Ecco l’Italia ‘finto smemorata’ che incoraggia i rigurgiti fascisti

Scriveva Luis Sepulveda che «un popolo senza memoria è un popolo senza futuro». La memoria aggrega, è il collante che unisce generazioni, la memoria è la base della storia e del civismo. Ma in Italia la memoria spesso cambia forma, muta la sua pelle, si plasma a seconda della forma e dei contesti. Lascia spazio, alle volte, a rigurgiti di nostalgia che in politica trovano terreno nei movimenti che si rifanno al fascismo. Che non solo vengono tollerati, ma che spesso sono incoraggiati anche dai pubblici amministratori e ufficiali.

SEGNALACI I CASI NELLA TUA CITTA’

Oppure, clicca qui e inviaci le foto o scrivi a unisciti@unita.it

Come è successo a Isernia. Dove fra qualche settimana si discuterà l’appello contro una strana sentenza di condanna di cinque uomini e due donne avvenuta il 5 maggio scorso. Strana non tanto per l’entità della pena, otto giorni di reclusione poi trasformati in un’ammenda da 1350 euro per ciascun imputato, quanto per le aggravanti.

I FATTI, IN BREVE

Il 27 ottobre del 2011 nella città molisana si confrontano due gruppi. Da una parte Casa Pound e Gioventù Italiana del Molise, movimenti di estrema destra, dall’altra il Comitato antifascista molisano. Quest’ultimo protesta contro la decisione della Amministrazione provinciale di concedere l’uso di una sala pubblica «alle associazioni neofasciste» che hanno organizzato un incontro pubblico. Per questo chiede e ottiene il permesso dalla questura di poter organizzare un sit in davanti al palazzo della Provincia. C’è forte tensione quel giorno. Alimentata anche dai giornali locali che ipotizzano l’arrivo di black block. Eppure tutto fila liscio. Le disposizioni del comitato per l’Ordine pubblico sono rispettate alla lettera fino a quando un gruppo di antifascisti, circa quaranta, si stacca dal sit-in. Ma fanno pochi metri. Fronteggiati dalla polizia desistono e se ne vanno via cantando. I gruppi, dunque, non vengono a contatto. Ma tanto basta perché la questura identifichi sette del Comitato e li porti davanti a un giudice. La colpa? Aver disatteso le disposizioni della questura, con le aggravanti di aver gridato, come scrive il procuratore Federico Scioli nella richiesta di condanna, «slogan del tipo “il Molise è antifascista” e intonato la canzone “Bella Ciao”».

Pubblicato in Anpi notizie, ANTIFASCISMO, memoria | Contrassegnato | Commenti disabilitati su Ecco l’Italia ‘finto smemorata’ che incoraggia i rigurgiti fascisti

Appello per la manifestazione nazionale del 6 ottobre a Niscemi

 

Manifestazione regionale/nazionale No MUOS, Niscemi 6 ottobre 2012



I venti di guerra soffiano nuovamente sul Mediterraneo; la Sicilia, da settant’anni occupata dall’esercito degli Stati Uniti, continua a subire un ruolo centrale nella strategia militare sia NATO che statunitense. A Niscemi proseguono senza sosta i lavori di costruzione del Muos, che attraverso le sue enormi parabole permetterà il flusso planetario delle informazioni militari; Sigonella
Capitale mondiale dei droni (Global Hawk, Predator, Reaper) è in prima linea nelle politiche di attacco, come avviene da tempo con le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, ecc.

Il Muos, in costruzione dentro la Sughereta di Niscemi, Sito di Interesse Comunitario, è nocivo per la salute dei siciliani; nel breve e medio periodo l’esposizione alle sue microonde provocherà gravissime patologie, come tumori di vario tipo, leucemie infantili, infarti, melanomi, linfomi, malformazioni fetali, sterilità, aborti, mutazioni de sistema immunitario ecc.; esso grava su un territorio già stuprato dal Petrolchimico di Gela e dalle 41 antenne della base della marina militare USA NRTF, operanti anch’esse all’interno della Sughereta, le cui emissioni elettromagnetiche violano sistematicamente, dal 1991, i limiti previsti dalla legge.

