Castronovo nel 70° anniversario della strage di Cefalonia celebra il ritorno del partigiano Peppino Benincasa

Una delegazione di ‘nuovi partigiani’ dell’ANPI Palermo sarà presente alla serata in onore di Peppino Benincasa  nel ricordo dei caduti di Cefalonia, terribile strage nazifascista, uno dei primi atti della Resistenza europea.

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Mascalucia ricorda l’insurrezione del 3 agosto 1943

Da ”La Voce dell’Jonio”

Mascalucia ricorda l’insurrezione del 3 agosto 1943: un comitato
cittadino ne chiede il riconoscimento ufficiale.
Tratto dal periodico ”La Voce dell’Jonio”
Cronaca degli eventi (1943)


La Resistenza è iniziata in Sicilia? Questa interessante domanda da tempo avvince
gli storici, non solo locali, che si occupano delle vicende belliche della seconda
guerra mondiale. Ciò sin da quando, in tempi più recenti, si è iniziato a fare luce su
un episodio di vera e propria insurrezione, avvenuto a Mascalucia, il 3 agosto 1943;
quindi ben prima della data che nei libri di storia viene ufficialmente indicata come
l’inizio della Resistenza in Italia, vale a dire le “quattro giornate” di Napoli (27-30
settembre 1943). Quando ancora non era stato firmato nè reso noto l’armistizio di
Cassibile (8 settembre 1943), la popolazione del paese etneo, armi in pugno, si
ribellò contro gli atti criminali commessi su inermi civili dai soldati tedeschi in
ritirata.
Intervento dell’avv. Domenico Scalia (ex sindaco di Mascalucia)
Per ricordare fatti e protagonisti di quell’evento storico, il 25 luglio (anniversario
della caduta del fascismo) a Mascalucia è stato convocato un consiglio comunale
straordinario presso l’auditorium di via Etnea. L’intento è stato quello di
sensibilizzare l’amministrazione mascaluciese e la cittadinanza tutta su una
importante iniziativa, partita alcuni anni fa e finalizzata ad ottenere un
riconoscimento ufficiale del contributo dato dai mascaluciesi alla lotta di liberazione
dell’Italia dal nazi-fascismo; riconoscimento già ottenuto da Randazzo e Castiglione,
città martiri del nazi-fascismo, insignite dal presidente della Repubblica Ciampi
delle medaglie al merito civile “per atti di abnegazione durante il secondo conflitto
mondiale”. Continua a leggere

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Estate 1943: Una lunga scia di sangue nell’area etnea. Le stragi naziste.

Estate 1943: Una lunga scia di sangue nell’area etnea. Le stragi naziste.

articolo di Domenico Stimolo

Nel corso di due mesi, in quella fatidica estate del 1943, si consumarono tre fondamentali eventi per la costruzione del percorso che portò alla  realizzazione della nuova Italia, repubblicana, libera dai nazi-fascisti e democratica: 10 luglio, lo sbarco degli Alleati in Sicilia; 25 luglio, la caduta e dissoluzione  della dittatura fascista con l’arresto di Mussolini,  che  concludeva l’infame e violento periodo del “ventennio” – iniziato con la “marcia su Roma” nell’ottobre del 1922 -; violentemente represse e distrutte tutte le strutture istituzionali dello stato liberale, dell’opposizione sociale- politica, le articolate manifestazioni di espressione della libertà di pensiero e d’azione; poi, all’ 8 settembre, con l’armistizio a Cassibile ( Sr), tra l’Italia e i paesi Alleati, si concluse l’ ”impresa” fascista che aveva portato il nostro Paese, assieme all’alleato tedesco- nazista, in onore della “razza eletta”, a scatenare la guerra di aggressione ed invasione contro tutti i popoli europei – iniziata con l’invasione tedesca della Polonia il 1° settembre 1940 -, costata oltre 55 milioni di morti, senza considerare le carneficine che si consumarono sul fronte orientale, quello asiatico, accese dal sistema dittatoriale-militare-imperiale del Giappone.

Ricorre, ora, 2013, il 70° Anniversario.

La Memoria, faro fondamentale di oggi e di domani, per la libertà, la solidarietà e lo sviluppo sociale dei popoli, rimane sempre viva, per mai dimenticare.

I 38 giorni della “battaglia di Sicilia”, in gran parte svoltosi nell’area della Sicilia orientale, Continua a leggere

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ORE DRAMMATICHE PER LA PACE E PER LA DEMOCRAZIA

ORE DRAMMATICHE PER LA PACE E PER LA DEMOCRAZIA
Con la popolazione di Gaza e con la Palestina nel Cuore
Palermo Venerdì 25 luglio FIACCOLATA PER GAZA ore 20 Piazza Verdi.
BASTA ai bombardamenti, NO ai bambini morti e all’indifferenza.

