“Il primo ad essere portato via fu ‘Jacon’, un giovane siciliano, figlio di un albergatore di Palermo. Quando tornò ci riferì che il comandante del contingente addetto alla nostra sorveglianza era suo compaesano e ne parlava con voce piena di speranza. Tra i due vi furono numerosi colloqui infine, dopo l’ultimo colloquio, ‘Jacon’ ci disse che avrebbe potuto salvarsi se avesse accettato di passare dalla loro parte….”
La foto è tratta dal sito http://www.museolaboratoriosalussola.org/s_9marzo.html
“Lo guardammo sbalorditi e perplessi, nessuno parlò, nemmeno il commissario di distaccamento: sapevamo tutti che avrebbe potuto essere una scelta tra la vita e la morte. Ci guardava ad uno ad uno come se si aspettasse una parola, un consiglio, poi ruppe il silenzio con voce che tradiva il pianto mentre accarezzava le mostrine partigiane: ‘Non posso, questa è la mia divisa e i miei compagni siete voi, siete i miei amici, qualunque sia la nostra sorte, io sarò al vostro fianco’. La scelta era fatta, ci stringemmo attorno a lui commossi: eravamo fieri di quel nostro compagno che, così lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia, non aveva tradito.”
Cesarina Bracco, una staffetta partigiana, ricorda uno dei più efferati massacri compiuti dai nazifascisti. I ventuno di Salussola.
Giovanni Ortoleva partigiano “Jacon”
immagine resa disponibile per gentile cortesia del Museo Laboratorio dell’Oro e della Pietra
Dalla strada salì fino a noi un vociare confuso, seguito da grida e passi frettolosi, risonanti sotto la volta del portone carraio che immette nel cortile fino all’uscio della casa dove aveva sede il comando della V divisione Garibaldi, a Sala Biellese.
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