L’ambiente circostante l’installazione, per il raggio di decine e decine di km verrà progressivamente devastato e reso sterile, mentre l’agricoltura, patrimonio produttivo delle aree circostanti, subirà pesanti condizionamenti.

Il MUOS è capace di interferire con le strumentazioni tecnologiche dei voli civili sull’aeroporto di Fontanarossa (già sottoposto a servitù militare dalla vicina base di Sigonella); è la vera causa della mancata apertura dell’aeroporto di Comiso; è un ingombrante ostacolo per il rilancio dell’economia territoriale; è soprattutto uno strumento di guerra e di morte.

Noi, coordinamento regionale dei Comitati NO MUOS
– vogliamo che si revochi immediatamente l’installazione del MUOS e che si smantellino le 41 antenne NRTF.
– Vogliamo la smilitarizzazione della base americana di Sigonella, da riconvertire in aeroporto civile internazionale.
– Vogliamo che il governo, che taglia le spese sociali aumentando ogni genere di tasse e imposte per salvare il capitale finanziario ed il debito delle banche, tagli invece le spese militari.
– Vogliamo che la Sicilia sia una culla di Pace al centro di un Mediterraneo mare di incontro, di convivenza e di cooperazione tra i popoli.
Facciamo appello per una manifestazione nazionale su questi temi da tenersi a Niscemi sabato 6 ottobre con concentramento alle ore 14,30 presso SP10 Contrada Apa da dove un corteo sfilerà fino alla base NRTF; In serata ore 19,30 (concentramento largo Mascione) corteo in città con concerto e interventi in piazza V. Emanuele.

Coordinamento regionale Comitati No MUOS

 

Pubblicato in ANTIFASCISMO, EVENTI, segnalazioni iniziative | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Appello per la manifestazione nazionale del 6 ottobre a Niscemi

DIAZ LA CASSAZIONE: “LA CONDOTTA DELLA POLIZIA HA SCREDITATO L’ITALIA IN TUTTO IL MONDO”

«L’assoluta gravità sta nel fatto che le violenze, generalizzate in tutti gli ambienti della scuola, si sono scatenate contro persone all’evidenza inermi, alcune dormienti, altre già in atteggiamento di sottomissione con le mani alzate e, spesso, con la loro posizione seduta in manifesta attesa di disposizioni, così da potersi dire che s’era trattato di violenza non giustificata e punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione e alla sofferenza fisica e mentale delle vittime». Corte di Cassazione, Sentenza numero 38085

 

 

 

 

 

 

Il deposito del  testo della sentenza della Cassazione sulle incredibili e indicibili violenze di cui si è macchiata la polizia col massacro effettuato  a Genova 2001 nella caserma Diaz su cittadini inermi ci dice, tra l’altro, come viviamo un periodo con molti pericoli per la democrazia. Ancora una volta è la Magistratura italiana che fa supplenza al silenzio, non solo delle Istituzioni allora in mano alla destra berlusconiana che si vantava di avere sdoganato con i Fini, gli Storace, i Santanchè,  la destra fascista e nostalgica, ma anche di certa politica  in cerca di una identità e schieratasi dietro una generica condanna bipartisan della violenza. Così la Cassazione usa le giuste parole e dice che il massacro alla caserma Diaz a Genova nel 2001 ha ricoperto di vergogna l’Italia nel mondo intero.

Dopo questa sentenza ci aspettiamo che il capo della polizia di allora, De Gennaro, sia rimosso dall’incarico di governo che oggi ricopre nell’aria dei servizi segreti.

“LA PIU’ GRAVE SOSPENSIONE DEI DIRITTI DEMOCRATICI IN UN PAESE OCCIDENTALE DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE”

                    AMNESTY INTERNATIONAL

p.s. Solo alcuni giorni fa un canale della televisione italiana commentava una scena illuminante in cui si vedevano alcuni polizziotti che pestavano, dopo averlo messo a terra, un uomo: I polizziotti non si sono accorti che stavano pestando un collega che era stato infiltrato tra i black bloc.