GRAVISSIMI DIKTAT PER CANCELLARE L’ANIMA DEMOCRATICA DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

Puntuale come un cronometro, rispunta – di quando in quando – l’idea del presidenzialismo, da affrontare subito dopo la riforma del Senato. Non so più come fare a ripetere che di presidenzialismo, nell’ANPI, ben pochi vogliono sentir parlare. La stragrande maggioranza di noi è fermamente convinta che questa è una Repubblica ancora troppo fragile perché ci si possa permettere il lusso di insistere su istituti, come il “premierato”, il “presidenzialismo”, e così via, che parlano sempre il linguaggio della concentrazione del potere in poche mani (…) SMURAGLIA

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E’ MORTO IL PARTIGIANO PALERMITANO GIROLAMO CONIGLIARO, NOME DI BATTAGLIA “TRAPANI”

 

L’ANPI Palermo tributa onore e gloria a Girolamo Conigliaro partigiano palermitano della 181 brigata Garibaldi, morto oggi a Palermo. Combattè per la libertà contro i  fascisti e i tedeschi in val Varaita in provincia di Cuneo. Nome di battaglia “Trapani”, bellissima, nobile figura che scrisse alcuni anni addietro una commovente pagina a testimonianza degli ideali, dei valori, dell’afflato umano che animarono i giovani che parteciparono alla lotta di Liberazione. Girolamo Conigliaro, nel 2002 ad 82 anni si reca a Piacenza per deporre sulla tomba del suo comandante partigiano Antonio Ferrari nome di battaglia “Otto”, 57 garofani rossi, uno per ogni anno dal 16 aprile 1945 giorno della strage nazifascista alla quale lui sopravvive. Nell’occasione viene accolto dall’ANPI di Piacenza, da diversi partigiani piacentini e diversi compagni della 181 brigata Garibaldi venuti in pulman dal Piemonte.

I funerali saranno celebrati in Palermo nella chiesa di S. Ernesto domani giovedì alle 10,00.

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PALESTINA

21/07/2014

Eduardo Galeano   “Se fossi palestinese ”

Fin dal 1948, i palestinesi sono stati condannati a vivere in un’umiliazione senza fine. Non possono neanche respirare senza permesso. Hanno perduto la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà, ogni cosa, anche il diritto di eleggere il loro governo. Quando votano per chi non dovrebbero, vengono puniti. Gaza ora viene punita, è diventata una trappola senza via d’uscita da quando Hamas ha vinto giustamente le elezioni nel 2006. Qualcosa di simile era accaduta nel 1932, quando il Partito Comunista ha vinto le elezioni a El Salvador: la gente espiava il suo cattivo comportamento con un bagno di sangue e da allora in poi ha vissuto sotto dittature militari. La democrazia è un lusso che soltanto pochi si meritano. I missili fatti in casa che non hanno dato scelta ai combattenti di Hamas a Gaza, sparano con una mira approssimativa verso le terre una volta palestinesi e attualmente sotto il dominio israeliano, sono nati dall’ impotenza.
E la disperazione, del tipo che confina con la pazzia suicida, è la madre delle minacce che negano il diritto di Israele a esistere con grida vane, mentre una guerra genocida molto efficace nega da lungo tempo il diritto della Palestina alla vita.
Resta pochissimo della Palestina. Passo dopo passo, Israele la sta cancellando dalla carta geografica. I coloni invadono, seguiti dai soldati che ridisegnano i confini. Le pallottole  sparate per auto-difesa santificano il saccheggio. Nessun tipo di aggressione manca di dichiarare che il suo scopo è di difesa. Hitler ha invaso la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Iraq per impedire che l’Iraq invadesse il mondo.
Con ognuna delle sue guerre difensive, Israele inghiotte un altro pezzo di Palestina, e il festino continua.

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NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI CARLO SMURAGLIA

ANPInews n. 128 – 15/22 luglio 2014

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Occorre promuovere un risveglio della coscienza civile e della partecipazione, per poter garantire alle nuove generazioni un futuro migliore (a proposito di guerre, violenze, riforme, disuguaglianze e democrazia )

 

La nostra Associazione vive soprattutto di memoria (quella vera, che non  è solo un ricordo, ma molto di più) e del culto dei valori che ad essa si collegano e sono, a nostro modo di vedere, quelli che contano: la libertà, l’uguaglianza, la dignità, la solidarietà, la fratellanza, la pace, per citarne solo alcuni, i più salienti. Ma davanti a noi, in Italia e nel mondo, il panorama è addirittura sconvolgente.  Prevalgono, ovunque, i falsi valori e i falsi miti e, con loro, l’indifferenza, la rassegnazione, il silenzio. Accadono fatti gravi ed importanti, alcuni drammatici, ma la risposta è modesta e spesso addirittura carente. La stampa ci parla di una situazione tragica sulla striscia di Gaza e nei rapporti tra la Palestina e Israele che peggiorano e sembrano avviare questi Paesi verso un nuovo, terribile conflitto. E il mondo che fa? I giornali ci forniscono foto terrificanti, di distruzione e di morte di civili, di donne, di bambini; ci parlano di preparazione di invasione, di prospettive di guerra.

