempre più stanco e sfiduciato. La popolazione italiana, afflitta da tre anni di bombardamenti e di privazioni di ogni genere aveva ormai capito che la guerra era perduta. Lo sbarco degli Alleati in Sicilia del 10 luglio 1943 ne era la conferma e aveva alimentato tensioni non solo a livello popolare ma anche nelle Forze Armate e perfino tra le gerarchie fasciste.
La decisione del re Vittorio Emanuele III di nominare Badoglio alla guida del nuovo Governo, dopo l’arresto di Mussolini e l’infelice decisione di continuare la guerra senza impartire ordini precisi alle truppe gettò queste ultime e la stessa popolazione nella più assoluta confusione . A questi fatti si aggiunse la firma dell’Armistizio dell’8 settembre 1943 che fu interpretato da Tedeschi come un tradimento che portò all’occupazione nazista del territorio italiano non ancora occupato dagli Alleati. Intanto l’Esercito Italiano negli stessi momenti in cui il Re Vittorio Emanuele e i gerarchi fascisti fuggivano da Roma, si trovavano a fronteggiare quello che fino a poco tempo prima era stato l’esercito alleato.
L’8 settembre 1943 iniziò, tra l’altro, l’attuazione della caccia agli ebrei e della loro deportazione nei campi di sterminio.
A questi fatti si aggiunse la liberazione di Mussolini che portò alla formazione della Repubblica di Salò e di conseguenza alla vera e propria guerra civile: fratelli contro fratelli.
In quegli anni prese vigore politico e militare l’intervento Partigiano, giovani motivati e fortemente decisi a cacciare i Tedeschi e annientare la presenza fascista in Italia, in nome della Libertà e della Democrazia. Antonino Amato di questi ideali ne fece la sua bandiera; per il suo coraggio e la sua determinazione veicolate dalle sue vive convinzioni socialiste assunse ben presto la carica di Maresciallo delle truppe Partigiane di stanza sull’Appennino ligure. Ormai a pochi mesi dalla Liberazione del territorio italiano dall’occupazione nemica, Antonino Amato era impegnato con la sua truppa nel bloccare l’avanzata nazista. Ma il nemico era ormai alle spalle, erano rimasti pochi istanti per collocare la carica esplosiva alla base di un ponte nella zona di Onzo, che avrebbe tagliato la strada al nemico; in uno slancio di sacrificio Antonino a soli 22 anni si gettò nell’impresa impedendo ai compagni di fermarsi e intimando loro di proseguire per mettersi in salvo. Il giovane riuscì a far esplodere il ponte ma nello stesso momento fu colpito alle spalle da una raffica mortale. Era il 21 gennaio 1945. A ragione di tale gesto eroico e coraggioso fu attribuita la Medaglia d’Oro al Valor Partigiano alla memoria di Antonino Amato e negli anni Settanta, in occasione della modifica della toponomastica di Cianciana, fu intitolata al valoroso personaggio la via che costeggia Palazzo Giandalia.
L’immagine che correda l’articolo è quella conservata dalla famiglia di Albenga (SV), che per alcuni mesi aveva tenuto nascosto Antonino, fatta stampare in ricordo del giovane Eroe Partigiano.
Oggi Antonino Amato riposa nel cimitero civile di Albenga nel quale è stato eretto un monumento ai Caduti che porta le incisioni dei nomi di quanti vi riposano.

epifania.lopresti@magaze.it

 

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