Pubblicato in ANTIFASCISMO, memoria | Contrassegnato , , , , , , , , | Commenti disabilitati su DIAZ LA CASSAZIONE: “LA CONDOTTA DELLA POLIZIA HA SCREDITATO L’ITALIA IN TUTTO IL MONDO”

LA VERGOGNA DEL MONUMENTO AD AFFILE PER L’UOMO CHE DEPORTÒ NEI LAGER CENTOMILA LIBICI

DI FRONTE ALLA VERGOGNA DEL SACRARIO AL FASCISTA GRAZIANI CRIMINALE DI GUERRA CONDANNATO A 19 ANNI PER CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ COSTRUITO CON I SOLDI DELLA REGIONE LAZIO NON POSSIAMO FERMARCI ALLA PROTESTA.

CHIEDIAMO UN  INTERVENTO DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA PER REPRIMERE RAPIDAMENTE QUESTO REATO DI APOLOGIA DEL FASCISMO CHE OFFENDE LA STORIA DELLA NOSTRA REPUBBLICA NONCHE’ QUANTI CADDERO PER LA LIBERTA’ DAL FASCISMO E DAL NAZISMO.

QUESTO VOLGARE MONUMENTO FASCISTA FATTO, CON SPERPERO DISINVOLTO ORMAI BEN NOTO, CON I SOLDI DELLA REGIONE LAZIO DEVE ESSERE ELIMINATO

ANPI PALERMO CHIEDE UN INTERVENTO DEL GOVERNO PERCHE’ SI PROCEDA RAPIDAMENTE ALLA RIMOZIONE DI QUESTO MONUMENTO CHE OFFENDE, ANCHE  A LIVELLO INTERNAZIONALE,  LA CIVILTA’ E LA DIGNITA’ UMANA

CHIEDIAMO ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA  DI INTERVENIRE  A DIFESA DELLA COSTITUZIONE E ALLA  SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA  

DI SEGUITO IL LINK AL SITO DELL’ANPI NAZIONALE  SULLA PROTESTA ORGANIZZATA AD AFFILE

Affile: protesta contro il sacrario al fascista Graziani

http://www.anpi.it/affile-protesta-contro-il-sacrario-al-fascista-graziani/

Riportiamo anche di seguito il link alll’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere

LA VERGOGNA DEL MONUMENTO AD AFFILE PER L’UOMO CHE DEPORTÒ NEI LAGER CENTOMILA LIBICI

Quel mausoleo alla crudeltà
che non fa indignare l’Italia

Il fascista Graziani celebrato con i soldi della Regione Lazio Continua a leggere

Pubblicato in ANTIFASCISMO, memoria | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su LA VERGOGNA DEL MONUMENTO AD AFFILE PER L’UOMO CHE DEPORTÒ NEI LAGER CENTOMILA LIBICI

L’ANPI incontra la sorella del partigiano Placido Rizzotto

L’ANPI  Palermo ha incontrato la signora Pina, sorella del partigiano Placido Rizzotto, con Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Davide Paternostro presidente del circolo ANPI di Corleone, presenti i figli Mario ed Ernesto. Nell’occasione l’ANPI ha donato alla signora Pina, che nella foto quì sotto lo indossa, il classico fasciacollo dei partigiani.
da Città Nuove-Corleone    http://www.cittanuove-corleone.net/
La settimana scorsa, abbiamo incontrato a Corleone la signora Pina, sorella di Placido Rizzotto.
Per conto della redazione di “Rassegna Sindacale”, il settimanale della Cgil, le abbiamo consegnato il poster del fratello, realizzato da Mario Ritarossi, in occasione dei funerali di Stato del sindacalista corleonese, che la feroce mafia del feudo aveva assassinato la sera del 10 marzo 1948. Con noi c’erano Davide Paternostro, presidente della sezione Anpi di Corleone, Ottavio Terranova ed Angelo Ficarra, rispettivamente presidente e segretario dell’Anpi di Palermo. Un incontro commovente. La signora Pina era in casa con due suoi figli, Mario ed Ernesto. Ci ha ricevuti in salotto e ci ha parlato tanto del fratello.
Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , | Commenti disabilitati su L’ANPI incontra la sorella del partigiano Placido Rizzotto