E il mondo, l’Europa, che fanno? Guardano, “auspicano”, sperano, ma non fanno nulla di concreto per fermare le armi e riportare al dialogo e al confronto, difficile, ma pacifico. A che serve l’ONU, se non fa questo, né di fronte alla situazione gravissima in Medio – oriente, né di fronte ai massacri e alle violenze di diversi Paesi, in Africa? Possibile che non ci sia un modo per intervenire, per mettere – come si dice – pace, per ripristinare tavoli di trattativa, lunga, difficile, spesso sterile, ma almeno trattativa, che è sempre meglio della rovina dei
territori e dell’accumulo di cadaveri? Che fine ha fatto la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, che doveva costituire la base della convivenza civile, in tutto il mondo e la riaffermazione continua dei diritti umani?
E l’Europa, che dedica tanto tempo alla discussione sulla distribuzione dei posti nei nuovi organismi, non può trovare qualche spazio per parlare di pace e per imporre – senza armi, ma con l’autorevolezza e il rigore della sua unità – il ritorno al tavolo delle trattative e la cessazione del fuoco, in Medio-oriente, così come in ogni parte del mondo? Purtroppo, non solo gli Stati, ma anche i cittadini sono insensibili a quanto sta accadendo e non pensano neppure a come fare per intervenire, per riportare alla luce, ovunque, quei valori che all’inizio ho ricordato. Forse qualcuno addirittura si commuove, di fronte a certe foto; ma poi la vita continua, nell’indifferenza e nel dedicarsi alle occupazioni quotidiane, ai falsi valori, ai falsi miti, con i quali si tranquillizza, forse, la coscienza ma non si costruiscono né la pace, né la solidarietà, né la fratellanza.
Si stanno consumando, a quanto si legge, telefonate e incontri a livello europeo, sul tema di chi dovrà occupare il ruolo di “Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE”.
E’ certo che la nomina di un’italiana tranquillizzerebbe quel tanto di orgoglio nazionale che ancora ci resta. Ma nessuno si chiede a che cosa gioverebbe la nomina di un’italiana o di una o un rappresentante di altro Paese, se poi tutta la stampa scrive che l’Europa non ha una
politica estera e quel posto rappresenta poco di più di un guscio vuoto, come per lo più è sempre stato.
Davvero non sarebbe possibile, accanto alle nostre “rivendicazioni”, collocare la pressante domanda di una politica estera vera dell’Europa, capace di intervenire non solo sui drammi dell’Ucraina, ma anche su quelli del Medio-oriente e dell’Africa? E davvero, non sarebbe più utile lavorare all’obiettivo della pace (che è indivisibile, ricordiamocelo) piuttosto che semplicemente a quello della ripartizione dei posti?
Ma non c’è solo questo, perché all’indifferenza si accompagnano, come ho accennato, i falsi miti, le promesse generiche, il richiamo a valori retorici e formali, se non, addirittura, quel tema della visibilità, che tanti problemi ha creato, da Berlusconi in poi.
Ancora una volta, i dati ISTAT sono non più solo allarmanti, ma disastrosi, perché il quadro, già tremendo, tende a peggiorare. Si acuisce il problema della disoccupazione, cresce la precarietà, soprattutto aumenta la povertà (compresa quella “relativa”). Si tratta di un autentico dramma, di fronte al quale un giornalista ha scritto che non basterebbe l’”Urlo” di Munch.
Ma nessuno grida, sembriamo rassegnati, tutti, al peggio, abituati alla disuguaglianza sociale, alla mancanza di equità, alla negazione di tutti i princìpi enunciati dalla Costituzione. Non ci sono rimedi efficaci, a breve, si dice, perché c’è la politica del rigore e dell’austerità e non abbiamo spazi finché non la cambiano.

Ma è davvero così? E’ davvero impossibile progettare qualcosa che ci porti fuori da una situazione come quella fotografata dall’ISTAT ed anche, in
questi giorni, dalla Caritas? In un Paese disastrato, con l’ambiente e le bellezze naturali e culturali che vanno a pezzi, è proprio inimmaginabile un progetto che miri a risolvere, nel tempo, questi gravissimi problemi, fornendo occupazione, favorendo il turismo, incentivando i consumi? Se si crede, come taluno afferma, che allo stato attuale nulla di tutto questo sia concretamente possibile, perché mancano i fondi, come mai nessuno pronuncia più quella magica parola (la “patrimoniale”) che, certo, aiuterebbe non poco a cominciare ad affrontare le vere questioni che affliggono il Paese? Si tratta di ritrosia, di preoccupazione per le alleanze di Governo o del timore di trovarsi di fronte allo sbarramento dei cosiddetti poteri forti? Ma allora, se così fosse, non si dovrebbero fare promesse e si dovrebbe almeno parlare chiaro e non suscitare attese concretamente inappagabili.
In un contesto del genere, non è singolare il fatto che si stia in silenzio perfino davanti allo scempio delle nostre principali istituzioni e della continua riduzione degli spazi della rappresentanza e dei diritti dei cittadini? Fra mille problemi, quelli del Senato e della legge elettorale sembrano, a tanti, ben poca cosa, di cui è giusto che si occupi chi ha il potere –dovere di farlo. Ma non si comprende che proprio questo è il guaio, perché il buon cittadino non può e non deve lasciare manomettere la Costituzione, non può consentire di essere privato di una parte della sua sovranità popolare e del suo diritto ad essere validamente rappresentato, con le opportune garanzie e con i necessari controlli.
E soprattutto non si può restare silenti quando risulta sempre più evidente, stando ai fatti, che si tratta di un problema di immagine piuttosto che di contenuti, perché bisogna assolutamente che il Presidente del Consiglio porti un primo risultato alla prossima riunione in Europa.

Basterebbe questo per drizzare le orecchie e chiedersi se è giusto che una riforma delle istituzioni principali sia fatta con l’obiettivo soprattutto di acquisire un’immagine di capacità decisionale e di forza, di fronte agli europei. E chi lo facesse non tarderebbe ad accorgersi che si sta combinando davvero un pasticcio, che verrà ulteriormente aggravato se passerà anche quella legge elettorale, che è stata già approvata dalla Camera, e che rappresenta una reale diminuzione di sovranità e di rappresentanza per i cittadini. Peraltro, aspettare a svegliarsi al momento del referendum, sarebbe assai pericoloso, perché ci stanno dicendo a chiare lettere che si sta facendo di tutto per approvare la riforma con una maggioranza (i
famosi 2/3) tale da escludere la possibilità, per i cittadini, di esprimersi, appunto in sede referendaria.
Purtroppo, il rischio è quello delle parole al vento, della impossibilità materiale di superare quella barriera, che perfino le varie forme di informazione stanno elevando contro la consapevolezza dei cittadini di ciò che sta realmente accadendo, in Parlamento, in tema di
riforme ed altro.

E’ questo silenzio che fa paura; è questa indifferenza che preoccupa; è questa rassegnazione che ci fa guardare, con angoscia, ad un passato che ci ammonisce che si può anche finir male quando si lasciano cadere i valori veri e si considerano con fastidio i “doveri” civili che sarebbero imposti addirittura dalla Costituzione.
E’ per tutto questo che è giusto rivolgersi ai governanti perché si ispirino solo al bene comune e all’interesse collettivo; ma è anche necessario chiedere ai cittadini di ricordarsi che la democrazia è, prima di tutto, partecipazione e che una vera democrazia è l’unica che può garantire pace, serenità, diritti.
Ciò che dobbiamo chiedere con forza – noi che crediamo nei valori veri e che in essi vediamo le nostre stesse ragioni di essere – è che si creino le condizioni per un risveglio delle coscienze, con la pretesa di un impegno reale per la pace, di maggiori spazi per la rappresentanza e per l’esercizio effettivo della sovranità popolare, più garanzie per i cittadini di una reale partecipazione.
E’ solo questo, assieme ad una rinnovata politica (che non è un male, in sé, come alcuni vogliono farci credere, ma anzi è il sale della democrazia, purché persegua davvero l’interesse della collettività e quindi sia capace anche di trasformarsi), che può garantirci contro i mali del presente ed i rischi del futuro. Solo questo può consentirci di promettere davvero e con serenità alle nuove generazioni, un futuro migliore.

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E’ deceduto Aurelio Carpinteri era uno degli ultimi sopravvissuti siciliani ai lager nazisti

Da Domenico Stimolo questo ricordo di Aurelio Carpinteri alla cui memoria si associa l’ANPI Palermo e l’ANPI Sicilia

E’ deceduto Aurelio Carpinteri era uno degli ultimi sopravvissuti siciliani ai lager nazisti

 

Nato a Floridia ( Siracusa) il 12/09/1915. Aveva 99 anni.

Catturato nel marzo del 1944 dai nazifascisti a Rivoli per retinenza alla leva obbligatoria comandata dalla RSI.

Internato nel lager di Mauthausen.

In tante occasioni – fino  di recente – testimoniò, specie nelle scuole,  gli orrori dei campi di sterminio.

Una sua lunga intervista è pubblicata nel libro di Giovanna D’Amico “ I siciliani deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti 1943-1945”  ( Palermo, Sellerio, 2006).

Così, tra l’altro:

 

* d. Lei è stato a Mauthausen tutto il tempo, oppure?