totale incondizionata solidarietà

COMUNICATO
>Al PM Antonio Ingroia e a tutti i valorosi magistrati della Procura di
>Palermo va la nostra totale incondizionata solidarietà contro le gravissime
> minaccie da qualunque parte esse provengano; la
>solidarietà, la vigile preoccupazione e l’affetto verso chi, compiendo
>il proprio dovere si batte per fare Verità e Giustizia  e porre fine
>alla vergognosa turpe e nefanda trattativa Stato – mafia. A voi va la
>solidarietà dei cittadini italiani che vogliono mettere la parola fine
>alla lunga teoria di stragi che restano avvolte nel mistero, senza
>colpevoli, coperti dai segreti di Stato, dai depistaggi da Portella
>della Ginestra a piazza Fontana giù giù fino all’assassinio di Peppino
>Impastato e alle stragi di Carini e via D’Amelio. Reagiamo con
>fermezza e senza tentennamenti di fronte all’attacco più grave che
>siamo costretti a registrare alla nostra Costituzione Repubblicana e
>quindi alla nostra democrazia.
>Ottavio Terranova Presidente e coordinatore regionale dell’ANPI Sicilia
>Angelo Ficarra segretario ANPI Palermo
>Mercoledì 26 settembre 2012
Pubblicato in ANTIFASCISMO, memoria | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su totale incondizionata solidarietà

Referendum Art. 18

A.N.P.I.

A S S O C I A Z I O N E N A Z I O N A L E P A R T I G I A N I D ’ I T A L I A

COMITATO NAZIONALE

www.anpi.it – e-mail anpisegreteria@libero.it oppure comitatonazionale@anpi.it

COMUNICATO

E’ stata presentata una proposta di referendum sostanzialmente per il

ripristino del testo originario dell’art. 18 dello Statuto e per l’abrogazione dell’art. 8 della

legge 13.8.2011 n. 138, soprattutto nella parte in cui si consentono deroghe al

contratto collettivo nazionale in virtù di accordi contrattuali di minor livello.

L’ANPI non ha bisogno di ricordare che su questi temi si è pronunciata

ripetutamente, contro le iniziative legislative di cui oggi si chiede l’abrogazione,

ribadendo la propria convinzione che ragioni fondamentali di principio dovrebbero

impedire di modificare norme che appartengono da tempo alla struttura ed ai

fondamenti del diritto del lavoro, corrispondenti a precisi diritti dei lavoratori, che li

hanno conquistati a prezzo di lunghe e dure lotte.

Siamo dunque convinti che esiste davvero la necessità di tornare alle

formulazioni ed ai princìpi originari, tanto più preziosi ora in quanto attraversiamo un

momento difficile della vita del nostro Paese; ed è in occasioni e in periodi come questi

che vi è più che mai bisogno di tutele e garanzie fondamentali per chi lavora.

Gli strumenti per arrivare a risultati positivi sono molteplici e tutti legittimi,

sicché è condivisibile l’obiettivo perseguito dai promotori del referendum, per quanto

riguarda i due quesiti sopraindicati, così come resta forte la speranza che il governo

che uscirà dalle imminenti elezioni possa e sappia intervenire ripristinando quanto è

stato tolto ai lavoratori, ai cittadini, al diritto del lavoro.

Ovviamente, l’ANPI non vuole e non può entrare nella diatriba – tutta politica

– sull’opportunità e sull’idoneità, in questa delicata materia, di un referendum, che

peraltro dovrebbe tenersi, se ammesso, soltanto nel 2014.

Gli iscritti e le organizzazioni periferiche – in piena libertà – assumeranno

ogni opportuna decisione al riguardo, considerando quanto scritto nel documento

approvato dal Congresso nazionale del 2011, nel quale si ribadisce l’impegno a

“respingere ogni tentativo di sovvertire princìpi e regole che sono previsti a garanzia

della libertà e dei diritti dei cittadini” e dove ancora si afferma che “per garantire una

forte stabilità sociale ed economica al Paese occorre attuare pienamente i princìpi

costituzionali in materia di lavoro, cambiando la legislazione vigente che ha ridotto

diritti e garanzie per i lavoratori”.

LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

Pubblicato in Anpi notizie, ANTIFASCISMO | Commenti disabilitati su Referendum Art. 18

Palermo parte civile nel processo sulla trattativa Stato mafia

da la Repubblica (24 settembre 2012 ore 18.48)

“La notizia che il Comune di Palermo si costituira’ parte civile nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia e’ il segnale piu’ chiaro e forte che il sindaco Orlando, l’Amministrazione comunale e la citta’ di Palermo potevano dare in merito alle vicende sanguinose e torbide che si sono intrecciate negli ultimi venti anni con la storia della nostra citta’ e dell’intero paese”.

Ci sono pagine oscure che in tanti vogliono lasciare tali, ci sono verita’ che non devono mai venire a galla, c’e’ una giustizia che deve rimanere disarmata e impotente di fronte a quella che appare una ragion di stato di uno Stato malato ed inquinato”. “Noi crediamo invece  che occorra far luce su tutto, che occorra difendere, soprattutto in questa occasione, il coraggio e l’indipendenza della magistratura. Crediamo che senza verita’ e giustizia, sulle pagine piu’ infami della nostra storia recente, non saremo come palermitani, siciliani ed italiani mai veri padroni del nostro futuro, condannati come siamo ad esistere dentro le regole di una democrazia monca incapace di fare i conti con il suo passato stragista”.

Pubblicato in ANTIFASCISMO, memoria | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Palermo parte civile nel processo sulla trattativa Stato mafia

NOME DI BATTAGLIA: NICOLA BARBATO

da PATRIAluglio_Bellardi_Profili-Pompeo_Colajanni_pag18-19

                 POMPEO COLAJANNI

 di Elisa Bellardi

Carismatico comandante partigiano, valoroso combattente e membro del Partito Comunista: Pompeo Colajanni, nome di battaglia Nicola Barbato, fu un personaggio che seppe lottare per i propri ideali per tutta la vita, in pace e in guerra. Con la IV Brigata Garibaldi scrisse pagine importanti sul libro della Resistenza. Gente tosta i suoi uomini, capaci di far perdere il sonno a più di un gerarca fascista o nazista che fosse.

Pompeo Colajanni era un siciliano atipico, di terra e non di mare. Nato nel 1906, studiò a Caltanissetta, divenne avvocato e si schierò, giovanissimo, contro l’avvento di Mussolini. Non solo. Militante convinto del PCI clandestino fu tra i fondatori di un’organizzazione di cui facevano parte giovani repubblicani, socialisti, anarchici e comunisti. Questa attività gli costò numerose perquisizioni e, in seguito, la prigione.

DA UFFICIALE A PARTIGIANO

La Seconda Guerra Mondiale lo vide inizialmente far parte dell’esercito. Anche se la sua attività clandestina certo non si fermò in questo periodo. Già, perché prima di arrivare alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo aveva organizzato in segreto l’Amil (Associazione Militare Italia Libera) a cui aveva aderito un folto gruppo di giovani ufficiali. L’8 settembre 1943, come detto, lo ritroviamo in Piemonte, tenente anziano a Pinerolo, nel 1º Reggimento “Nizza Cavalleria”. Un grado che non rispecchiava affatto le sue doti, dal momento che gli era stata negata la meritata nomina a capitano a causa dei suoi trascorsi antifascisti. Ma la sua vita tra le fila dell’esercito italiano era destinata a finire molto presto. Fu in quel fatidico 1943, infatti, che Pompeo Colajanni disubbidì agli ordini del suo diretto superiore e abbandonò la caserma con un gruppo di soldati a lui fedeli. Tra loro c’erano anche Vincenzo Modica “Petralia”, Giovanni Latilla “Nanni” e Massimo Trani “Max”, che diventarono, in seguito, tutti protagonisti della lotta partigiana, al comando di diverse unità garibaldine.