* r. No. A Mauthausen la cosa più triste….Finimmo in un campo: Gusen; Gusen 2 e poi da Gusen 1 siamo andati a caricare i morti perché Gusen 1 o2, non mi ricordo, ci fu un altro campo perché arrivava troppa gente; se ne allestì un altro, Gusen 1 o Gusen 2, dove si infuriò un tipo e allora ci andarono là tanti di quei criminali e lì andarono ad uccidere tutti. E l’indomani poi siamo andati tutti con i carrettoni, tutti con i lacci a tirare, e quello sempre dando legnate sulla testa, sule spalle e con i cani dietro. Siamo andati in questo campo vicino a prendere tutti questi morti e seppellirli là. Si facevano poi delle fosse o al crematoio.

 

Per una ulteriore intervista

http://www.imiedeportati.eu/testimonianza.php?id_test=4

 

domenico stimolo

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8 luglio e difesa della Costituzione

Significativa celebrazione del 54° anniversario dell’otto luglio 1960 con deposizione delle corone dell’ANPI e della Fillea ai piedi della Lapide che ne ricorda i caduti. Tutti gli intervenuti, dal sindaco Leoluca Orlando a Maurizio Calà, Ottavio Terranova, Nicola Cipolla ed il segretario nazionale della Fillea Cgil, hanno sottolineato il grande significato e  l’ attualità della battaglia dei giovani del luglio ’60 in difesa della democrazia contro i tentativi di svolta autoritaria dell’allora governo Tambroni. Particolarmente importante è stata in quella giornata di lotte in Italia  “la battaglia di Palermo ” in cui persero la vita per la libertà Francesco Vella Andrea Gangitano, Giuseppe Malleo e Rosa La Barbera colpita a morte dalla polizia mentre chiudeva le persiane della sua casa. Quello di Tambroni nel 1960 fu il tentativo di risposta autoritaria e fascista al voto con cui gli italiani nel 1953 avevano bocciato la legge truffa. Oggi siamo di nuovo di fronte ad altri “allegri” tentativi di fare saltare l’impianto antifascista della Costituzione repubblicana maturata nella lotta di Liberazione.

IL PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ANPI, CARLO SMURAGLIA, SULLA RIFORMA DEL SENATO GIUNTA ORMAI ALLA FASE DECISIVA:

 

“La riforma del Senato, per come si sta portando avanti, mi pare sia mossa da un problema di immagine; alle priorità effettive si antepone l’intento di portare a casa al più presto il “trofeo” del Senato “riformato” per esibirlo in Europa a riprova del decisionismo e della autorevolezza governativa. Noi pensiamo che sia giusto aspirare ad una forte credibilità in Europa, ma non a qualunque prezzo. E’ giunto il momento di stabilire con razionalità quali sono le vere priorità di un Paese che attraversa una grave crisi economica e sociale e cerca di uscirne. La differenziazione del lavoro delle due Camere deve essere realizzato, assieme a una buona legge elettorale, in tempi ragionevoli e con modalità conformi alle linee e ai principi costituzionali”   (…)

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appassionato discorso di Di Matteo SU COSTITUZIONE, RIFORME, DEMOCRAZIA

   Ringraziamo i proff. Francesca Lo Nigro e Carmelo Botta per questo contributo sul convegno  “COSTITUZIONE, RIFORME, DEMOCRAZIA”

INIZIATIVA UNITARIA SU COSTITUZIONE, RIFORME, DEMOCRAZIA

Giovedì 19 giugno, alle ore 15,30  presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, l’Associazione Giuristi Democratici di Palermo e l’Anpi Sicilia hanno organizzato un incontro di riflessione sul tema “Costituzione, riforme, democrazia“, per discutere insieme sui principi e le garanzie fondamentali della nostra carta costituzionale, sulle riforme annunciate dal governo e soprattutto sull’urgente necessità, ora più che mai, dell’impegno, dell’attenzione, della partecipazione, della responsabilità che ciascuno di noi ha il dovere di assumere per il rispetto della democrazia e la tutela dei diritti fondamentali di tutti i cittadini.

In presenza di un uditorio attento e interessato che ha gremito lo storico salone, ha aperto i  lavori l’Avvocato Armando Sorrentino, giurista democratico di Palermo, moderatore del pomeriggio di studi, che ha introdotto il tema della giornata parlando dell’indipendenza della  Magistratura e di democrazia costituzionale, con la divisione dei poteri che, anche se talvolta “scricchiola”, continua a garantire un fondamentale stato di diritto.

Ottavio Terranova, Presidente dell’ANPI di Palermo e Cordinatore regionale per la Sicilia, ha detto che per amare e difendere la nostra bellissima Costituzione bisogna conoscerla e saperne coniugare i diritti in essa sancite con le libertà l’antifascismo e la democrazia. Ha ricordato, che questa importante unitaria iniziativa di Palermo, coincide con il Settantesimo della Resistenza e in Sicilia dei 120 anni del glorioso movimento dei Fasci Siciliani, represso nel sangue dal Governo Crispi,  che stiamo celebrando con la CGIL, in diversi nostri Comuni.