(L’ANPI Palermo ha il piacere di ricordare, oltre a Vincenzo Modica “comandante Petralia” siciliano, fra i tanti altri siciliani che si aggregarono nelle formazioni garibaldine “Carlo Pisacane”,  Mauro Zito “partigiano Palermo”  di recente scomparso.)

A CONTATTO 

CON I POLITICI COMUNISTI

Da qui iniziò la battaglia contro i nazifascisti portata avanti con destrezza, coraggio e senza esclusione di colpi. Una vicenda che ebbe il suo punto di partenza proprio a Pinerolo passando per Barge, nella valle Po, dove Pompeo si diresse, assieme ad alcuni militari del proprio reggimento, guidando automezzi carichi di munizioni. Qui prese contatto con politici comunisti che avevano formato il primo gruppo di resistenza che darà vita, in seguito, proprio alle “Brigate Garibaldi”. Colajanni si aggregò e si trovò quindi a combattere spalla a spalla con Ludovico Geymonat, Antonio Giolitti e Gian Carlo Pajetta. Le sue competenze militari fecero la differenza: in breve tempo quello che era un gruppo di resistenti nato spontaneamente si trasformò in una delle prime formazioni partigiane attive, il 1° Battaglione Carlo Pisacane. “Petralia”, “Nanni” e “Max” ne presero parte divenendo suoi luogotenenti.

NEL RICORDO DI UN EROE DEI FASCI SICILIANI

Ed è proprio a questo punto che Colajanni incominciò a farsi chiamare Nicola Barbato, adottando il nome del famoso medico fondatore dei Fasci Siciliani tra il 1891 e 1893. Una scelta tutt’altro che casuale. Entrambi gli uomini, infatti, si esposero direttamente e non ebbero paura di lottare per il proprio credo: se il primo divenne una delle figure di spicco del socialismo italiano tra fine Ottocento e inizio Novecento, il secondo prese parte personalmente a pericolose operazioni di guerriglia.

Le capacità organizzative e le sue gesta coraggiose valsero a Colajanni, nel 1944, la promozione a comandante di brigata e poi a comandante militare della 1ª Divisione Garibaldi Piemonte. Molti furono i combattimenti e le incursioni in cui si distinse, sempre in prima linea, di fianco agli amici partigiani e allo stesso tempo capace di infondere loro forza grazie al carisma e all’autorevolezza della sua forte personalità. Le sue unità, tra il marzo e il settembre 1944, superarono duri attacchi dei tedeschi. In seguito, il grosso dei combattenti venne ridistribuito sul territorio piemontese secondo la strategia della “pianurizzazione”, passando così da guerra di resistenza a guerra di liberazione.

L’INGRESSO TRIONFALE 

NEL CAPOLUOGO PIEMONTESE

Sotto la guida di Barbato le formazioni garibaldine piemontesi crebbero, di numero e capacità di azione, al punto che nacque una seconda divisione, la II Garibaldi Piemonte. Colajanni lasciò il comando al suo braccio destro “Petralia” e assunse la guida dell’VIII Zona partigiana piemontese. Nell’aprile del 1945 organizzò l’attacco finale sferrato a Torino da nordest, distinguendosi anche in questo caso per intelligenza tattica. Fu lui, infatti, a coordinare l’azione della I e la XI garibaldine, appartenenti alle unità autonome di “Mauri” e del Gruppo Operativo Mobile di Giustizia e Libertà. Un’operazione organizzata in modo impeccabile, ma Colajanni non aveva fatto i conti con John Stevens, capo della missione locale alleata, che, per favorire l’ingresso a Torino delle truppe anglo-americane, mandò un falso messaggio ai partigiani intimando di interrompere la marcia. Barbato fiutò l’inganno e le formazioni fecero il loro ingresso trionfale nel capoluogo piemontese.