Fra i relatori, a parlare insieme di costituzione e riforme, l’avv. Domenico Gallo, Magistrato di Cassazione, Associazione Democrazia Costituzionale, che, dopo un’attenta analisi sulla storia del sistema elettorale italiano, contestualizzandolo dal periodo post-unitario ad oggi, affronta il tema attualissimo della riforma del bicameralismo, <<bicameralismo che finora ha funzionato- come afferma il relatore- come garanzia politica … per mantenere in vita la democrazia nel nostro Paese>>. E, come conclude il giurista,<<dopo che abbiamo acquisito questa prova storica, lo vogliamo eliminare? … Quello che propone la riforma è sostituire la democrazia parlamentare con la democrazia fondata sul principio del capo. E non credo che questo sia il modo giusto per quelli che hanno fatto la resistenza>>.

Molto atteso e coinvolgente l’intervento del. Prof. Avvocato Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale Anpi, che, esaltando le qualità della nostra carta costituzionale, oggetto di <<infiniti attentati aperti e striscianti>>, nello stesso tempo sottolinea con rammarico come essa non sia <<ancora entrata nella mente e nel cuore di tutti gli italiani>>, di come essa <<meriterebbe più rispetto di quanto le si è dimostrato>>. <<Questa carta costituzionale – afferma Smuraglia – ha una caratteristica essenziale … di programmare dei diritti … e di impartire un “ordine” ai governi di rendere effettivi questo diritti, renderli attuabili. Questo è il grande valore della nostra costituzione.

 L’analisi del dualismo che caratterizza la nostra carta costituzionale, della programmazione del diritto e della sua attuazione, porta il nostro relatore ad un’amara conclusione: <<oggi c’è un divario tra l’affermazione di alcuni diritti e la realtà>>. A conferma di quanto esposto, analizza l’art. 4 della Costituzione, comparando il diritto al lavoro di ogni cittadino alla realtà lavorativa dello Stato attuale. L’impegno, che si presenta come monito, deve coinvolgerci tutti in prima persona, ma soprattutto giuristi democratici, magistrati, specialisti: <<Attuiamola, facciamo in modo che tutti i principi in essa contenuti diventino realtà>>.

Grande partecipazione e rispettoso silenzio hanno accompagnato l’intervento del dott. Nino Di Matteo, Sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, da parecchi mesi bersaglio delle minacce della mafia, ma, contestualmente, depositario della volontà di oltre 7 mila cittadini democratici ed onesti che hanno raccolto in soli tre giorni le firme per sostenere l’impegno di colui che vogliono come Procuratore aggiunto di Palermo e che, attraverso la “scorta civica”, continuano a supportare la sua attività.

Il lungo ed appassionato discorso di Di Matteo, che con parole chiare, semplici e dirette ha dipinto  una realtà politica, sociale, culturale “sconsolante” e “amara”, è stato fortemente impregnato da quel bisogno, di cui egli stesso ha parlato, parafrasando Rocco Chinnici, di <<coniugare all’antimafia delle inchieste e dei processi, anche il valore della testimonianza nei dibattiti pubblici>>.

Per esigenze di spazio, siamo costretti ad omettere alcuni passaggi (che pensiamo in altra sede di reintegrare), sacrificando parti di una così lucida, puntuale ed autentica descrizione di uno Stato italiano che sicuramente non è quello per il quale abbiamo lottato. Ci limitiamo, pertanto, in tale contesto, a riportare le riflessioni più preziose del suo intervento.

<<Ricordare oggi, a ventidue anni dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, significa fermarsi a riflettere … e in buona parte vi devo dire che i miei pareri sono assolutamente preoccupanti e desolanti … Sono fatti e considerazioni che non dobbiamo avere paura, almeno noi magistrati, di denunciare …  con la serena consapevolezza che, ne sono convinto, solo una decisa inversione di tendenza nell’approccio politico, sociale ed istituzionale alla questione criminale potrà finalmente portarci sulla strada giusta per debellare per sempre non solo il fenomeno mafioso inteso in senso stretto, ma un fenomeno per certi versi ancora più preoccupante, cioè il diffondersi di metodi mafiosi anche nell’esercizio del potere ufficiale. E’ indiscutibile che i risultati raggiunti in questi vent’ anni sul piano della repressione dell‘ala militare della mafia sono veramente significativi … dovuti in gran parte, lo devo dire, quasi esclusivamente all’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, in molti casi non grazie, ma nonostante certa politica trasversale dei diversi  schieramenti … E’ storia di pochi mesi fa la proposta di estendere ulteriormente la liberazione anticipata anche ai condannati di mafia, è sempre dietro l’angolo – ciclicamente ricorrente – la proposta di abolire l’ergastolo e di limitare ulteriormente lo strumento delle intercettazioni telefoniche ed ambientali … risulta ancora più grave che ancora oggi gli attacchi più violenti, le delegittimazioni più organizzate, si dirigano sistematicamente verso quelle inchieste che vogliono portare alla luce proprio quei punti di collegamento tra i vertici  di cosa nostra e certi punti di potere che  hanno altri centri di interesse di cui palava Giovanni Falcone all’indomani del fallito attentato dell’Addaura, sempre ed esclusivamente nei confronti di quelle inchieste, di quei magistrati che le conducono. Risulta ancora più grave che decine, forse centinaia di uomini delle istituzioni continuino a tacere omertosamente ciò che sanno su quegli intrecci alla base di tante vicende stragiste in Italia, non soltanto alla base dello stragismo mafioso … Ho fatto questo esempio semplicemente per sottolineare che … è necessario innanzitutto abbandonare quella prassi ormai consolidata che ha sempre premiato quegli uomini di stato che hanno scelto il muro di gomma del silenzio, rispetto alla possibilità della denuncia  e piena collaborazione con l’autorità giudiziaria. Premiato quegli uomini anche con incredibili carriere e perfino dopo la cessazione del loro incarico politico-istituzionale, con incarichi e consulenze anche extra istituzionali.>>