DEPUTATO A ROMA

Dopo la liberazione le attività di Colajanni si susseguirono febbrilmente. Prima vicequestore di Torino, pochi mesi dopo divenne sottosegretario alla difesa nei governi di Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi. Tornato in seguito nella sua terra, fu consigliere comunale di Palermo, mentre nel 1947 fu eletto Deputato regionale in Sicilia per il Blocco del Popolo, federazione politica formata da PSI e PCI. Qui rimase per sei legislature, ricoprendo anche la carica di vice presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, fino alle sue dimissioni nel 1969. Tornato a Torino, nel 1975 fu eletto alla Camera dei Deputati subentrando a Vito Damico e ci restò fino al 1976. Non solo. Colajanni fu anche consultore nazionale, membro del comitato centrale del PCI, segretario delle federazioni comuniste di Enna e Palermo e consigliere nazionale dell’ANPI. Un impegno politico, il suo, vissuto in modo serio e profondo, in periodi di guerra come di pace. Solo la morte, avvenuta a Palermo nel 1987, mise fine ad una militanza sentita, prima di tutto, come un imprescindibile dovere morale.

 

Pubblicato in ANTIFASCISMO, memoria, Movimento Fasci Lavoratori Siciliani | Contrassegnato , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su NOME DI BATTAGLIA: NICOLA BARBATO

PER VERITA’ E GIUSTIZIA ——— di Saverio Lodato

Vietato ai magistrati avvicinarsi alla verità – di Saverio Lodato –

Dal sito ANPI Catania
Pubblicato il settembre 16, 2012 da anpict

 

La cosa più sensata l’ha detta Paolo Mieli, l’altra sera da Lerner, quando ha messo in guardia dal criminalizzare Ingroia e i suoi colleghi perché a Palermo non si sa mai quello che può accadere. Ma sono tenui barlumi di ragionevolezza in un coro oscurantista che per l’ennesima volta mette sul banco degli accusati le persone sbagliate: quei magistrati che a costo di immani sacrifici cercano ancora di indagare sulle vere cause delle stragi di vent’anni fa.

C’è poco da fare: ogni volta che la verità su materie delicate e controverse sembra a portata di mano, qualcuno getta barili d’olio sull’asfalto. Magari per dire poi che l’auto che ha sbandato correva a velocità eccessiva. Con questa metafora si può riassumere quanto sta accadendo da alcuni mesi con l’inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia fra il ’92 e il ’94.
Tutti i giudici assassinati in Sicilia, da Costa a Chinnici, da Ciaccio Montalto a Rosario Livatino, da Falcone a Borsellino, per citare solo i più noti, vissero gli ultimi anni della loro vita dovendosi difendere dall’accusa di protagonismo che proveniva sia dal mondo politico, sia dalla stessa magistratura. La ragione, allora come oggi, è semplice e nota. La magistratura non deve superare certi limiti. Non può pretendere di far rispettare la legge a chi, magari, si è fatto eleggere proprio per eludere la legge. Prendiamo, per esempio, la frase di Vietti vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: “Mai come in questo momento il silenzio è d’oro”. Che significa? Perché si dovrebbe stare zitti proprio in questo momento? Per non disturbare quale manovratore? O l’intemerata del presidente dell’Anm Sabelli, che pretendeva da Di Matteo e Ingroia che facessero qualche passo indietro sul palco della festa del Fatto a significare la loro presa di distanza da chi si era permesso di pronunciare il nome di Dio invano? Quelle parole vanno prese per quello che sono: mezzucci polemici. Restano i fatti. Negli ultimi trent’anni si sono verificate due grandi occasioni per sconfiggere per sempre la mafia. La prima con il maxi-processo, quando gli stessi Falcone, Borsellino e Caponnetto nutrivano seri motivi di speranza. C’erano finalmente i pentiti, era venuto giù il secolare totem dell’omertà, l’iniziativa giudiziaria cominciava a mietere condanne e non più assoluzioni per insufficienza di prove.
Bastava un’altra spintarella e di mafia, in Italia, non avremmo più sentito parlare. Invece che successe allora? Mondo politico e settori della magistratura, con una manovra a tenaglia, prima delegittimarono il pool di Palermo mandandolo rapidamente in frantumi. Poi, con un’altra manovra a tenaglia, la mafia, in combutta con certa politica, certo Stato e certi servizi, con le stragi di Capaci e via D’Amelio, misero una definitiva pietra tombale sull’argomento. Capito come si fa?
E veniamo qui alla seconda grande occasione perduta. Caselli venne a fare il procuratore a Palermo ed ebbe l’infelice idea di portare sotto processo i rappresentanti di quel mondo politico che sino a quel momento avevano razzolato con boss e picciotti. Infelice: nel senso che se avesse voluto fare una carriera migliore forse avrebbe dovuto capire che quelli eran momenti in cui “il silenzio è d’oro”… Ovvio che dopo qualche mese Caselli e la sua procura divennero il pericolo numero uno per la Politica, lo Stato e il Potere. Andatevi a rileggere le dichiarazioni che fecero allora i Del Turco e i Ferrara, gli Sgarbi, gli Iannuzzi, i Liguori e i Macaluso e i Pellegrino… Che florilegio di garantismo. Che disquisizioni dotte sulla “responsabilità politica e storica” che sono una cosa, e sulla “responsabilità penale” che è un’altra cosa. Sperticate difese di Andreotti e Contrada poi condannati. Ma che importa ? Caselli doveva capire la lezione. Con la politica non si scherza. E Caselli dovette lasciare Palermo. Capito come si fa?
E oggi? Diciamo che si stava profilando la terza grande occasione. Ammetterete infatti che non è cosa da poco iscrivere nel registro degli indagati una dozzina di rappresentanti delle istituzioni, uomini politici, mafiosi con coppola e lupara, per ciò che accadde dietro le quinte dello stragismo ’92-’93. Ma allora questi ci riprovano, avrà detto qualcuno.
E VAI CON IL GIOCO delle tre carte. I magistrati di Palermo attaccano il Quirinale. E il Quirinale che si offende. E la grande stampa che lo difende. “Come son cresciuto mamma mia devi vedere… figurati che faccio il corazziere”, cantava negli anni 60 il genio di Renato Rascel. E quel motivetto ci ronzava in testa a leggere certe ricostruzioni che sembravano scritte su carta intestata dell’ Alto Colle…
Gioco delle tre carte appunto. E sapete perché? Perché sino ad oggi non abbiamo letto nessun autorevole commentatore che ci abbia spiegato dove collocare, in tutta questa vicenda, la singolare figura di Mancino Nicola restituendogli tutto il peso che merita. Mancino, infatti, sarà anche Stato tutto quello che è Stato, ma oggi è un imputato. Si fosse limitato, nelle sue telefonate al Quirinale, allo sfogo di chi dice: mi hanno messo in mezzo in una storia di cui non so nulla, e in cui non c’entro nulla, il caso sarebbe stato archiviato come normale conversazione fra amici. Ma Mancino Nicola ha detto ben altro: sono un uomo solo, quest’uomo solo va difeso, perché se no chiama in causa altre persone… non voglio restare l’unico con il cerino in mano… Elegante vero?
Ora il bello è che si pretende che dovessero essere i magistrati di Palermo a buttar giù la cornetta visto che le telefonate dell’imputato Mancino Nicola erano arrivate troppo in alto.
Roba da matti, in qualunque paese civile. Ma non in Italia. Dove a nessuno è saltato in mente di scrivere da qualche parte che invece quelle telefonate andavano interrotte proprio da chi stava troppo in alto per lasciarle tranquillamente proseguire. Come finirà questa storia? Vorremmo sbagliarci. Ma secondo noi finisce come nei casi precedenti: sarà un’altra occasione perduta. Nel qual caso, a questo articoletto, ci limiteremo ad aggiungere solo una riga. Questa: “Capito come si fa?”.

Pubblicato in ANTIFASCISMO, memoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su PER VERITA’ E GIUSTIZIA ——— di Saverio Lodato