Attraverso un’attenta analisi del mancato riconoscimento da parte degli organi dello Stato, della stessa Magistratura, della società civile, della figura e dell’impegno di Giovanni Falcone, Di Matteo avvia una dissertazione sull’indipendenza della Magistratura che reputa <<un valore fondamentale, una garanzia per tutti i cittadini>>.

<<Dobbiamo resistere contro gli attacchi esterni che sono sempre violenti – dice – perché parlare di una contrapposizione, di una guerra tra politica e magistratura negli ultimi venti/venticinque anni, consentitemi di dirlo, è per certi versi fuorviante, perché principalmente c’è stato un attacco unilaterale ben organizzato, sistematicamente organizzato con l’appoggio organizzato dei principali mass media, non contro la magistratura, ma contro quei magistrati che si ostinano a voler cercare di esercitare il controllo di legalità a trecentosessanta gradi.>>

A proposito della legge sulla responsabilità civile diretta dei magistrati, ricollegandosi all’intervento dell’avv. Sorrentino, spiega: << una legge che se fosse approvata finirebbe per ottenere uno scopo fondamentale, quello della  intimidazione nei confronti del magistrato, quello della figura sempre più probabile di un magistrato che tende a dare ragione al potente,  che in una controversia tra una potente multinazionale e l’operaio licenziato ovviamente tende a dare ragione alla porte forte per  evitare le conseguenze anche economiche, anche sulla sua tasca,  che un provvedimento sgradito alla multinazionale potrebbe provocare; un magistrato che magari chiude un occhio se indagando da pubblico ministero si imbatte nella possibilità della incriminazione di un potente. Questi sarebbero gli effetti perversi.  Tutto questo, secondo me, si inserisce in uno scenario più ampio che in fondo è quello della burocratizzazione del  ruolo: trasformare i magistrati in burocrati, magari efficienti nella repressione dei reati comuni, e pavidamente timorosi nei confronti della criminalità del potere.>>

Dopo tale dichiarazione Di Matteo non nasconde la sua preoccupazione anche a proposito << di altre vicende che sfuggono all’attenzione purtroppo dei più perché non sono sottolineate dai mass media: in questi giorni è agli altari della cronaca la vicenda delle decisioni del Consiglio Superiore della Magistrature sulla vicenda della Procura della Repubblica di Milano … io credo che in gioco ci sia una questione più grande che riguarda tutti, non soltanto tutti i magistrati, ma tutti i cittadini, che è quella dell’auspicata da tanta parte della politica, gerarchizzazione delle procure della Repubblica … E’ la questione per la quale è stata riformata le Legge dell’ordinamento giudiziario del 2006, mentre Ministro della Giustizia era l’on. Clemente Mastella (ma a larghissima trasversale maggioranza), è la questione per la quale si vogliono trasformare i magistrati che non ricoprono incarichi direttivi, i sostituti Procuratori della Repubblica, i pubblici ministeri che secondo la costituzione dovrebbero essere soggetti soltanto alla legge, vogliono trasformarli in funzionari obbedienti ai procuratori capo; procuratori capo che sono pochi, che vengono nominati dal Consiglio Superiore della Magistratura, certe volte purtroppo anche attraverso delle logiche di tipo correntizio o peggio ancora politico, e capite tutti che il complotto di pochi magistrati che esercitano incarichi direttivi, se quel potere gerarchico viene accentuato, significherebbe  il controllo sul Pubblico Ministero , il controllo sulla giurisdizione … se si controlla una procura attraverso un capo che esercita il suo potere gerarchico per soffocare, per insabbiare le iniziative e le inchieste giudiziarie, davanti al giudice quelle inchieste non arriveranno mai.>>

Le riflessioni del magistrato indugiano sui rapporti mafia-politica: << In questi 20 anni è volutamente mancata la comprensione del nesso sempre più stretto tra i reati contro la pubblica amministrazione  ed i reati di mafia. Condotte di abusi di ufficio, di corruzione, di concussione, di turbativa d’asta, che costituiscono il grimaldello, la chiave di accesso attraverso la quale le mafie penetrano, ma certe volte si impadroniscono  della pubblica amministrazione. E invece nel nostro sistema giudiziario penale persiste una sorta di doppio binario: da una parte pene adeguate, strumenti investigativi incisivi per sanzioni i comportamenti di ordinaria criminalità mafiosa; dall’altra sostanziale impunità per quelle condotte che consentono alle mafie di penetrare le pubbliche istituzioni. Non si è voluto acquisire e si continua a mio parere a non volere acquisire la consapevolezza della gravità del  problema. Un dato mi pare che sia assolutamente significativo, che traggo da statistiche ministeriali: tra i 74/75 mila detenuti attualmente nelle strutture carcerarie italiane, solo 8 detenuti su queste decine di migliaia di detenuti stanno espiando una pena per corruzione.  Che cosa significa questo? Significa che sostanzialmente il fenomeno della corruzione in Italia è impunito … E’ impunito perché le pene  sono assolutamente  inadeguate, perché fanno inevitabilmente scattare prima dell’accertamento  definitivo sulla responsabilità penale la prescrizione del reato.

Dopo una lunga digressione sulle considerazioni di Paolo Borsellino in merito ai rapporti tra mafia e politica e al ruolo della Magistratura che << può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziario>>, e sugli altri organi e poteri dello Stato preposti, << cioè i consigli comunali o quelli che siano, che dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica>>, l’attenzione si è focalizzata sullo <<schermo della sentenza>>, dietro cui facilmente ci si nasconde: <<Aspettiamo serenamente la sentenza dei  giudici, aspettiamo la pronuncia giudiziaria conclusiva del processo. Questo nella migliore delle ipotesi! Quando invece non si    parte contro la magistratura. Il solito schermo protettivo della sentenza è proprio quello, che è esattamente il contrario rispetto al messaggio, rispetto alla testimonianza che ci ha lasciato, ad esempio, un politico come Pio La Torre>>.

Le conclusioni sono amare. E l’amarezza penetra nei cuori dei presenti (la si legge nelle espressioni del magistrato e sui volti degli intervenuti): << Io dico che rispetto al 1992, e concludo amaramente, rispetto a queste parole di Paolo Borsellino, la situazione è cambiata, ma è cambiata in peggio, perché se nel 1992 effettivamente non c’erano le sentenze definitive, oggi c’è di più. Non sono più sufficienti nemmeno  le sentenze definitive di condanna o di quello che c’è scritto nelle sentenze definitive di condanna per mettere definitivamente fuori della scena del potere i collusi con la mafia. Non è stato sufficiente che nella sentenza Andreotti fosse sancita la conclusione definitiva dei rapporti consapevoli e costanti individuati tra i vertici di cosa nostra, che il senatore Andreotti, sette  volte presidente del consiglio, ha intrattenuto prima del 1980; non è stato sufficiente che in quella sentenza definitiva ci sia scritto che quei rapporti sono stati intrattenuti anche in relazione in esito all’omicidio di Piersanti Mattarella;  non è stato sufficiente che in quella sentenza ci sia scritto che il sen. Andreotti si guardò bene  dal denunciare quanto aveva appreso dai mafiosi prima e dopo l’omicidio Mattarella. Se oggi, per arrivare all’attualità, non è evidentemente sufficiente che una sentenza definitiva nei confronti del sen. Dell’Utri, uno dei  cofondatori di Forza Italia, lo definisca, sulla base di un’analisi rigorosa, come consapevole mediatore dei rapporti tra l’on Berlusconi e il partito fondato anche grazie a Dell’Utri, ed esponenti mafiosi liberi … Perché dico “Non è stato sufficiente”? Perché anche nonostante la conclusione di queste  sentenze, mi pare che i soggetti il cui protagonismo è stato richiamato da queste sentenze, Dell’Utri e l’on. Berlusconi, sono stat , vengono cercati per partecipare a pieno titolo, e legittimati a ciò anche dalle altre forze politiche, addirittura governative, per progettare le riforme della nostra carta costituzionale di cui oggi stiamo discutendo.>>

All’ultima constatazione amara fa eco un quasi doveroso proposito che prelude ad uno stato di giustizia e legalità: << Lo stato non l’ha vinta la guerra contro la mafia e purtroppo non dà segni di volerla vincere in maniera effettivamente globale. Noi cercheremo nel nostro piccolo, da semplici magistrati di mantenere sempre nel cuore e nella mente l’esempio dei nostri morti;  con lo sguardo fisso continueremo verso l’unica meta della verità, guidati esclusivamente dalla volontà di rispettare ed applicare i principi della nostra  Costituzione sulla quale per fortuna abbiamo giurato, che deve essere l’unico caposaldo del nostro agire quotidiano.>>

 Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro

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